Ritorno al Futuro: prime suggestioni da Brescia

Raffaella Agate in La mia gamba sinistra
Raffaella Agate in La mia gamba sinistra

Raffaella Agate in La mia gamba sinistra

A Brescia, nel centro storico, vicolo delle Vidazze è una stradina tra via Dante e corso Garibaldi. Non tutti sanno bene dove si trovi, ma chiedendo al panettiere storico della città vi manderà dalle parti della Pallata, una vecchia torre medievale alta più di 30 metri.
È l’unica indicazione di cui ci si può fidare.

Tra gli archi, il verde dell’edera e il profilo di un antico palazzo, al civico 15, si trova lo Spazio Idra.
È qui che prende il via la seconda edizione del festival Ritorno al Futuro, con un aperitivo informale, che lascia intravedere il fermento e la vivacità della scena lombarda, quella lontana dai palcoscenici milanesi e dal monopolio del capoluogo, ma attiva e presente, con rassegne, nuove iniziative e, forse, tra i lati positivi di risiedere e lavorare fuori dalla scena, spesso troppo satura, di Milano, anche con maggiori possibilità di autosostentarsi.

Dietro la porta dello Spazio Idra, la prima saletta è solo un indizio della residenza, che si allunga in due sale prove, un teatro, uffici e una piccola foresteria per gli artisti: “Siamo piccoli ma quasi completamente autosufficienti – ci racconta Davide D’Antonio, direttore artistico della residenza, che s’improvvisa guida turistica fra i tanti ambienti – Riusciamo a essere indipendenti dai finanziamenti pubblici e continuare a lavorare con autonomia”.

Giovedì 21 il primo sipario si apre su “La mia gamba sinistra”, assolo di Raffaella Agate, danzatrice e attrice, classe 1977, ospite di Spazio Idra.
Sola in scena, ci racconta della sua gamba sinistra che “non la sento ma c’è”, dando vita a una sorta di epopea contemporanea sulle aspettative riservate alle giovani donne, costrette alla bella figura, la buona postura, continuando, in perfetta rima alternata, tra passi di tango e scanzonati plié, a scansare la sorte di “consulente legale supremo, nella salute e nella malattia, al di là di ogni orario sindacale di lavoro”.
Un esordio esilarante, dove Raffaella sfrutta tutte le potenzialità di una scenografia minimale e mescola danza a teatro di parola, ma che scivola in una messinscena un po’ sovraccarica nella seconda parte, perdendo un po’ il ritmo.

Il festival si sposta poi in Contrada Santa Chiara, presso il teatro omonimo dove, sotto il soffitto affrescato dell’antico convento cinquecentesco, aleggia un’insolita nebbia, preludio all’atmosfera rarefatta del secondo spettacolo della serata, del duo C&C Company, nato nel 2011 dall’incontro tra Carlo Massari e Chiara Taviani, entrambi provenienti dalla scuderia di performer nomadi del Balletto Civile.
“Tristissimo” è il secondo capitolo della trilogia del dolore, “Trilogy of Pain”, iniziata con “Maria Addolorata”, ispirato ai temi wagneriani di Tristano e Isotta.
In scena, “Tristissimo” condivide con il Tristan und Isolde solo un’allitterazione. In realtà, non si mira alla magniloquenza delle opere di Wagner, né troviamo i toni austeri e a tratti barocchi della tragedia lirica. Il fumo iniziale, poi il bianco abbacinante, la semplicità della scenografia e degli oggetti di scena riportano quasi a un tempo primigenio, dove a dialogare sono i corpi e le parole, quando ci sono, che assumono la forma del luogo comune, quasi del non-sense.

“Per realizzare le sue opere, che furono quasi esclusivamente su commissione, lo stesso Wagner cominciò uno studio sui suoni che generano malinconia – racconta Carlo Massari – Abbiamo voluto ricreare lo stesso stato d’animo”.
Gli stessi colori adoperati in scena, il bianco, il nudo, creano uno scenario algido, ovattato, e la danza, più gestuale che corporea, rispetto ai primi spettacoli, conferma Carlo, fatta anche di silenzi, pause ritmate, mira a condurre a quel lieve stato di grazia in cui può capitare di trovarsi, quando ci si crogiola nello spleen e nella malinconia.

La Residenza Idra a Brescia accoglie pubblico e artisti per il festival (photo: Valeria Nicoletti)

La Residenza Idra a Brescia accoglie pubblico e artisti per il festival (photo: Valeria Nicoletti)

Da una suggestione a quella successiva, il teatro inizia prima del sipario nella serata di ieri, con una preparazione quasi rituale, alla luce di un abat-jour.
Lo spettacolo di PietraTeatro, per la regia di Natascia Curci, si svolge a turni di 15 minuti, riservati a soli sette spettatori.
Si lascia fuori tutto il superfluo: scarpe, borse, sciarpe, e pure taccuini per gli appunti.
È tutto buio, è possibile muoversi solo seguendo la luce di una torcia. È difficile sintetizzare nella scrittura il groviglio di sensazioni che avvolgono i partecipanti in quella manciata di minuti. Si resta ipnotizzati, trascinati, e nel buio ci si abbandona volentieri alle mani che, nell’oscurità, guidano la performance, agitano le lenzuola simulando il vento, dai corpi che si raggomitolano simulando un bozzolo di nuova vita.

Le coordinate spazio-temporali smettono di significare. Il teatro si disgrega e va oltre il concetto di interazione con il pubblico. Si resta passivi pur muovendosi su questa scena fatta di drappi bianchi e boccioli umani. Non c’è imbarazzo, non ci sono timori, solo il desiderio di restare immersi in questo strano limbo il più a lungo possibile.

L’atmosfera cambia al Teatro Santa Chiara. In scena, la giovane compagnia Luilebaciò, con lo spettacolo “Gradi Kaelvin”. Torna un tema ormai ricorrente nelle produzioni (e nelle cronache) di questi anni: la realtà surreale dei social network, la gestione dei profili dopo la morte, perché “un profilo è per sempre”, ma anche la possibilità di racchiudere uno stato d’animo, un’esistenza, tutta in un hashtag. O ancora l’assurdità degli obiettivi da raggiungere, sopravvivere al Natale, al carnevale, al primo funerale, e poi il tempo, che si disgrega in un susseguirsi di ore, un’unità di misura sopravvalutata, quando si farebbe meglio a badare ai singoli minuti.

A metà tra danza, arti performative, teatro di parola e gestualità, i quattro di Luilebaciò mettono in scena un patchwork curato nei minimi dettagli, dalla scenografia all’apparato sonoro, tuttavia poco coeso e con forse troppi spunti, che probabilmente meriterebbero un po’ più di tempo e riflessione. Pur mancando forse ancora d’unità d’azione, “Gradi Kaelvin” mette sicuramente in evidenza le straordinarie potenzialità tragicomiche della compagnia e della sua scrittura scenica.

Ritorno al Futuro prosegue ancora oggi, e vi racconteremo su queste pagine altre atmosfere, suggestioni, voci e aspettative di giovani compagnie (e non solo) alla ricerca di un futuro…

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