I ritratti d’ordinaria umanità del Danae Festival XVIII

New Horizon di Marilungo
New Horizon di Marilungo

Variegato e polimorfo, allegramente autunnale, Danae XVIII, il festival curato dal Teatro delle Moire, ha offerto in questa edizione 2016 ritratti d’umanità ordinaria.
Ci siamo già soffermati sulla poetica di Silvia Gribaudi, capace di restituire linfa a corpi sfibrati, e sulle tormentate tonalità intimistiche di Filippo M. Ceredi.

Merita un approfondimento lo spettacolo “New Horizon” di Francesco Marilungo (andato in scena al Teatro Out Off) che fonde in un tutto organico danza, visual e performing art.
Il lavoro prende il titolo dalla navicella New Horizons: l’ultima sonda partita alla volta dell’iperuranio reca l’autoritratto visivo e sonoro del nostro pianeta a destinatari extraterrestri del tutto virtuali. È invece certa l’angoscia dell’uomo per le domande irrisolte sulla vita e sulla morte, come il bisogno d’assoluto che ci attanaglia.
Supportato da Alice Raffaelli, sua partner in un percorso artistico che vanta collaborazioni anche con Enzo Cosimi, Marilungo dà vita ad una danza rarefatta di suoni siderali e bagliori lunari. I due performer sono cellule in osmosi, particelle folgorate nello spazio-tempo. L’intreccio dei due corpi diafani, spogliati di ogni residuo fisico, crea una sorta di kamasutra spirituale. Luci al neon azzurrognole interagiscono con corpi lattiginosi, rendendo ancora più segreta la danza, più astratte le coreografie. Ne deriva un’estensione scenica distante dagli affanni umani.
È una sorta di elogio della lentezza, mentre l’abbraccio finale tra i due performer, che nel silenzio riacquistano respiro e consistenza fisica, ci ricorda quanto banali e ridondanti possano risultare le parole davanti alla potenza dei gesti.

È lo stesso presupposto da cui sembra partire il francese Laurent Bigot con il suo “Petit Cirque”, presentato a LachesiLAB. Quello che prende vita sotto gli occhi stupiti del pubblico è un circo sonoro i cui artisti sono giocattoli di gomma, oggetti minimalisti dotati di energia semovente. Pezzi di plastilina si lanciano in capriole che neanche Yuri Chechi. Oppure ballano il rock da fare invidia a Elvis. Rumori, battiti, rulli, tintinnii diventano orchestra. Stupisce la semplicità di questi strumenti, quanto l’ingegnosità elementare dei loro meccanismi. Un palcoscenico mignon è presepe di topi, ragni e papere, giocattoli stilizzati nell’armonia di suoni d’ogni risma.
Bigot è demiurgo inesauribile, capace di agitare residui dei mercati delle pulci e avanzi di bricolage, stabilendo con tutte le sue creazioni una complicità sorniona.

Il Petit Cirque di L. Bigot

Il Petit Cirque di L. Bigot

Un’impronta fanciullesca caratterizza anche “Diario di bordo: gennaio 1978” di Alessandro Bosetti, accompagnato dalla chitarra del giapponese Kenta Nagai.
È la narrazione di un viaggio in barca a vela tra Gibilterra e le isole Canarie. Lo spettacolo, presentato in anteprima a Zona K, è un ibrido sperimentale di note, canto e parole.
Bosetti ricompone segmenti di vita familiare. Soprattutto, dà fondo alle potenzialità della propria voce. Tra descrizioni come diapositive e rigurgiti di una giovinezza spensierata liminare con l’infanzia, prende corpo una vocalità radiofonica contigua con il teatro musicale e di narrazione orientale.
Ne nasce una performance acustica che, alternativamente, dilata e comprime gli spazi, contempera il silenzio e l’assordante, distribuisce presenze e assenze. La voce in scena di Bosetti è sottolineata da una voce gemella fuoricampo, mentre dalla chitarra di Nagai partono note esplosive come supernove.
Persiste qualcosa di grezzo in questo lavoro dai vocalizzi dirompenti, forse da rifinire. Il chiasso di toni e timbri configge con la scorrevolezza della narrazione. Piaccia o no, è la cifra di questo artista eclettico, che spinge la propria voce lungo sentieri impervi.

Ha il taglio sociologico del documentario, invece, il lavoro sulla famiglia che il collettivo Zimmerfrei ha presentato al TeatroLaCucina. In scena, seduti davanti al pubblico, persone  normali di famiglie normali: abitudini buffe, tic, manie isterismi e affetti, vezzi ed emozioni. Storie comuni di litigi e rappacificazioni, di antagonismi e perdoni. In scena tanti adulti, attori non professionisti, che interpretano se stessi. Un nugolo di bimbi scorrazzano sul palco facendo quello che gli pare, come in una casa qualunque alla presenza di ospiti qualunque.
È l’esito di un laboratorio curato dalla film maker e artista  Anna de Manincor, dalla drammaturga Anna Rispoli, con i suoni di Massimo Carozzi.
Presto il lavoro decolla. I dati statistici si arricchiscono di immagini e coreografie, la quotidianità si tinge di momenti onirici, di voci soffuse e racconti bisbigliati dentro atmosfere notturne, in una scenografie di tende come lanterne cinesi.
Questo progetto è gioco e scienza, e sintetizza in qualche modo la natura di Danae, che è intreccio di teatro, musica, cinema, e arti visive. Punta all’incontro tra reale e immaginario. Mette in dialettica sociale e  privato.

Alla compresenza di linguaggi espressivi diversi, derivanti da background di partenza del tutto differenti, punta anche, nel lavoro “Legends & Rumors”, il trio composto dal performer e musicista anglo-elvetico Phil Hayes, dall’artista visuale spagnola Maria Jerez e video-artista e coreografo austriaco Thomas Kasebacher. Tuttavia il loro spettacolo, che invita a riflettere sul confine tra ciò che è semplice e banale e ciò che è leggendario e memorabile, diventa a tratti arzigogolato e futile. Questo esercizio metateatrale, andato in scena all’Out Off, supera le istanze artistiche ponendo l’accento sulla fatica di creare. L’improvvisazione esaspera la ripetizione del gesto e dell’azione scenica, lasciando nello spettatore un senso di irresolutezza e di frustrazione.

Il trio di Legends & Rumors (photo: Adrian Elsener)

Il trio di Legends & Rumors (photo: Adrian Elsener)

Va rifinito anche “Vedi alla voce Alma” delle Nina’s Drag Queen. Diretto da Alessio Calciolari, il drammaturgo e interprete Lorenzo Piccolo ripercorre il complicato amore tra Alma Mahler e il pittore Oskar Kokoschka. Lo fa con accenti cinematografici da telefoni bianchi, tra atmosfere fumose e decadenti che enfatizzano lo stile delle Drag Queen.
Il lavoro mira ai sentimenti e rivela buone qualità attoriali. Eppure non riesce a emozionare. La ricostruzione di un’epoca, l’alternarsi di vari registri tecnici e stilistici, la ricchezza di elementi scenici, non bastano a vivacizzare lo spettacolo, che illanguidisce su ritmi blandi.

Quanto al festival nella sua complessità, Danae si conferma scrigno capace di far coesistere artisti e stili molto diversi tra loro. Con piglio mai banale, offre un condensato delle migliori istanze di un teatro italiano contemporaneo permeabile ai nuovi linguaggi e alle esperienze d’oltreconfine più significative.

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