Regole senza patria. Il Belgio di Jan Fabre

Belgian Rules/ Belgium Rules (photo: Wonge Bergmann)
Belgian Rules/ Belgium Rules (photo: Wonge Bergmann)

Dopo il debutto italiano all’interno del Napoli Teatro Festival è arrivato in questa stagione a Roma, all’interno di Romaeuropa Festival, l’ultimo lavoro di Jan Fabre, “Belgian Rules/Belgium Rules”, a un anno dall’osannato “Mount Olympus – To glorify the cult of tragedy”.

In un mondo in cui, aldilà della celebrazione ipocrita, vanagloriosa e “corretta” dell’esistente, ci fosse spazio anche per la provocazione, la satira e il resoconto non demagogico del presente, “Belgian Rules/Belgium Rules” potrebbe essere l’ideale “spettacolo” di inaugurazione di un’edizione dei giochi olimpici con sede in Belgio.
La nuova sinestetica opera del direttore del Troubleyn di Anversa è infatti un’accurata e divertita disamina di una madrepatria piena di polarità eccentriche, di dualismi evidenti fin dal titolo, coacervo di orgoglio e di irrisione, di sobrietà dissimulata e di ebbrezza conclamata. Un elogio della diversità, tra contraddittori e irrisi tratti identitari: più una storia sull’assenza di nazionalismo, come suggerisce Fabre stesso, piuttosto che il contrario.
Le “regole” del Belgio si dispiegano a più riprese tra fasti scenografici e tricolori, ripetuti cambi di scena, di lingua e di ritmo, birra a fiumi, dichiarazioni di poetica, corpi in bella mostra, in un magnifico, rovinoso, performante, disfarsi, con ammiccamenti allo spettacolo più divertito, carico di fumo e nebbia, e un tour de force inesausto per macchinisti e performer. Scendono dalla graticcia gatti impagliati, copricapi sontuosi, passano biciclette e maiali umani, in una continua metamorfosi del panorama visivo e sonoro.

Passando dai pittori fiamminghi fino a Eddy Merckx e alla nazionale di calcio, da Stromae, rapper belga di origine ruandese, a cliché culinari e atmosferici (birra, patate e cioccolato, il cielo grigio del nord), riferimenti al colonialismo belga in Congo e allusioni alla cronaca nera più famosa, dalle gesta del mostro pedofilo Dutrux, fino ai jihadisti di Molenbeek, “Belgian Rules/Belgium Rules” ribadisce le regole fondanti la strategia vincente di Fabre, un’opera multisensoriale e sedimentata, aperta, in cui i corpi sono sempre spinti al limite, del surriscaldamento, dell’esaurimento.


“Se il corpo lo fa, è perché il cervello ha accettato di farlo” dichiarava già anni fa una danzatrice di Fabre, a esplicitare il processo creativo e distruttivo che fonda questo teatro. È la disciplina della ripetizione, concepita come parte di una macchina paramilitare il cui stratega non fa altro che, attraverso inciampi e ostacoli, esaltare i paradossi dell’animo umano, a fini propiziatori e catartici.

In scena c’è sempre una battaglia, soprattutto con sé stessi: vedere come un corpo continua a dire la stessa cosa mentre la macchina biologica va sfiancandosi, la respirazione si fa difficile, e ognuno viene schiacciato dal proprio fardello. E’ scena che si fa metafora dell’esistenza.

Lo spazio scenico è il punto di frizione di forze non regolabili, la vita è attraversata dal suo contrario, la morte, e viceversa. I baccanali già ritratti secoli fa da Rubens, e poi nei “Pornocratres” di Félicien Rops, si materializzano in scena. Le regole del gioco cortocircuitano, la farsa dionisiaca è quella di un potere profanato, la solennità è sempre irrisa, anche i proclami più forti sono lì per far funzionare meglio la macchina, ma poi si passa sempre al gioco successivo.

Fabre lavora su quell’eccesso di energia che Bataille chiamava “parte maledetta”, un disavanzo che va sprecato e consumato attraverso la festa.
E così lo spettacolo è uno show in cui non mancano le mascotte, ricci e piccioni che scandiscono il passaggio da una scena alla successiva, con incursioni tra il cinico e il macabro, fino a suggellare in un surrealismo raggelato e geometrico, quello di un altro belga, Magritte, la loro amorosa unione conclusiva.
E alla fine, nel forsennato sbandieramento della bandiera belga, con corpi grondanti sudore e alcol, emerge un’esaltazione del plurilinguismo e del pacifismo, del potere alla poesia, al teatro e all’immaginazione. Ma forse “My nation is the imagination” è l’unica regola da rivendicare e custodire nei secoli dei secoli.

Belgian Rules/Belgium Rules
Interpreti: Annabelle Chambon, Cédric Charron, Tabitha Cholet, Anny Czupper, Conor Thomas Doherty, Stella Höttler, Ivana Jozic, Gustav Koenigs, Mariateresa Notarangelo, Çigdem Polat, Annabel Reid, Merel Severs, Ursel Tilk, Kasper Vandenberghe, Andrew James Van Ostade
Ideazione, Regia: Jan Fabre
Testi: Johan de Boose
Musica: Raymond van het Groenewoud (Belgium rules e La Wallonie d’abord/Vlaanderen boven), Andrew James Van Ostade (musiche del carnevale, paesaggio sonoro,NoiRap)
Drammaturgia: Miet Martens
Assistente alla drammaturgia: Edith Cassiers
Costumi: Kasia Mielczarek e Jonne Sikkema, Les Ateliers du Théâtre de Liège, Catherine Somers (cappelli di carnevale)
Stagista assistente alla regia: Nina Certyn
Stagista ai costumi: Monika Nyckowska
Stagista P.U.L.S. Timeau De Keyser
Direttore tecnico: André Schneider
Responsabile di produzione: Sebastiaan Peeters
Tecnico luci: Wout Janssens
Tecnico di palco: Randy Tielemans, Kevin Deckers
Tecnico del suono: Howard Heckers
Distribuzione (inter)nazionale: Sophie Vanden Broeck
Responsabile di compagnia: Mark Geurden
Coordinamento: Joost Claes Stampa
Comunicazione: Edith Cassiers
Produzione: Troubleyn/Jan Fabre (BE)
Coproduzione Napoli Teatro Festival Italia-Fondazione Campania dei Festival (IT), ImPulsTanz Vienna International Dance Festival (AT), Théâtre de Liège (BE), Concertgebouw Brugge (BE)
Troubleyn/Jan Fabre riceve il sostegno del Governo Fiammingo

durata: 3h 50′
applausi de pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 1° ottobre 2017

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