Ritratto di una Capitale: Calbi e Arcuri in viaggio nella stasi romana

L'Arcispedale di Magrelli con Milena Vukotic e Lorenzo Lavia
L'Arcispedale di Magrelli con Milena Vukotic e Lorenzo Lavia

Nell’autunno scorso “Ritratto di una Capitale” è stato il grande progetto con cui Antonio Calbi, allora neo-direttore artistico del Teatro di Roma, presentava al pubblico capitolino la sua vocazione, classica ma impegnativa: un teatro d’esperienza sociale. Il lavoro era nato dalla collaborazione tra Calbi e Fabrizio Arcuri, che del risultato finale è stato regista, e gli sforzi erano stati ripagati da un impatto su pubblico e critica senz’altro significativo.
Ora, fino al 3 gennaio (stasera replica alle 21), viene proposta una versione scorciata e riadattata di quella maratona teatrale, in cui le tavole del polittico di Roma – i corti teatrali insomma – si sono ridotti da ventiquattro a sei.

L’opera di sintesi, nonostante l’ampiezza dei tagli, riesce a condensare le qualità del progetto originale: non si perde né l’idea dello spettacolo come viaggio urbano, le cui tappe sono segnate dalla topografia esplicita dei vari corti, oltre che dalla loro scansione oraria, né la capacità di variare i linguaggi accostando testi scritti da autori più affini alla letteratura (come Magrelli) ad altri visceralmente drammaturgici (Paradivino, Timpano&Frosini).

Queste “Sei scene di una giornata a Roma”, come recita il sottotitolo, hanno il pedigree dello spettacolo istituzionale, e non fanno nulla per nasconderlo. Giustamente: la retorica antagonista ha coltivato l’allergia per questa parola, come se «istituzionale» volesse per forza dire indulgente, compromesso. Il progetto di Calbi, invece, mostra quanto si possa essere coraggiosamente istituzionali: per i contenuti (lo diremo tra poco: nei testi troviamo tutto il contrario del panegirico), ma soprattutto per la volontà di esporre una cultura “in atto”, senza fronzoli e metafore, raccogliendo lo sguardo degli artisti su Roma e gettandolo in faccia agli spettatori, per avere reazioni immediate, per stringere con forza il nodo che lega il palco, il pubblico, il territorio, ma anche la maggioranza che a teatro non va, e che tanto più costituisce l’ossatura della Roma quotidiana.

I sei atti avvengono nel versatile set virtuale di Luca Brinchi e Roberta Zanardo dei Santasangre e di Daniele Spanò. Delle musiche si sono occupati i Mokadelic con il loro post-rock (il gruppo ha all’attivo anche la colonna sonora della serie “Romanzo Criminale”): lo scorso anno erano state eseguite dal vivo, ma anche in riproduzione mantengono un grande impatto.

Si comincia con la scena avvolta da una caligine che, vista l’emergenza smog, dà al primo corto, “Odioroma”, un tocco di particolare attualità. Anna Bonaiuto è una donna di mezza età al primo appuntamento con uno psicanalista junghiano, distratto e un po’ imbolsito (Roberto De Francesco): è straordinaria nel passare dal minuetto delle preoccupazioni borghesi, delle creme di piselli, dal fastidio idiosincratico per la sciattezza di Roma, al graduale emergere dei sommovimenti interiori, risvegliati dalle tombe antiche di via del Mandrione.
Roma si rivela molto meno colpevole di quanto sembrava facile credere: allora bisogna piuttosto trovare il coraggio di ascoltarla, senza temere i dedali dei suoi rioni e della nostra psiche.

Milena Vukotic è un’eterea signora nell’astanteria dell’ospedale Santo Spirito, che in piena notte la penna di Valerio Magrelli fa dialogare con un tossicodipendente in attesa del metadone (un convincente Lorenzo Lavia). La Vukotic legge ad alta voce un pannello storico affisso in sala, indispettendo il ragazzo, che si esprime – come molti dei personaggi di questi ritratti – in quello che i linguisti chiamano “italiano de Roma” e non dialetto, perché non è così distante dalla lingua comune da poter essere considerato una varietà sub-standard.
Magrelli, da poeta, è delicato e precisissimo nel dare vita ad un tipo sociale credibilissimo: un’anziana alto-borghese, colta, aperta sì agli altri, ma attraverso il filtro di un raziocinio che complica maledettamente l’autentico contatto empatico con chi è lontano e diverso. Si vedono, come in controluce, le tante insicurezze: ma proprio attraverso queste piccole feritoie l’incontro sembra farsi possibile.

Veniamo a “Flaminia bloccata”, di un Fausto Paradivino che raramente delude. Anche qui la fa da padrona l’italiano de Roma, grazie soprattutto all’abilità con cui Lucia Mascino e Filippo Nigro ne esaltano sia i lazzi sia il più becero registro qualunquista, furbesco. I due sono protagonisti di un incidente sulla Flaminia, soccorsi da Pieraldo Girotto: ne nasce un triangolo drammaturgico in cui quest’ultimo svolge il ruolo di vertice alto, esterno, già soltanto per il suo parlato settentrionale. Paradivino sfrutta tutto il suo mestiere per mettere in scena un raccontino allegorico e assurdo, che dal punto di vista di Girotto mette in luce la voluttà generosa, ma anche la patologica inerzia (“tu proponi, noi contestiamo”) di una certa (ma diffusa) romanità.

Flaminia bloccata di Paravidino, con Nigro, Mascino e Girotto

Flaminia bloccata di Paravidino, con Nigro, Mascino e Girotto

Lucia Mascino e Josafat Vagni sono protagonisti di “Roma est”, un essenziale racconto di Roberto Scarpetti, ispirato ad un omicidio razzista nella periferia romana. Questo corto è forse l’anello più debole e inoffensivo dei sei, sia per un testo che alterna forzature liricheggianti a dialoghi o monologhi molto prevedibili (per quanto drammaticamente realistici), sia per una regia fiacca e adagiata sulla giustapposizione dei quadri scenici, inesorabilmente intervallati dalla proiezione del passaggio di un treno sulla banchina di una stazione metro (non avevo mai visto una metro passare così frequentemente a Roma). Occorre però ammettere che, fossi un insegnante di periferia, sarebbe questo il primo spettacolo che porterei i miei alunni a vedere.

Cambio di scena ed ecco due attori che saprebbero conquistare il palco anche con braccia e gambe legati: Sandro Lombardi e Roberto Latini, nei panni del poeta Victor Cavallo e del ballerino di «Saranno famosi» Leroy Johnson. Sono “Angeli cacacazzi”: nei loro cappotti posticci vivono la  solitudine della fine della carriera, con una smagata disperazione urbana, forse fin troppo echeggiante i cieli di Berlino di Wim Wenders e – complice una malinconia d’antan (te la ricordi «l’idrolitina ppe’ ffa’ l’acqua friccicarella»?) – legata all’immagine, ahimé arruginita, di una Roma screziata dai colori dei suoi artisti, perfino quando li abbandona e dimentica.

La malinconia di Daniele Timpano ed Elvira Frosini è invece un grimaldello, uno strumento caricaturale: bastano un paio di battute e siamo già dentro il loro riconoscibilissimo stile drammaturgico.
Sono figure ferme, in piedi, quasi neutre, che gli occhi di bue fanno emergere, isolate, dal buio: “Alla città morta. Prima epistola ai romani” segue le linee attorte dei loro scambi di battute, della loro intimità pigra mista alla rapida invettiva. In questa dimensione catacombale s’insinua l’ossesso di un’Italia che sui giornali dice di essere in fermento, che riapre, riparte, si muove, si scuote («ma sarà un assestamento»).
Le macerie ci sono da talmente tanto tempo che ci si è abituati a starci sotto come a un piumone, anche se l’aria si fa asfittica («Ma è tanto che non facciamo più niente?» «Ab urbe condita») e la rabbia verso i noti vizi del teatro capitolino ha bisogno di sfogarsi, di farsi urlo. Il ponentino fa bene sotto le macerie, è un refolo confortante, ma non così tanto da impedire alla passione di condensarsi in slanci metateatrali che chiamano in causa il pubblico nel suo essere lì, al Teatro Argentina, inevitabilmente complice.

Pensando all’effetto d’insieme del “Ritratto di una Capitale”, colpisce che tutti i corti (tranne “Roma Est”) sfruttino stilemi beckettiani e da teatro dell’assurdo: come se fosse necessario partire dall’assunto della Roma ferma, stupita del suo durare, del suo esserci ancora e da sempre (soprattutto in Paradivino e in Timpano-Frosini).
Ma col “Ritratto di una Capitale” s’impone anche una novità forte, evidente, significativa: in queste rappresentazioni della stasi romana non c’è più alcuno spazio per l’autocommiserazione (soltanto in Paradivino c’è traccia di tenerezza pasoliniana, ma il finale ne smaschera l’amarezza, quasi il sospetto); soltanto ironia, severità, paradossale lucidità. E non c’è neanche dolore. Come a dire: la misura è colma. Se si decide di stare a Roma, di fare teatro e cultura a Roma, o più banalmente di dedicarsi alla propria passione – qualsiasi essa sia – non è per un innamoramento decadente e fatalista, ma per una scelta consapevole, contingente, per un equilibrio di fattori in cui non c’è più spazio per il posticcio romanticismo rugantino: entrano in gioco scelte etiche precise.

Perché alla fine dei conti ne vale la pena, perché è a Roma che abbiamo incontrato nostra moglie, e perché è vero che le macerie di questo proverbiale museo a cielo aperto non sempre soffocano, ma in qualche modo scaldano e proteggono. Queste cose, però, gli artisti della Roma di oggi le dicono senza più alcuna pietà per la romanità media, per la sua apatia travestita da cagnara, per le municipalizzate corrotte dal qualunquismo prima ancora che dai politici.
Si sta a Roma nonostante. Come fosse il risultato di un’operazione algebrica, di una sottrazione, scritta in colonna come alle elementari nel quaderno a quadretti della mente: sarà un fallimento per tutti quando il risultato si avvicinerà ancor di più allo zero.

RITRATTO DI UNA CAPITALE. SEI SCENE DI UNA GIORNATA A ROMA
un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri
regia: Fabrizio Arcuri
colonna sonora composta da Mokadelic
set virtuale: Luca Brinchi, Roberta Zanardo/Santasangre e Daniele Spanò

L’ARCISPEDALE QUANDO SI FA L’ALBA
di Valerio Magrelli
con Milena Vukotic e Lorenzo Lavia

FLAMINIA BLOCCATA
di Fausto Paravidino
con Pieraldo Girotto, Lucia Mascino, Filippo Nigro

ROMA EST
di Roberto Scarpetti
con Lucia Mascino, Fabrizio Parenti, Josafat Vagni

ANGELI CACACAZZI ovvero AH, COME STAREI BENE A VIVE SE FOSSI MORTO
di Elena Stancanelli
con Sandro Lombardi e Roberto Latini

ALLA CITTÀ MORTA. PRIMA EPISTOLA AI ROMANI
di e con Daniele Timpano e Elvira Frosini

ODIOROMA
di Mariolina Venezia
con Anna Bonaiuto e Roberto De Francesco

produzione: Teatro di Roma

durata: 2 h 20′
applausi del pubblico: 5’

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 22 dicembre 2015

1 Comment

  • Paolo ha detto:

    Sono d’accordo sulla visione generale dello spettacolo e sulla sua “necessità”: mi sembra, però, che il testo di Magrelli sia banale e prevedibile ed affidato ad un Lavia fuori parte; su Roma Est, invece, non sarei così negativo, anche perché il realismo del testo non è di per sé un demerito, specie se affidato ad ottimi interpreti (Josafat Vagni, soprattutto). Sono d’accordo del tutto, invece, sulle vette raggiunte dagli Angeli e da Timpano/Frosini e sul divertente apologo di Paravidino. Credo, in definitiva, che si sia trattato di un buon esperimento.

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