Roberto De Lellis, nuovo direttore di Ater: “Non voglio fare il direttore artistico ma il facilitatore”

Roberto De Lellis
Roberto De Lellis

Da pochi giorni Ater Fondazione, il circuito regionale multidisciplinare dell’Emilia Romagna, ha un nuovo direttore, Roberto De Lellis.
De Lellis ha dedicato la sua vita al teatro, attraversandone tutte le più disparate forme: è stato direttore di produzione di Teatro Gioco Vita di Piacenza, coordinatore del circuito Aterdanza e professore a contratto al DAMS di Bologna, ha diretto l’Istituto di Cultura Teatrale a Santarcangelo di Romagna e ha lavorato con Franco Quadri alla Biennale di Venezia. Presidente e direttore del Teatro delle Briciole tra il 1990 e il 2000, ha poi collaborato con Sosta Palmizi e il Festival delle Nazioni, che ha diretto fino al 2007.
Lo abbiamo incontrato all’inizio di questo suo nuovo importante incarico per capirne gli umori e le prime direzioni verso cui indirizzare l’ente.

Quali sono le tue sensazioni ora che sei arrivato ad una carica così importante, dopo una vita passata ad attraversare tutte le forme teatrali?
Ti rispondo con una parabola di Bertold Brecht, tratta da “Me-Ti il libro delle svolte”:
“Tu venne da Me-ti e disse – Io voglio partecipare alla lotta delle classi. Ammaestrami -. Me-ti disse: – Siediti -. Tu si sedette e chiese: – Come devo combattere? – Me-ti rise e disse: – Stai seduto bene? – Non so, – disse Tu stupito, – in che altro modo dovrei sedermi? – Me-ti glielo spiegò. – Ma, – disse Tu impazientemente, – io non sono venuto per imparare a star seduto. – Lo so, vuoi imparare a combattere, – disse Me-ti pazientemente, ma per far questo devi star seduto bene, perché adesso per l’appunto stiamo seduti e vogliamo studiare seduti -. Tu disse: – Se si aspira sempre ad assumere la posizione migliore e a tirar fuori il meglio da quel che c’è, insomma, se si aspira al godimento, come si fa allora a combattere? – Me-ti disse: – Se non si aspira al godimento, non si vuole tirar fuori il meglio da quel che c’è e non si vuole assumere la posizione migliore, perché allora si dovrebbe combattere?”.
Ecco, per me non c’è davvero una differenza di “sensazioni”, non ci sono cariche o lavori importanti o meno importanti. Farò quello che ho sempre fatto con serietà e cura. Due passi in avanti e uno indietro, come mi ha insegnato il mio amico Diego Maj.

Quali sono secondo te le forze e le debolezze del sistema teatrale dell’Emilia Romagna?
Il sistema emiliano ha 75 anni di storia alle spalle, è questa la sua forza. Dal dopoguerra in poi, prima le amministrazioni locali e poi quelle regionali a partire dal 1970 hanno perseguito con costanza e perseveranza l’idea di costruire un sistema plurale, integrato tra le varie discipline dello spettacolo dal vivo e diffuso su tutto il territorio. L’ATER è stato il primo strumento di questa politica culturale e il nucleo di quello che è nato dopo: innanzitutto l’ERT, oggi teatro nazionale, poi la Toscanini, prima orchestra regionale, infine l’Aterballetto, oggi fondazione nazionale della danza e unico centro di produzione della danza di natura pubblica, dove cioè è possibile l’avvicendamento delle direzioni artistiche.
Qui è nato il primo festival dedicato al teatro di strada e poi alle avanguardie, Santarcangelo, dove ho mosso i miei primi passi; ci sono quattro dei principali centri di produzione per ragazzi – in due dei quali ho lavorato per trent’anni – un centro di ricerca a Ravenna, uno dei più solidi e longevi, sei teatri di tradizione, quasi uno per provincia, una fondazione lirica sinfonica a Bologna, un teatro di rilevante interesse culturale a Parma, un formidabile sistema di residenze guidato dalla pionieristica esperienza dell’Arboreto. Scenario ha trovato casa qui, la rete Anticorpi, che ha rivoluzionato la danza contemporanea italiana, è nata a Ravenna. Senza dimenticare le compagnie che hanno fatto la storia della sperimentazione, Raffaello Sanzio in testa. E tralascio tutte le altre innovative esperienze, il teatro nelle carceri o per i centri d’igiene mentale. È sufficiente?
Naturalmente un insieme così complesso e multiforme ha bisogno di manutenzioni periodiche. Bisogna sostenere le esperienze più fragili, garantire il ricambio generazionale, favorire le politiche di rete e il riequilibrio territoriale. Sicuramente dobbiamo lavorare più insieme, anche tra diversi, perché è importante imparare l’uno dall’altro e le buone pratiche nascono solo dalla condivisione.

Quali saranno le modifiche che vorrai, col tempo, apportare?
Il primo importante cambiamento è avvenuto qualche mese fa, alla fine dello scorso anno, e non dipende da me. ATER si è trasformata da associazione in fondazione di partecipazione. Questo significa che ha ricevuto dallo statuto una nuova missione: è come essere passati dalla monarchia alla repubblica, per capirci.
Oggi il compito della nuova fondazione è quello di assolvere a una missione pubblica, con finalità di interesse generale e senza scopo di lucro. Le parole chiave saranno trasparenza, pubblicità, imparzialità e partecipazione.
Per quel che mi riguarda lavorerò al servizio di questo nuovo progetto: cercherò di favorire il dialogo con tutti i teatri del circuito e il loro protagonismo nelle scelte; non voglio fare il direttore artistico ma il facilitatore.
Nessuno dei nostri teatri si trova nelle città capoluogo, ma solo nei piccoli centri: qui è più forte l’esigenza di far circolare l’innovazione. Per questo darò più peso all’educazione della visione, agli aspetti laboratoriali, tenendo fede a quella che è la mia stessa origine, il teatro per ragazzi.
Spero di dare più spazio a vecchie e nuove forme di spettacolo: il teatro di figura e il circo contemporaneo, che possono dare nuova linfa alle stagioni teatrali.
Non dimenticherò certo la danza, che ha occupato gli ultimi vent’anni della mia vita professionale. Ma il focus principale riguarderà la musica attuale, per la quale è stata fatta una nuova legge regionale: vorrei tentare di riprodurre per la musica il modello che avevo utilizzato anni orsono per la danza, e che ha prodotto risultati significativi, vale a dire un sistema di incentivi per mettere in rete i luoghi della musica con i gruppi e gli artisti indipendenti.
La novità principale sarà però rappresentata dalla promozione all’estero dell’intero spettacolo dal vivo emiliano-romagnolo: una sfida difficile ma affascinante, il tassello che manca al sistema teatrale e musicale della nostra regione.

Quali sono secondo te le maggiori storture presenti nel sistema teatrale italiano?
C’è squilibrio tra offerta e domanda: un eccesso della prima e un’incapacità della seconda ad accogliere la grande quantità di produzioni in circolazione. Bisognerebbe dare più incentivi alla diffusione e meno alla produzione. Invece i numerosi bandi che vengono continuamente pubblicati stanno facendo esattamente il contrario. Il risultato è che la maggior parte delle compagnie produce spettacoli che fanno al massimo quattro/cinque repliche, quando va bene: a che serve?
A farne le spese sono le nuove generazioni, che fanno un’enorme fatica ad affermare le proprie proposte.
Il sistema pubblico deve rafforzare il proprio ruolo di regolatore del mercato, assumendosi maggiori responsabilità su questo fronte e ricevendo una missione più stringente dallo Stato centrale e dalle amministrazioni territoriali e locali.
La concertazione tra le istituzioni deve poi trovare una formalizzazione più chiara, individuando strumenti concreti, ad esempio convenzioni inter-istituzionali, per selezionare la qualità e l’innovazione. Non mi addentro nelle questioni legislative e regolamentari perché potremmo non finire quest’intervista… Dico solo che la legge sullo spettacolo della nostra Regione dura dal 1999 e funziona ancora bene…

Ci sono effetti positivi che il tempo sospeso che abbiamo vissuto porteranno in qualche modo al teatro?
Siamo fragili e senza certezze, più esposti di altri settori alla precarietà e al rischio di scomparire. Abbiamo però reagito con buona creatività e prontezza all’inimmaginabile situazione che si è creata. Soprattutto i più giovani non si sono persi d’animo, hanno lavorato, prodotto idee, dimostrato che è possibile adattarsi e sopravvivere a qualsiasi condizione. È questa la forza da Homo Sapiens, in particolare di noi teatranti: siamo duri a morire. L’amore per questo lavoro è difficile da sconfiggere.

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