Rip it up and start again di Motus. Facciamo casino sulle rovine del passato

I Motus alla Triennale (photo: Gianluca Di Ioia)
I Motus alla Triennale (photo: Gianluca Di Ioia)

La generosità di Motus torna in un progetto sensazionale. Generosità non solo nel dare tutto ad uno spettacolo, ma nel condividere la loro radicata esperienza e il loro sguardo sul mondo con gli allievi della scuola La Manufacture – Haute école des arts de la scène di Losanna. Dopo un percorso laboratoriale durato due mesi nasce “Rip it up and start again”, loro ultimo lavoro andato in scena al Teatro dell’arte della Triennale di Milano e in arrivo al Festival delle Colline Torinesi il 21 e 22 giugno.

Il titolo dello spettacolo-concerto-karaoke-manifesto – come lo definiscono – è tratto da un saggio di Simon Reynolds sul post-punk, fertile periodo artistico che ha visto la coagulazione di esperienze di dissenso e contaminazioni nel mondo musicale. Un’epoca che recupera il fallimento del punk e si riattiva, conquistando un nuovo posizionamento artistico, ma soprattutto politico.

Enrico Casagrande e Daniela Nicolò svelano agli allievi un passato recente che sfugge ai libri di scuola, un passato attraversato in prima persona. In un dialogo continuo con artisti come Ian Curtis, Nick Cave, Lydia Lunch, Siouxsie Sioux, nasce una drammaturgia che mixa biografie dei cantanti e vite dei performer riuscendo a sollevare la lacerante questione di cosa sia ancora possibile dire oggi, come sia possibile fare arte, creare sulle ingombranti macerie di chi ci ha preceduto.

Il loop autopoietico dello spettacolo ripropone con energia questo stato di autismo in un vortice musicale di due ore, che straccia anche l’aplomb borghese di una struttura lineare. Nel ritmo che pompa nelle casse si innesta quello graffiante dei ragazzi, che intervengono cantando sopra alla voce di vecchi vinili, parlando direttamente al pubblico, danzando, o semplicemente stando; del resto “ritmo e vita sono inseparabili”.
I pezzi anni ‘80-‘90 diventano le micce di un incendio emotivo in chi è nato in quel periodo ed è giovane oggi, con sorprendente reincarnazione di temi e sentimenti. Questioni razziali, cyber-femminismo, genere, rabbia per il presente, incertezza sul futuro infiammano il palco, progressivamente tempestato da luci stroboscopiche.
Il rischio che il lavoro risulti un calderone di cliché è sventato con intelligenza e ogni ammiccamento al politicamente corretto è sferzato via da una toccante umanità.

Da un lato lo sguardo personale dei ragazzi riesce a fare nuova luce su questioni ormai già masticate. Ne sono un esempio Davide Brancato che racconta i conflitti del mostro gender, ma sposta il focus sulla sua intimità: sono così, sono libero, sono queer, e fin qui tutto okay. Ma poi, dopo un commovente discorso su cosa sia l’amore, chiede: “Qualcuno vuole baciarmi?”. Nessuno risponde. Il silenzio è una molotov lanciata sul pubblico: parliamo tanto di diversità, di accettazione, ma anche negli ecosistemi protetti – come quello del teatro – siamo ancorati a stanchi stereotipi per i quali se sei biologicamente uomo, ma indossi un rossetto blu elettrico, non sei desiderabile. O ancora Gwenaëlle Vaudin che, partendo dall’immagine raccapricciante dei suoi denti marci – come quelli di Johnny Rotten -, sposta il discorso sul capitalismo e sul lucro disumano delle multinazionali, che nel loro spasmodico monetizzare distribuiscono prodotti che avvelenano i nostri corpi.

Dall’altro lato, c’è la cifra inconfondibile di Motus. Nella loro strabiliante apertura lasciano che la performance si scriva da sé, senza tracciare una regia rigorosa, trattenendo soltanto le briglie del loro dispositivo tecnologico in grado di amplificare la scena. Qui anche ciò che stiamo vedendo è qualcosa di già visto, in un gioco di specchi che fa della ripetizione l’apice dell’invenzione. Gli stessi strumenti sono investiti di potere trasformativo e si aprono alla visionarietà: un trapano materializza la rabbia e il terrore, i microfoni si fanno foresta.
Soprattutto, i Motus non si pongono come veterani teatranti dal sapere taumaturgico, ma coabitano la scena – Daniela Nicolò riprende i ragazzi – e cooperano alla scrittura al pari degli allievi. Non veicolano i corpi dei giovani in una modalità recitativa, non li inscatolano in un prodotto vendibile: lasciano che siano sé stessi, che si offrano nella semplicità di un quotidiano dirompente. Non cercano nemmeno di svelare qualcosa al pubblico, ma condividono senza reticenze la dubbia condizione del presente, innescando domande, piuttosto che fornire risposte. Ma, forse, come viene detto, “la malattia è la cura”, e sostare nella fervente verità del teatro riuscirà a salvarci da un mondo che crolla a pezzi, sempre più finto.

Rip it up and start again
regia e drammaturgia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
assistente alla regia Jonas Lambelet
suono Enrico Casagrande, Ian Lecoultre e Micaël Vuataz
video Simona Gallo
luci Simona Gallo e Daniela Nicolò
con gli allievi de La Manufacture – Haute école des arts de la scène Coline Bardin, Davide Brancato, Estelle Bridet, Arianna Camilli, Azelyne Cartigny, Guillaume Ceppi, Anastasia Fraysse, Aurélien Gschwind, Mathilde Invernon, Agathe Lecomte, Antonin Noël, Martin Reinartz, Elsa Thebault, Gwenaëlle Vaudin, Adèle Vieille
costumi Doria Gómez Rosay
tecnica Simona Gallo, Ian Lecoultre e Ludovic Fracheboud
produzione in Francia e Svizzera Marion Grossiord, Elodie Blomet
produzione in Italia Elisa Bartolucci con Shaila Chenet, Marta Lovato e Mariagloria Posani
una produzione La Manufacture – Haute école des arts de la scène con Motus
con il sostegno di MiBAC, Regione Emilia Romagna e Fondazione Ernst Göhner

durata: 2h
applausi del pubblico: 2’ 40’’

Visto a Milano, Teatro dell’Arte, il 4 giugno 2019

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