Renato Sarti, il mio 25 aprile in questo tempo

Nome di battaglia Lia
Nome di battaglia Lia

Pensando a questo 25 aprile così atipico, a Renato Sarti, attore, drammaturgo, regista, direttore del Teatro della Cooperativa di Milano, viene in mente il romanzo “La peste” di Camus.
L’epidemia è così difficile da frenare nella Milano dove Sarti vive dall’ormai lontano 1968, in arrivo da una Trieste che non aveva ancora finito di leccarsi le ferite della guerra.
Il Covid, i morti, l’isolamento. La condizione d’assedio in cui la vita continua per inerzia e con prospettive incerte. Chi cerca di distrarsi e stordirsi, chi è immobilizzato dalla paura, chi si arrabatta con l’idea di trarne qualche vantaggio. Chi infine si sforza di lottare.
In Camus, a poco a poco, la morsa del morbo (nel quale era simboleggiata la peste dell’occupazione nazista in Europa) si allentò. L’epidemia cessò e la città di Orano, dopo lunga resistenza, tornò libera.

Renato Sarti

Renato Sarti

Renato, tu sei un simbolo del teatro impegnato, quello delle battaglie civili e dell’antifascismo militante. Che sapore ha questa Festa di Liberazione?
I personaggi di Camus simboleggiano in diversa misura l’ansia di trovare, attraverso la solidarietà, una dimensione del mondo da opporre a una violenza e a un’ingiustizia troppo fatalisticamente accettate. Io sono fiducioso. Questo Covid può essere l’occasione per rimodellare il nostro stile di vita troppo improntato allo spreco, alle corse frenetiche e alle allucinazioni da consumo. Possiamo riflettere su dove stiamo andando. Questa pausa forzata sta mettendo alla prova i nostri nervi, ma può farci riscoprire i valori della fratellanza, della solidarietà e dell’internazionalismo.

Il 25 aprile continua a essere una data dibattuta. Si presta a strumentalizzazioni che alimentano divisioni. Esiste, secondo te, un modo per farlo diventare davvero festa dell’identità nazionale, oltre ogni retorica? Esiste una via d’uscita agli antagonismi tra destra e sinistra, partendo da valori non negoziabili?
Non siamo ancora pronti per questa pacificazione perché non abbiamo ancora gli anticorpi ai virus del nazionalismo e delle differenze sociali, della xenofobia, del razzismo, dell’antisemitismo e del disprezzo. Il Ventennio fascista ha creato il mito della bellezza e della perfezione da usare come una mannaia contro il diverso e il deforme. Siamo ancora succubi di quella mentalità. Gli anni del Berlusconismo hanno foraggiato il fanatismo, anziché debellarlo. È vero che il contatto ravvicinato con Presidenti della Repubblica di grande levatura morale e civile ha arginato gli impeti autocratici dei vari Berlusconi, Bossi e Fini, via via assorbiti e legittimati nel ruolo istituzionale. Ma la pancia dell’elettorato di destra non è cambiata.

Eppure Gianfranco Fini, con la svolta di Fiuggi del 1995, diede la sensazione di poter creare una destra europea, libera dal manganello (per usare una metafora di Montanelli), capace perfino di inserire Gramsci nel Pantheon nazionale.
Ma l’effetto collaterale fu che il fascismo venne allo scoperto, si liberò dei sensi di colpa e di fallimento, trovò una legittimazione popolare e istituzionale, fece uscire dagli scantinati i fanatici del “Boia chi molla”.

Eterogenesi dei Fini, per usare un gioco di parole. Come se ne esce?
Con il ruolo della scuola. Con un’educazione che parta da una conoscenza che superi gli steccati, che condivida valori insindacabili, che crei le condizioni per un dialogo basato sul rispetto e sull’empatia. Ma occorrono anzitutto l’attenzione, la preparazione e la cura degli insegnanti. Solo così sarà possibile una riflessione sincera sulla Resistenza, e il presupposto della condivisione auspicata da Luciano Violante.

Era il 1996 quando Violante si insediò alla Presidenza della Camera e parlò dei motivi che avevano portato alcuni giovani ad aderire alla Repubblica di Salò. Da allora viviamo uno stallo. Sembrerebbe anzi che stiamo perdendo terreno rispetto a principi e valori sanciti dalla Costituzione.
Rischiamo di perdere il welfare. Pur con un sistema burocratico farraginoso, il nostro è un Paese che finora si è fatto carico dei più deboli.

In questi giorni avresti dovuto portare in due spazi di ricerca storici di Milano, l’Out Off e l’Elfo Puccini, due tuoi cavalli di battaglia: “Mai morti”, con Bebo Storti (sarà visibile oggi, per tutto il giorno, su YouTube) e “Nome di battaglia Lia”. Sono spettacoli visti da tante persone, spesso più di una volta. Sono cult sul Ventennio, che durano da oltre vent’anni. Come si spiega questa longevità?
Mai morti” è l’affabulazione nera di un fascista impenitente nostalgico del Ventennio, impegnato contro viados, extracomunitari, zingari e drogati. “Mai Morti” era il nome di un battaglione della X Mas distintosi nella repressione anti-partigiana. Il monologo parte in sordina. Lentamente scende nel ricordo onirico di dettagli sempre più macabri, come le torture praticate nelle stanze della Ettore Muti, o le stragi fasciste in Africa con l’impiego di gas contro le popolazioni civili. Un filo nero lega quelle vicende a fatti come la strage di piazza Fontana e la repressione contro i No Global al G8 di Genova. “Mai Morti” deve il proprio successo alla temperie in cui è maturato sul finire dello scorso secolo, con lo spettro del Berlusconismo. È tagliato su misura per Bebo Storti, interprete di rara bravura.
“Nome di battaglia Lia” è invece un duetto movimentato, pimpante, recitato da Marta Marangoni e Rossana Mola, due attrici complementari. Racconta la storia della partigiana Gina Galeotti Bianchi, cui è dedicata la nostra sala. C’è un brio tutto milanese, accentuato dall’uso del dialetto.

Sei un artista nudo e puro. Vieni da Trieste, città di frontiera. Arrivi a Milano durante la bufera del ‘68 e ne attraversi momenti epocali come Piazza Fontana, cui hai dedicato il tuo ultimo spettacolo, e poi gli Anni di Piombo. Da dove nasce questa tua predilezione per il filone storico politico-sociale?
Trieste è stata essenziale per la mia formazione. Sono nato il 26 gennaio 1952, sette anni meno un giorno dopo la Liberazione di Auschwitz. Nilla Pizzi vinceva Sanremo ‘52 proprio in quei giorni con “Vola colomba”, ambientata nella Trieste divisa e controllata dalle forze alleate, avamposto della Guerra Fredda. Io sono apolide. Per questo mi viene un groppo alla gola quando ascolto l’inno di Mameli. La gioia dell’inno purtroppo non mi appartiene. Detesto le divisioni, i fanatismi, i nazionalismi. Da bambino giocavo nella città vecia con Jurevic, sloveno, Stefanic, croato, Falconetti, ebreo, Mario Moretti, bimbo di colore. Abitavo a un chilometro dalla Risiera di San Sabba, ma ne ho conosciuto la storia solo verso i 16 anni. Milano è la metropoli, il centro della vita economica e culturale. Per me Milano è stata l’incontro con Strehler, il Sessantotto, la grande palestra dell’Elfo, ma anche il pomeriggio livido di Piazza Fontana [cui ha dedicato di recente uno spettacolo, ndr]. Tornai a Trieste poco tempo dopo perché mio padre stava male. Studiai. Mi appassionai alla storia. Trieste era una fucina di grandi storici: Teodoro Sala, Giovanni Miccoli, Enzo Collotti, Luigi Ganappini, Galliano Fogar. I miei spettacoli nascono da queste esperienze.

Come arrivano le tue storie ai ragazzi di oggi?
Sono ricche di elementi scenici, musiche, disegni, che possono affascinare i giovani. Sono storie dinamiche.

Ma i tuoi spettacoli sono anche “scomodi”.
“Mai morti” è arrivato al Piccolo, e all’Elfo che lo ha prodotto. Ha raggiunto il Litta e l’Out Off, l’Università Bicocca, i circoli Arci, la festa dell’Unità, associazioni, centri sociali. Ma Milano è una città particolare, libera. Gli altri teatri stabili – mentre si vedevano in giro spettacoli inutili – si sono ben guardati dall’ospitarlo. Poi abbiamo ugualmente girato l’Italia. Ma l’ERT Emilia Romagna Teatri, il circuito teatrale più grande e danaroso, non ci ha mai comprato una replica.

Dopo il recente intervento di Stefano Massini a Piazzapulita, ci si è chiesti se e in che modo l’arte possa essere utile. Il tuo teatro potrebbe mettere tutti d’accordo. È stato definito “sociale”, “civile”, “politico”.
Io mi propongo sempre di fare un teatro che coniughi impegno e ilarità. Tragedia e commedia. Ecco perché tendo ad affidare i ruoli tragici ai comici. Anche nelle storie più angoscianti, non faccio mai mancare qualche sorriso e a volte la risata.

La forza del tuo teatro sta nello sguardo degli spettatori. In quelle lacrime, che a volte non si distingue se siano di gioia o di dolore.
Mi piace la forza dello sberleffo contro i potenti, il teatro di Eduardo o di Totò. I comici sono amati. Una folla sorridente partecipò al funerale di Franco Franchi. Il funerale di Totò fu ripetuto tre volte, l’ultima con la bara vuota. Rispettare il pubblico significa anche riconoscerne il diritto a quel po’ di divertimento serale. Ogni giornata porta già il suo carico di amarezza.

Hai detto di tollerare poco le divisioni. Come vivi la segregazione imposta dal Covid?
Con la consapevolezza che prima o poi finirà. Con il sollievo di sapere che alcune fasce d’età ne sono preservate: che dramma se uccidesse i bambini, o i due terzi della popolazione come la peste di Manzoni. Non mi lamento. Non mi sento colpito a prescindere, in quanto teatrante. Non grido al disastro. Il vero disastro è la sofferenza di chi muore, di chi sta male, dei parenti che hanno visto sparire i loro cari. Sono i camion dell’Esercito a Bergamo, che sono stati chiamati anche perché si era infettato il 60% degli addetti alle pompe funebri. Passo il mio tempo leggendo e scrivendo. Mi preoccupo delle undici persone che lavorano con me, ma non è vero che il nostro settore sta soffrendo più di tutti. Confido che Franceschini aiuti tutti quelli che fanno teatro, anche gli esclusi dal Fus.

Cosa desideri per questo 25 aprile?
Che si ritrovino la solidarietà e la fratellanza in tutta Europa, nel segno dell’internazionalismo. Come nell’ormai lontano 1945. Che nella solitudine si risveglino il bisogno di un abbraccio con il prossimo e la capacità e la voglia di divertirsi. Che siano ricordati i nostri partigiani, ma anche i militari che si rifiutarono di combattere per la Repubblica di Salò. E i tanti eroi delle grandi fabbriche, come la Breda o la Falck di Sesto San Giovanni, che bloccarono la produzione di armi e ferrovie, e per questo furono deportati. La nostra gratitudine va sia all’Anpi sia all’Aned.

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