Le Post-Millennial Girls sbarcano a Dominio Pubblico 18

Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra (photo: Camilla Mazza)
Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra (photo: Camilla Mazza)

Tre lavori che più diversi non si potrebbe arrivano a chiudere la quinta edizione, molto ricca, di Dominio Pubblico, il festival romano dedicato ai giovani davvero, gli under 25.

Quest’anno il festival ha offerto una interessante apertura verso l’estero: ne è un esempio “Gilgamesh”, lavoro nato nel dipartimento di Theatre Arts della Middlesex University of London, e portato a Roma da Simone Giustinelli, che ne è anche coregista. Una molteplicità di linguaggi (alcuni ben giocati, altri meno) rilegge l’antichissimo poema indiano, assegnandone porzioni a ciascuno dei sei performer, tutti di nazionalità (e preparazione) diversa.
Il risultato è ben curato ma registicamente ancora immaturo: spesso sfugge la gestione dei tempi delle singole sezioni, portando a un’inevitabile sproporzione e alla perdita di tensione rappresentativa. Nel finale l’intera troupe tecnico-artistica sale sul palco ballando indifferente anche durante gli applausi, coinvolgendo il pubblico nell’entusiasmo proprio di una recita di fine anno accademico.

Gilgamesh (photo: Michele Greco)

Gilgamesh (photo: Michele Greco)

Segue “Domani mi alzo presto” di Amor Vacui, esperimento riuscito di scrittura condivisa.
La trama: tre coinquilini si trovano contemporaneamente nella necessità di portare a compimento quelle che sembrerebbero missioni impossibili: la memoria di un monologo, la presentazione di un progetto di dottorato e la preparazione di un esame universitario.
Il demone della procrastinazione e della perdita incontrollabile di tempo e concentrazione li trascinano in un gorgo di un’intera settimana, fra tempi morti, la droga delle serie televisive, liste e castelli in aria.


Il realismo esasperato e ben indirizzato coinvolge il pubblico, e il formato accessibile e tradizionale aiuta il testo, leggero ed efficace, ad arrivare diritto in platea e a suscitare risate. I tre attori esibiscono una grande intesa e un ottimo dosaggio dei tempi e delle relazioni, in una scena che poco per volta si va a riempire di immondizia (piatti e bicchieri sporchi, plaid, vestiti smessi), simbolo tangibile del tempo buttato e perso.

Domani mi alzo presto di Amor Vacui (photo: Michele Greco)

Domani mi alzo presto di Amor Vacui (photo: Michele Greco)

Chiude la serata quello che era e si conferma il più interessante degli appuntamenti: la tappa romana de “Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra”, spettacolo “people-specific” curato da Eleonora Pippo, coprodotto dal Teatro della Tosse di Genova, con il sostegno di Coconino Press Fandango Editore e Kilowatt Festival.
La Pippo vuole esplorare i sentimenti della crescita e dell’identità delle Post-Millennial Girls intrecciando finzione e realtà. Per questo prepara gruppi di ragazze adolescenti e preadolescenti (13-18 anni) scelte nella città in cui il progetto fa tappa, per uno spettacolo dichiaratamente “privo di estetismi”. In sette giorni, all’interno di una struttura narrativa che si basa sul fumetto omonimo di Ratigher, una decina di ragazzine impara a passarsi a staffetta i ruoli delle due protagoniste, ragazze socialmente borderline, sfigate e bulle insieme, appassionate di analisi cliniche che si auto-prescrivono con generosità, e portano avanti una porzione di narrazione.

Lo spettacolo si conclude col gonfiaggio di un enorme pupazzo blu, performance nella performance, figura ingigantita dell’adolescente, esibita nelle sue disarmonie e proporzioni inesatte.
In mezzo a questa trama, punteggiata di interventi programmati del pubblico, a cui vengono consegnate veline contenenti le battute, si aprono altri momenti liberi: le ragazzine cantano, ballano, esibiscono il loro lato autonomamente artistico, quasi concedendo un sospetto stralcio di talent show. E parlano poi a turno a sé stesse, immaginando di indirizzarsi una lettera nel futuro.
Dunque non uno spettacolo concluso, né saldamente cucito; non propriamente performance (manca la stretta tenuta concettuale e un minimo di omogeneità linguistica), né lavoro di improvvisazione, che è bel al di là delle possibilità di gestione delle protagoniste – e dei sette giorni di preparazione, com’è ovvio.

Eppure “Le ragazzine…” è un lavoro inquietante, ambiguo, e in tale ambiguità risiede sia la sua grazia (che alieni affascinanti sono, queste bambine piccole e grandi, mal vestite mal pettinate mal composte e ancora non uniformemente cresciute, ma persino sproporzionatamente forti, reali, del tutto indisponibili a ogni compromesso, cattive, e insieme permeabili alle più indigeste banalità…) e la sua disgrazia.
Che non è nella mancanza del parametro del compiuto, o di quello estetico, quanto nell’esagerato ottimismo: sembra che in un lavoro pieno di lungaggini, come la scelta degli spettatori a cui attribuire un paio di battute, di rinegoziazioni, di frammenti sconnessi o mal posizionati, svolto sotto luci di servizio, con microfoni a gelato ecc., all’annullamento di ogni appiglio per una critica “tradizionale” non corrisponda, come potrebbe, un contropartita di libertà vera, gratuita, un’autentica assenza di rete.

All’impossibilità di rendere un lavoro bello non viene contrapposta l’opzione rischiosa di darne uno ‘vero’, ma quella più comoda di presentarne uno giustificabile a priori. Non una posizione di apertura e attesa, magari proprio per capire se qualcosa di quella bellezza espulsa dalla porta, rientri magari dalla finestra. A una rischiosa proposta di ascolto senza garanzie di successo si preferisce una leggerezza che dichiara da sé, fin dal principio, dai primi minuti, il lavoro non giudicabile. Tale leggerezza di fronte al fruitore non è di ricerca, sia pure di rabdomante, né di evasione come atto politico, ma di disimpegno.

Così non si riesce ad assistere a “Le ragazzine” se non col sorriso e la simpatia di una recita scolastica. È un peccato, perché qui la simpatia rimpiazza lo sconforto o lo stupore che si provano, di solito, di fronte a un lavoro, bene o mal riuscito: il lavoro che è trasformazione di materia grezza, come queste bambine quasi cresciute, in qualcos’altro.
E, insomma, alla fine si applaude qualcosa esposto così com’è, all’interno di una cornice sovrastrutturale come il testo di Ratigher, che parla per diaframmi culturali i più diversi, solo alcuni dei quali sono in comunicazione con le ragazzine vere.

Il risultato è un’operazione, come sempre quando si suppone a priori la de-formalizzazione, estremamente intellettualistica. Ma niente di male, anzi. Unica tristezza: che quella materia palpitante e prodigiosa sia rinchiusa e squadrata in angoli retti. Vi si dibatte, questo sì, come può.

Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra
ispirato all’omonimo teen drama a fumetti di Ratigher
di Eleonora Pippo
co-prodotto da Teatro Della Tosse di Genova e Eleonora Pippo con il sostegno di Coconino Press FANDANGO EDITORE e Kilowatt Festival

Visto a Roma, Teatro India, il 3 giugno 2018

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