Il dramaturg nella danza. Funzioni, prospettive e ricerca

I protagonisti del convegno RE:Search Dance Dramaturgy (photo: Andrea Macchia)
I protagonisti del convegno RE:Search Dance Dramaturgy (photo: Andrea Macchia)

La drammaturgia della danza come potenziamento del processo creativo e della struttura dell’opera. Ma anche come un processo flessibile e “in divenire”, collocato nel contesto socio-culturale. Uno strumento in più – attraverso un terzo occhio, quello del dramaturg, in interazione con coreografo e danzatore – per intrecciare testi e contesti alla ricerca di nuove sfide e strategie, anche nell’ottica di inserirsi nei nuovi approcci delle politiche culturali sviluppate nei diversi territori.
E allora qual è la funzione del dramaturg nella danza? E’ un ruolo indispensabile? E qual è l’approccio che se ne ha all’estero, dove questa figura è riconosciuta da più tempo rispetto all’Italia?

Di questo si è parlato a dicembre nella giornata di convegno Re:Search Dance Dramaturgy, che alla Lavanderia a Vapore di Collegno (TO) ha accolto ospiti italiani e stranieri per contestualizzare ed approfondire il lavoro del dramaturg: una figura in Italia finora più strettamente legata al percorso di creazione del teatro, meno alla danza. Ecco perché Anghiari Dance Hub, Carlotta Scioldo ed Erika Di Crescenzo, per Workspace Ricerca X, hanno scelto di invitare anche dramaturg come Bart Van Den Eynde e Guy Cools, che lavorano fra Paesi Bassi e Belgio, insieme ad esperti italiani.

Il progetto Workspace Ricerca X mira a creare una piattaforma per lo sviluppo e il sostegno della ricerca attraverso il supporto artistico, amministrativo e logistico di professionisti nel campo della danza e della performance. Ecco perché, per ogni annualità, sostiene la “ricerca pura” di nove artisti. E qui sta la differenza. Mentre in genere le residenze vengono utilizzate come periodi di lavoro per la produzione di un nuovo spettacolo, lo scopo è invece qui di approfondire una “ricerca base”, attraverso cinque sessioni di residenza da due settimane ciascuna, un totale di 10 settimane di lavoro ad artista nel corso di un anno.
I risultati del lavoro verranno infatti condivisi con gli altri coreografi partecipanti, in modo da servire all’ecosistema della produzione artistica, in uno scambio di pratiche sostenuto dal peer-coaching, il tutoraggio alla pari, in cui viene chiesta ai partecipanti una continua negoziazione del rispettivo ruolo di coreografo, danzatore/performer o dramaturg/occhio esterno.

Ecco allora come questa modalità di approccio sia fortemente legata alle tematiche del convegno, aperto da Alessandro Pontremoli, docente in Discipline dello Spettacolo al Dams di Torino, inquadrando la figura del dramaturg nel suo percorso storico: a partire dalla Germania (con la Drammaturgia d’Amburgo), dove nel ‘700 nasce come consulente letterario/aiuto regista e sorta di mediatore tra il palco e la platea.

Nel ‘900 con il “teatro del corpo” degli anni ‘60-‘70 (e il rifiuto dell’autorità del testo scritto per un teatro che predilige la partitura scenica a quella verbale) il modello del dramaturg settecentesco migra negli esperimenti di scrittura collettiva, nel teatro-poesia, in quello di narrazione e di gruppo, e quindi nel teatro di Grotowski e di Eugenio Barba. Il dramaturg si pone fra testo e scena, e coincide talora con l’attore, altre con l’autore o con lo stesso regista.
Claudio Meldolesi e Renata Molinari, nel loro “Il lavoro del dramaturg” pubblicato da Ubulibri nel 2007, paragonano il dramaturg al lavoro dell’attore nero del teatro giapponese (kuroku).
Oggi la figura del dramaturg si potrebbe avvicinare alla funzione dell’editor letterario, con un riferimento alla “funzione curatoriale”; un cambiamento dettato anche dal fatto che il processo artistico è sempre più legato ad un centro di produzione piuttosto che alla “compagnia” intesa tradizionalmente.

Avvicinandosi al mondo della danza Pontremoli sottolinea uno dei punti chiave che emergeranno nel corso della giornata: il ruolo fondamentale che assume l’orizzonte interpretativo/autoriale nella danza fa sì che oggi “coreografia” e “drammaturgia” si sovrappongano come concetti, con una sorta di ansia di fondo d’appropriarsi della paternità artistica di una creazione.
Tanto che Bart Van Den Eynde, dramaturg per la danza e il teatro fra Belgio e Paesi Bassi, paragona il drammaturgo al “king without a crown”.

Su questo aspetto tornerà anche Stefano Tomassini, ricercatore presso lo IUAV di Venezia e docente e consulente a Lugano. Così come, citando Marcia Siegel, la critica è un atto di reciprocità, il lavoro del drammaturgo è un atto di reciprocità con il coreografo: “Loro hanno firmato il patto scenico”. Mentre è il pubblico a riaprire questo rapporto di reciprocità instaurato fra drammaturgo e coreografo.
Ne è un esempio particolare la modalità scelta da Virgilio Sieni a Venezia durante i ‘suoi’ anni di Biennale Danza: Sieni ha utilizzato moltissimo la città e poco i teatri, come mai era accaduto prima in quel contesto. Ecco allora le performance in mezzo alla gente, sui vaporetti, nelle ‘calli’ e nei ‘campi’, per una drammaturgia della partecipazione che ha rotto con la visione di un ‘tempo normale’ e che ha riscritto lo spazio come mai era avvenuto prima a Venezia: “I luoghi di passaggio – ha sottolineato Tomassini – sono diventati luoghi di vita”.

Stefano Tomassini (photo: Andrea Macchia)

Stefano Tomassini (photo: Andrea Macchia)

E’ Guy Cools (un inizio con il teatro con Brecht poi, fra le varie esperienze, anche quella con i Forced Entertainment) a evidenziare come la figura del dramaturg non sia in realtà indispensabile: spesso a svolgere quel ruolo sono persone già all’interno del contesto o del processo di creazione, attraverso una pratica dialogica. Cools sottolinea però come il dramaturg (o chi ne eserciti la funzione) debba essere invisibile nel prodotto finale, paragonandolo a una bussola, ad un aiuto cuoco o una levatrice, figura che accompagna verso una nuova nascita ma ‘interferendo’ solo nel momento di crisi.
Ecco allora che la funzione di dramaturg è quella di testimone e partner del dialogo, alla stregua di un film editor, che non interferisce però con l’estetica o il contenuto del coreografo, definendo il proprio ruolo attraverso la capacità artigianale di organizzare una performance in base ai contenuti scelti dal coreografo (“il dramaturg lavora nell’organicità fisica dell’azione, crea gli strumenti per agire, cura un’“ermeneutica materiale” e l’attenzione fisica al testo”, precisa Pontremoli).

Entrando nello specifico del suo lavoro durante le prove, Cools racconta: “La mia presenza, anche se muta, influenza la relazione tra danzatore e coreografo. Per questo io mi preparo attraverso una pratica yoga. E sono consapevole di come molte cose cambino a seconda di quanto io sia vicino o distante. Spesso all’inizio entro nella performance: gioco ad avvicinarmi e allontanarmi, così come gioco sull’angolazione scelta, non osservo mai frontalmente. E la mia posizione di testimone influenza il lavoro”.

E a proposito di influenze, c’è da sottolineare – come farà Pontremoli in chiusura di giornata – anche un altro aspetto. Se il ruolo del dramaturg nasce ponendosi questioni etiche, diversa è la situazione del curatore: “In Italia il curatore sta assumendo un ruolo di potere nelle pratiche dell’artista, spesso determinando l’andamento dei processi artistici – afferma Pontremoli – Assistiamo quindi allo spostamento di quel potere che negli anni ’80 esercitava la critica: il potere è passato a chi compra e vende la danza, che si è sostituito al critico”.
“L’ideale sarebbe il dialogo per entrambe le figure, dramaturg e curatore – sottolinea Bart Van Den Eynde – Non ci devono essere posizioni di potere”. Ma è utopia?

Photo: Andrea Macchia

Photo: Andrea Macchia

L’ultima parte della giornata amplia la riflessione per non dimenticare che il processo creativo ‘vive’ all’interno di un contesto socio-economico e culturale ben preciso. In che modo si può allora parlare di funzione drammaturgica di un luogo o di una regione…?
Alla collocazione socio-culturale di un sapere drammaturgico si deve la scelta di Ricerca X di invitare tra i relatori anche Carlo Salone, esperto di politiche territoriali e del ruolo della cultura e dell’arte nei processi di rigenerazione urbana e di place-making.

Come può coesistere la ‘drammaturgia minore’ (intesa come il terreno comune in cui il processo creativo, i materiali e la struttura di un’opera prendono forma) all’interno di un ecosistema o ‘drammaturgia maggiore’ (ossia la relazione tra l’opera performativa e il contesto socio-economico di cui fa parte)?
Occorre guardare allo stesso tempo al testo e al contesto. Ecco allora come si rivela fondamentale il ruolo della conoscenza nello spazio attorno a noi. Una conoscenza che non è intesa solo come oggetto (cristallizzato, pietrificato, ad esempio quella di un libro) ma anche come processo performativo (to act), inscindibile dalla nostra azione.
Da qui la relazione tra pratiche artistiche e territorio: di che performance ha bisogno il mio territorio di riferimento?
Il discorso va concentrandosi su Torino che, dopo il boom culturale degli anni post-Olimpiadi Invernali, si trova oggi in una situazione di crisi che pare stagnante dal punto di vista economico, ma che riserva alcune sorprese dal punto di vista della creatività artistica. E’ questo il parere di Salone, che ha realizzato una serie di studi in diverse zone della città, partendo dalla popolare Barriera di Milano, da sempre quartiere di immigrazione (prima proveniente dal Meridione, oggi a livello extra-europeo).
Nella sua analisi, focalizzata soprattutto sulle arti visive, Salone racconta di come ha trovato molti operatori capaci, attraverso le pratiche artistiche, di rivitalizzare zone e spazi, anche reinventandosi in qualità di microimprenditori, nonostante le difficoltà economiche.

Da sx Bart Van Den Eynde, Carlotta Scioldo e Carlo Salone (photo: Andrea Macchia)

Da sx Bart Van Den Eynde, Carlotta Scioldo e Carlo Salone (photo: Andrea Macchia)

Questo approccio multidisciplinare alla ricerca artistica contraddistingue il progetto Workspace Ricerca X, all’interno del quale è stato realizzato il convegno. Un approccio che mira al dialogo allargato della danza con altre discipline.
Ne è ulteriore testimonianza l’incontro organizzato per giovedì 16 febbraio (dalle 18 alle 21) sempre alla Lavanderia a Vapore di Collegno.

“Ricerca artistica o ricerca scientifica?” è il titolo per una riflessione su ricerca, metodo ed esperimento. Può il campo emergente della ricerca artistica essere ispirato dalle recenti riflessioni circa la storia e le metodologie sviluppate dalle scienze?
A dialogarne saranno Mario Benassai, fisico nucleare e biofisico, e Margherita Landi, coreografa, danzatrice e antropologa, con la partecipazione di Charlotte Zerbey, coreografa di Company Blu.

La riflessione partirà dal sistema sperimentale definito dallo studioso Hans-Jorg Rheinberger: un sistema sperimentale per essere efficace nell’attività scientifica dovrebbe essere stabile e riproducibile, ma anche variabile e non prevedibile, così da produrre risultati utili e talvolta inaspettati.
“In che modo la teoria di Rheinberger può portare spunti interessanti alla riflessione sulla ricerca artistica? – si chiede Ricerca X – E come gli artisti impegnati nella sperimentazione possono ampliare i loro valori artistici e produrre nuova conoscenza? Qual è lo spazio dell’esperimento in campo artistico?”.
Chi volesse partecipare si potrà iscrivere (gratuitamente) via mail a: ricercaxinfo@gmail.com

Vi lasciamo infine alle immagini del convegno “Re:Search Dance Dramaturgy”.

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