Roberto Latini: “Torno sul palco dopo 132 giorni di assenza”. Videointervista

Latini in In Exitu (photo: NTFI)
Latini in In Exitu (photo: NTFI)

132 giorni di assenza dal palcoscenico pesano eccome. Glielo si legge nello sguardo e lo si sente dalle sue stesse parole. Dopo oltre quattro mesi di stop totale, Roberto Latini sceglie Asti per riprendere il cammino interrotto. E lo fa con un monologo complesso, “In Exitu” di Giovanni Testori.

E’ un “recupero” di una data fissata tempo fa a Spazio Kor e ora impossibile da proporre in quel teatro troppo difficile per garantire le distanze degli spettatori.
Siamo quindi al Teatro Alfieri e ci accomodiamo in un palchetto, schiena alla scena, mentre in lontananza si sentono i tecnici che stanno ultimando l’allestimento.

L’estate di Latini è inevitabilmente meno affollata del solito, anche se non mancheranno appuntamenti importanti come Kilowatt Festival che, quest’anno, ha scelto proprio lui come “padrino” della rassegna.

Prima di questa intervista ci confida di non essere più uscito di casa, di non essere più andato a mangiare fuori, di non aver incontrato più nessuno da molti mesi in quella Milano che è diventata sua città d’azione da parecchio ma che, proprio a causa del diffondersi del Covid, si è rivelata stavolta una trappola faticosa.

Mentre si racconta gioca con la mascherina che tiene in mano, come per esorcizzare, ma avvertiamo distintamente tutta la sua tensione per un ritorno atteso che, adesso, è dietro l’angolo.
Ci confrontiamo sulla percezione del lockdown, su come abbia trasformato una situazione forzata in qualcosa di prezioso. Non manca una parte dedicata a Testori e a questo monologo, tratto da un lungo romanzo riveduto e riscritto.

Al termine della chiacchierata ci accomodiamo in platea, distanziati e un po’ straniati, ad attendere l’inizio dello spettacolo.
Latini esce in proscenio a sipario ancora chiuso per sottolineare e condividere con tutti gli spettatori l’importanza e l’emozione di questo ritorno. Quindi torna dietro le quinte, per rientrare qualche minuto dopo come Gino Riboldi, protagonista del testo. La sensazione predominante è che, quella macchina, non si sia mai veramente fermata.

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