Rinunciare a una sfida e vincerla: Margherita d’Anjou in Valle d’Itria

Photo: Paolo Conserva
Photo: Paolo Conserva

Martina Franca “fa” 55.000 abitanti, mi racconta il barista. Il centro della città è un unico blocco bianco, dal selciato fino ai tetti delle case, un blocco diviso in due indistinguibili metà, a volte sovrapposte, altre affiancate, una di roccia e una scialbata a calce. E pure dove la calce o l’intonaco si screpolano, sotto si scopre la pietra, candida comunque. Bianco su bianco, bianco con bianco, ma basta l’ombra inclinata dal mattino, e da tutta quella superficie apparentemente indistinta spuntano, bianchi anche loro, cornici, cornicioni, portali, mensole, balconi, beccatelli, cimase, bordature, marcapiani, paraste, lesene, fiaccoloni, putti, acanti, madonne: il biancore si stacca dalla superficie piana e dove manca di cromatismo si anima, esplodendo nelle plasticità barocche.

Anche se nessuno si sdegna ad appoggiarsi a un altro e a fare corpo unico nel denso abitato del centro, non si troverebbero probabilmente due edifici uguali nell’ornamentazione: ogni proprietario ha voluto marcare con una figurazione originale le proprie finestre o il suo portone d’ingresso. Decorazione che spesso non si accontenta del bassorilievo o dell’imitazione vegetale e si gonfia in scultura vera e propria a tutto tondo. L’esempio più clamoroso è sulla Cattedrale, al centro della cui facciata fiorisce uno strabiliante e quasi protervo San Martino, colto nell’atto teatrale di spartire il leggendario mantello.
La decorazione si spoglia del ruolo subalterno: non orna più qualcosa, ma lo costruisce.

Uno fra gli edifici più gradi della città è il Palazzo Ducale, edificato poco per volta dalla fine del ‘600 fino al secolo scorso, la cui facciata è un esempio di eleganza, con una lunga balconata ornata di ringhiera in ferro battuto. Potrebbe essere un palazzo romano.
Qui si serve il piatto forte del Festival della Valle d’Itria: all’interno dell’amplissimo atrio si ascolteranno il concerto sinfonico italiano (opere di Rota, Franchetti e Sotgiu), quello dei Barocchisti guidati da Diego Fasolis e soprattutto le tre opere principali, “Un giorno di regno” (Verdi), “Orlando furioso” (Vivaldi) e “Margherita d’Anjou”, che sono venuto a vedere.

Nessuno dei presenti aveva mai assistito, è sicuro, a una messinscena di quest’opera di Giacomo Meyerbeer: si tratta della prima rappresentazione in forma scenica in tempi moderni. Non è un melodramma serio, non è buffo, è un’opera semiseria, per cui all’interno di un evento storico intervengono sia vicende e personaggi reali sia immaginari, sia “tragici” che comici.
Si tratta di un genere scomodo, oggi: il tono generale è difficilmente rintracciabile, strattonata com’è la trama fa il comico e il patetico. La vicenda regale ne risulta sdrammatizzata, e grottesca risulta quella comica, dove il riso acquista un che di amaro. Qui subentra, con mano pesante, il regista.

Il campo di battaglia in cui Margherita (Giulia De Blasis), vedova di Enrico VI, è in guerra (la Guerra delle due Rose) diviene una passerella della London fashion week; la foresta in cui lei subisce l’agguato dei nemici un locale in cui si fuma erba; i quieti monti e la campagna in cui ristorarsi dopo la pugna una spa, e vi si gira in accappatoio e ciabatte.
La regina non è regina, è una stilista di grido, il Duca di Laverne suo generale (Anton Rositskiy) una rockstar, Isaura, il personaggio en travesti che nell’originale è la moglie del Duca, finisce per fingersi modello da collezione maschile, mentre il basso buffo barbiere-speziale (forse il migliore in scena, Marco Filippo Romano) è qui un conduttore televisivo coi capelli verdi e il trolley glitterato. Rimane un po’ imprecisato il ruolo di Glocester (Bastian Thomas Kohl), avversario di Margherita, ma le note di regia lo danno per magnate della stampa.

Insomma, il regista Alessandro Talevi fa probabilmente l’ultima cosa che ci si aspetterebbe di fronte a un’opera “nuova” di cui la trama è poco conosciuta e difficilmente rappresentabile. Ma a ben vedere è anche l’unica cosa possibile: stravolge, disinteressandosene, la trama. E lo fa tanto sapientemente che le dinamiche fra i personaggi slittano di epoca, di carattere, ma non d’intensità.

Gli elementi centrali (di volta in volta regalità, amore materno, sprezzo del pericolo, prepotenza, faciloneria e comicità) rimangono coerenti con l’originale. L’unico personaggio il cui tono scivola forse un po’ troppo verso il mezzo carattere è quello di Isaura, a cui dà corpo e voce Gaia Petrone, complice forse anche la fisicità minuta e quasi adolescenziale coperta di panni maschili.

Nulla delle ambientazioni o delle azioni previste dal librettista Felice Romani è mantenuto. E pur costruendo, nelle note di regia, un accurato cifrario di equivalenze fra quanto richiesto nel libretto e quanto presente in scena, ciò che si compie davanti agli occhi della platea è una riscrittura così radicale del contesto che gli eventi in quanto tali risultano in buona parte irrecuperabili a chi non abbia letto quelle note. Il che costringe a disinteressarsi dell’esatta collocazione dei fatti per occuparsi di altro. Questo “altro” sono lo spazio scenico e la musica. E, nella musica, ancor più, il canto, la gestione dello stesso.

Lo spazio scenico è meravigliosamente gestito, incorniciato sul fondo da una parata di alberi alti almeno quindici metri e splendidamente illuminato. La compagine di coristi e figuranti non conosce sosta, e continuamente accompagna i fatti, mai con banali controscene lasciate all’improvvisazione, sempre con coreografie attentamente misurate nell’ingombro e nella frequenza, ordinate dalla divisione in tre livelli del palcoscenico. Perfetto ed entusiasmante il finale dell’atto I, in cui il ritmo concitato della stretta di orchestra e banda diviene quello di una serata house, e il palco si trasforma in una discoteca colorata eccitata palpitante, fino all’accordo e al buio finale.

Talevi insomma non ha accettato la sfida del lavoro a favore del testo librettistico, come invece aveva fatto Sulla per “Le donne venticate”: ha svicolato, ribaltando la questione. E ha fatto bene. La sua, anche se lo “spiegone” delle note di regia non vuole riconoscerlo, è stata un’azione contro l’unità del testo operistico, da cui ha esautorato la drammaturgia letteraria, sostituendovi qualcosa, l’elemento piacevole (edonistico) della gestione del palco e del design scene/costumi.

La musica, infine, proprio grazie a questo distacco della regia da quello che avrebbe paradossalmente rischiato di divenire un obbligo di continua giustificazione dell’ingiustificabile, emerge pura e cristallina. I concertati sono coinvolgenti e inarrestabili, il singolare terzetto dei tre bassi nel secondo atto curioso, l’ultimo rondò di Isaura elettrizzante, l’aria di ingresso e cabaletta del tenore – in cui gli acuti (più o meno eleganti) si sono sprecati – stratosferica…
Questa lontananza sentimentale dalla trama fa proprio l’effetto di suggerire un superamento dell’idea della catena degli eventi: qui è il momento che conta, i singoli frame che si compongono sul palco, e i singoli momenti musicali con le loro particolari passioni (affetti, direbbe un arcade) vissuti nel presente del godimento musicale.

Photo: Paolo Conserva

Photo: Paolo Conserva

Finale
Atto secondo, scena quinta. Sotto una morbida scansione in due dell’orchestra, il violino introduce con una dolcezza che si imbizzarrisce in lunga cadenza virtuosistica, l’ingresso di Margherita, la quale, dopo un arioso punteggiato dagli interventi del violino, canta.

È l’inizio dell’atto, e un leggero fresco e costante soffio di vento s’insinua nell’atrio del palazzo. Le parole (si riferiscono alla vacuità del trono, al cuore triste di una regina), la situazione non hanno più importanza: conta solo il colore caldo dell’orchestra, l’agogica che ha la sprezzatura di sembrare naturale e invece è calcolata (che direttore immenso e umano è Fabio Luisi), e il dialogo concertante tra violino e soprano che si attendono, si rincorrono, scherzano l’uno con la frase dell’altro.
Ancor più vibrante nella successiva cabaletta si chiarisce la tensione edonistica, in cui le colorature sfidano le figurazioni e i trilli del violino, sempre presente.

La scena singola si stacca allora dal tutto dell’atto e del dramma; e nella scena l’aria, e nell’aria il colore, l’emissione, il timbro vocale si isolano ed emergono, o da un altro versante la fiorettatura, la roulade, la corona, riducendo il Tempo a un unico quasi immateriale frammento di bellezza. Così come le ornamentazioni isolate e capricciose che aggettano dalle superfici bianche delle case di Martina, il movimento improvviso del particolare che aggredisce e sprezza il totale nel canto ornato è la – forse pavida, forse saggia – fuga dalla logica verso il piacere.

MARGHERITA D’ANJOU
di Giacomo Meyerbeer
Melodramma semiserio in due atti di Felice Romani
Edizione critica di Paolo A. Rossini e Peter Kaiser – Editore Ricordi, Milano
Prima rappresentazione assoluta in forma scenica in tempi moderni

Margherita GIULIA DE BLASIS
Edoardo (figlio di Margherita) ARCANGELO CARBOTTI
Duca di Lavarenne ANTON ROSITSKIY
Isaura GAIA PETRONE
Riccardo, Duca di Glocester BASTIAN THOMAS KOHL
Carlo Belmonte LAURENCE MEIKLE
Michele Gamautte MARCO FILIPPO ROMANO
Gertrude ELENA TERESHCHENKO*
Bellapunta LORENZO IZZO
Orner DIELLI HOXHA*
Un Uffiziale MASSIMILIANO GUERRIERI*

Fattoria Vittadini
Mattia Agatiello, Vittorio Ancona, Erica Meucci, Sebastiano Geronimo, Giacomo Goina, Francesca Siracusa, Libero Stelluti, Loredana Tarnovschi, Cecilia Tragni

Figuranti
Edoardo Adamuccio, Alessandro Casati, Yuri Mari, Vittorio Ancona, Roberta Carbotti, Roberta Loparco, Francesca Topo, Asia Salamone, Caterina Castellana

Coreografie Riccardo Olivier

Maestro concertatore e direttore d’orchestra FABIO LUISI
Regia ALESSANDRO TALEVI

Scene e costumi MADELEINE BOYD
Lighting designer GIUSEPPE CALABRÒ

Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del coro Corrado Casati

Orchestra Internazionale d’Italia

Maestro di sala e al fortepiano Carmen Santoro
Maestro collaboratore Anastasia Gromoglasova
Maestri di palcoscenico Quintiliano Palmisano, Stefania Paparella
Maestro alle luci Valeria Zaurino
Assistente del direttore d’orchestra Vincenzo Milletarì
Asssistente alla regia Piero Mastronardi
Assistente alle scene e ai costumi Anna Bonomelli

Scenografia Laboratorio scenotecnico Chiediscena di Iezzi Filippo
Costumi Atelier Brancato Srl
Calzature CTC Srl

Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria

*Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”

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