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Sembra ma non soffro

Paola Vannoni e Roberto Scappin in ‘Sembra ma non soffro’ (photo: quotidianacom.it)

Questo è un pezzo che scrivo con amicizia. Lo dico subito. Perché con molti artisti parli, molti artisti ti parlano, ma sottostante giace, macigno, l’equivoco dei ruoli, la sottile accondiscendenza o la paraculaggine del dire/non dire.

Con Paola Vannoni e Roberto Scappin questa cosa non è. E ciò per diversi motivi, il più rilevante dei quali risiede nel fatto che il tema artistico cruciale della loro forma spettacolare, che trova specchio perfino nel nome della compagnia che sempre loro due compongono, è proprio il riverbero della loro dimensione intima, caratteriale, vera.

Le sue (di lui) elucubrazioni dotte, furbette, un po’ compiaciute; il suo (di lei) spezzare le gambine con gli occhi, con la pazienza del silenzio, quello smontarlo che è gioco di apparente distruzione e che, proprio in quanto distruzione, è istruttiva per chi vuole imparare a guardare all’essenza, per dirla con Fabre.

Il gioco è sottile: che si parli dell’ultimo “Grattati e Vinci”, dal 20 al 22 ottobre in scena a VIE, o di “Sembra ma non soffro” di due anni fa, ci si trova in entrambi i casi di fronte ad una costruzione drammaturgica che avviene per flusso di coscienza, sui temi essenziali ed esistenziali del nostro vivere. Nulla che sia sempre e solo astratto, né sempre e solo materia. E’ filosofia con puzzo di sudore, alta psicologia con l’alito pesante: lo spettatore non può non trovarsi, ritrovarsi e annegare in quel dialogo di botta, risposta e silenzio della durata di quaranta-cinquanta minuti, in cui la nostra disumanità viene messa a nudo.

L’intervista che proponiamo oggi è stata realizzata molto tempo fa, nell’estate 2010 al Kilowatt festival di Sansepolcro, cui va il merito di aver sostenuto in forma piena questo sodalizio artistico. Più che un’intervista è un piccolo spettacolo privato che Vannoni/Scappin regalano al pubblico di Klp per chiarire fino in fondo come costruiscono gli spettacoli.

Spettacolo privato, dicevamo.
Ho visto “Grattati e Vinci” prima di tutti. L’ho visto in uno scantinato vuoto a Poggio Berni, in una replica due contro due con installazione di lavatrice Ignis anni Settanta impolverata sullo sfondo. Noi due (io e lei) di qua, loro due (lui e lei) di là. Erano i giorni di Santarcangelo, e Paola e Roberto, con schiettezza amicale, ci hanno chiesto se volevamo essere i primi due spettatori della loro nuova creazione, per dir loro cosa ne pensavamo.

Inutile dire che, tanto al di qua quanto al di là di quel palco improvvisato, alla fine, a capirci qualcosa erano state essenzialmente loro, senza tutte le parole di noi maschi pavoni, ma con la capacità di ascoltare, che è il dono più grande che le donne portano al genere umano. Secondo me Adamo non aveva le orecchie.

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