Rodrigo García: la verità scomoda del mio teatro. Intervista

Rodrigo Garcia (photo: Gianluca Di Ioia)
Rodrigo Garcia (photo: Gianluca Di Ioia)

Un caravanserraglio di simboli forti, a volte volgari e nauseabondi. Lo stile caustico di chi intende rimuovere l’ipocrisia dei nostri giorni e della nostra società con un gusto dell’esagerazione che rasenta l’insolenza.
Al teatro come espressione del soave finalizzata all’equilibrio e alla catarsi, Rodrigo García, enfant terrible della scena contemporanea (ormai 52enne), contrappone un’arte iconoclasta, emarginata dalla cultura borghese, capace di consensi negli ambienti cosiddetti alternativi.

Anche “4”, di passaggio nei giorni scorsi al Teatro dell’Arte di Milano, è uno spettacolo eccentrico che stigmatizza il consumismo, scuote lo spettatore, ribalta l’idea che successo, denaro e cultura siano viatico per la felicità.
Al sogno americano, alla Grecia del Logos, all’umanesimo europeo che armonizza impulsi religiosi, filosofici e sociali, Garcia, regista e drammaturgo argentino ormai da diversi anni in Spagna, contrappone il grottesco elogio del sesso, dell’alcool, dell’eccesso, e racconta con linguaggio aggressivo la disumana violenza delle metropoli.

Garcia, lei crea con il suo teatro uno shock emozionale. Sembrerebbe si diverta a rivoltare lo spettatore, che a volte lascia in anticipo la sala per prevenire il rivoltamento dello stomaco.
È il mio modo di fare teatro. Non mi piace la routine imbalsamata del mondo occidentale. Non mi piacciono le bambine che partecipano a concorsi da top model con l’idea di diventare delle superstar. Io esprimo il bisogno di difendersi, di proteggersi anche da se stessi. Esprimo un disagio che è lotta per la sopravvivenza. Uso il linguaggio che mi porto dietro dall’infanzia. Da bambino guardavo molti cartoni animati violenti.


Se ne potrebbe ricavare una riflessione psicanalitica. Sta di fatto che lei usa in scena un linguaggio cinematografico fin troppo vigoroso.
Uso immagini che non necessariamente hanno un rapporto diretto con la narrazione. Non parlerei anzi di narrazione ma di storie. Sono immagini forti che creano frastuono, fracasso. E comportano dei rischi.

Quali cineasti associa all’idea di rischio?
Pasolini, Wenders, Kurosawa.

Lei ha lavorato per diversi anni come pubblicitario. Questa esperienza ha inciso sul suo gusto della provocazione?
Io ho una formazione classica, che continuo a coltivare per piacere personale. Ho cercato strade nuove, personali. Sono stato pubblicitario, ma ho superato quell’esperienza per creare un teatro corrosivo, che denunciasse la pubblicità e il consumismo che ne consegue. Ho scritto non a caso spettacoli come “Il pagliaccio di McDonald’s” e “Ho comprato una pala da Ikea per scavarmi la tomba”.  La provocazione è utile per un creativo. A me serve per comunicare in modo più incisivo il mio pensiero sociale.

Anche Sofocle e Shakespeare comunicavano un pensiero sociale. Anche nei loro drammi c’era la “carnicerìa” (“macelleria”), nome che lei ha dato alla sua compagnia. Ma al culmine del sangue e della carneficina, sullo spettatore aleggiava un senso di pacificazione.
Nel teatro classico tutto è finto. Io non racconto la violenza fine a se stessa. Racconto la vita. La mia intenzione è di essere vicino al pubblico attraverso la vita reale.

Vuol dire che Shakespeare non è vita reale?
I classici sono finzione, letteratura. Io li leggo solo per rilassarmi. A teatro preferisco vedere Jan Fabre o il concettualismo, anche se non è la mia maniera di esprimermi.

Jean Fabre è stato accusato di violenze sugli animali durante i suoi spettacoli come effetto visivo. Anche lei usa gli animali fuori dal loro habitat naturale, e ne fa oggetto di divertimento.
L’animale semplicemente esiste. Per quello mi piace utilizzarlo. Io sono nato in un quartiere poverissimo dell’Argentina. La relazione con gli animali era quotidiana. Il cane era un animale da guardia, non da compagnia. Il cavallo un animale da lavoro, non da corsa. Anche adesso vivo in Spagna, in un paesino delle Asturie, e anche qui il rapporto con le bestie è utilitario: la mucca non è un animale da accarezzare, serve a ricavarci la carne e il latte. C’è chi bada al rispetto per gli animali, io bado al rispetto per gli uomini.

Un'immagine di Golgota Picnic (photo: © Davir Ruano)

Un’immagine di Golgota Picnic (photo: © Davir Ruano)

Quindi gli animali sono semplici anelli della catena produttiva e nutrizionale. Non a caso il cibo è un’altra delle sue ossessioni.
Non parlerei di ossessione. La fase del cibo è abbondantemente superata nei miei spettacoli. In Argentina, dove ho vissuto la prima fase della mia vita, il cibo mancava. In Europa viene buttato via, inscatolato, diventa oggetto politico, simbolo di gerarchie. Ecco perché in scena distruggiamo il cibo dei supermercati, che testimonia la prospettiva consumistica delle multinazionali. Ma il cibo è sempre stato oggetto di trattazione artistica. Pensi alla “Grande abbuffata” di Marco Ferreri.

E con gli attori come lavora?
Il rapporto di fiducia con gli attori è fondamentale. “4” ha quel titolo perché i protagonisti sono quattro attori con cui lavoro da quindici anni, ognuno con la sua personalità. Scrivo anche partendo dalla loro capacità di improvvisare. Continuo ad aver paura che le cose non vadano bene, che gli attori non siano funzionali a un progetto. Lavorare con attori che conosco da anni mi fa sentire più sicuro.

Si sente più apprezzato in Spagna dove vive, in Francia dove lavora e viene prodotto, o in Italia?
L’Italia è un paese convenzionale, ma la Spagna è un paese ancora più conservatore. La Francia dà più valore alla sperimentazione. Ma anch’essa non è una panacea. Nei teatri francesi più importanti si recitano i classici. La sperimentazione trova spazio soprattutto nei festival, che vengono visti e frequentati come eventi eccezionali. Questo è pericoloso, trasmette l’idea di un recinto.

E l’Argentina?
Rimane nella mia storia personale. Ma non ci torno, non ho un grande ricordo, non sono nostalgico. Diciamo che non ci torno soprattutto perché mi ricorda il rapporto terribile con mio padre.

Perché terribile?
A questa domanda non rispondo. Non parlo della mia vita privata.

C’è anche un padre buono in Argentina, papa Francesco.
Per me ha la stessa importanza di un giocatore di golf. Non sono cattolico. Non ho rapporti con la Chiesa. È brutta come istituzione. L’educazione religiosa è terribile, castrante. Reprime la sessualità e trasmette il senso di colpa.

Le sue ultime parole sembrano uscite dalla bocca di Bergoglio.
E va bene, lo ammetto. È un uomo valido. Un progressista.

E la Bibbia?
La leggo. Ne ho fatto uno spettacolo che ho portato in giro per qualche anno. È un libro affascinante. Come letteratura fantastica, ovviamente.

Allo spirito ci pensa mai?
Altroché. Ma per quello leggo Platone. O Schopenhauer.

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