Roger Assaf: dai campi profughi al Leone d’Oro a Venezia

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Roger Assaf

Roger Assaf in un momento dello spettacolo (photo: Bortot-Nicoletti/IED Ve)

Un Medio Oriente da Leone d’Oro alla carriera, quello di Roger Assaf. L’8 novembre, in occasione del laboratorio internazionale Mediterraneo organizzato dalla Biennale di Venezia, è stato infatti consegnato al drammaturgo, regista e attore libanese il prestigioso riconoscimento: un premio che ha colto di sorpresa, primo fra tutti, lo stesso Assaf.

Il Libano, e più in generale il Medio Oriente, sono descritti sulle pagine dei nostri quotidiani attraverso lunghe e complesse analisi inerenti l’ennesima crisi politica, oppure con immagini di distruzione e violenza, di donne velate e uomini armati. Che tutto ciò sia reale e presente è innegabile; ma pochi di noi s’interrogano sugli effetti che l’instabilità politica e le incessanti violenze – provocate da tutte le parti in causa – producono sull’individuo libanese, palestinese, israeliano, iraniano o iracheno, e di riflesso quali ne siano i risultati dal punto di vista della produzione culturale.

In quarant’anni di carriera Roger Assaf ha costruito una pratica teatrale in grado di dare voce sul palcoscenico ai testimoni di questi eventi e a coloro che attraversano silenziosamente la storia. Ma dare voce a queste persone significa, spesso, mettere a confronto opinioni e punti di vista divergenti, persino conflittuali.

Nato a Beirut nel 1941, Roger Assaf frequenta l’università gesuita di Saint Joseph iscrivendosi a medicina. Ma il teatro decide di volerlo. Nel 1962 fonda con alcuni compagni di corso il Cued (Centro teatrale universitario), diretto dal celebre drammaturgo libanese George Shahada. Il Centro si rivela un punto di riferimento per molti attori e registi teatrali libanesi contemporanei (solo per citarne alcuni: Jalal Khury, Joseph Tarab, Nidal al-Ashqar). Assaf recita in varie pièces di matrice europea, dirigendo nel 1964 la sua prima opera con l’allestimento de Enrico IV di Pirandello. Contemporaneamente alle attività svolte all’interno del Cued, Assaf dirige il primo teatro Stabile di Beirut, fondato nel 1965 e che, assieme al celebre scrittore libanese Elias Khury, riaprirà nel 1992 dopo vent’anni di guerra civile. Negli stessi anni si iscrive all’Ecole Supèrieure d’Art Dramatique du Théâtre National di Strasburgo.
Alla ricerca di un linguaggio teatrale innovativo, nel 1968 fonda il Laboratorio Teatrale di Beirut (Muhtaraf Bayrut lil-masrah) che gli offre la possibilità di sperimentare nuove tecniche espressive. Ma poco tempo dopo sospende le proprie ricerche, abbandona il teatro e decide di trascorrere alcuni anni nell’anonimato all’interno di alcuni campi profughi palestinesi della periferia sud di Beirut: è l’esperienza che egli ricorda con maggior piacere e quasi con orgoglio. Sono gli anni in cui comprende come sia possibile costruire fra le rovine, mettere a confronto opinioni senza che nessuna di esse prevarichi, anni in cui lavora con musulmani, cristiani, drusi e giovani studenti di varia aderenza politica uniti da uno scopo comune: superare gli ostacoli quotidiani della guerra, questa volta quella civile.
È il 1975. Da qui nascono i principi umani di collaborazione e solidarietà che guidano tutt’oggi il suo lavoro. Partecipa alla costituzione di una comune ad al-Marayjah e si occupa della riparazione di acquedotti, sistemi di irrigazione per le coltivazioni, accoglienza di rifugiati.

E di nuovo il teatro. Questa volta con gente comune, con attori non professionisti, persino con persone che non avevano mai assistito ad una rappresentazione teatrale. Ma sono donne, uomini e ragazzi testimoni della storia, vittime delle guerre, della politica di segregazione confessionale che oggi più di allora lacera il Libano.

Storie ed esperienze comuni, dunque, e quindi memorie. Memorie individuali e collettive: questo è ciò che Assaf cerca, questo è il soggetto che accomuna passato, presente e futuro. Ma come trasporre i loro racconti orali sul palcoscenico? Volgendosi ancora una volta verso la tradizione araba e recuperando la figura dell’hakawati, il cantastorie che nelle piazze e nei caffè di tutto il Mediterraneo narrava le grandi figure dell’epica e della letteratura araba classica.

Nel 1977 fonda la compagnia al-Hakawati, e durante la guerra civile e le invasioni percorre tutto il sud del Libano a caccia di memorie e racconti orali. Che spesso non collimano: un evento, più narrazioni. E tutto sale sul palcoscenico. Con i contrasti e le difficoltà che la ricostruzione del passato e la trasmissione della sua memoria provoca, ma con democrazia. Ayyam al-Khiyyam (I giorni di Khiyyam) sono nell’82 l’ultima fatica della compagnia; diciotto mesi di lavorazione per la storia di un villaggio assediato durante l’occupazione israeliana e privato con la morte dei suoi abitanti. La vicenda sul palcoscenico si apre con una festa di nozze, la costruzione di una nuova abitazione, scherzi e felicità, perché nel teatro di Roger Assaf c’è spazio anche per momenti di gioia e comunione, quasi a sottolineare come la guerra – paradossalmente – faccia emergere in determinati contesti uno spirito di solidarietà e convivenza.
La guerra civile volge ufficiosamente al termine e Beirut scopre ferite più profonde di tutto il resto del Paese. Si scopre divisa in quartieri su base confessionale, spogliata delle sue vestigia storiche, soffocata da una politica di ricostruzione urbana che vuole cancellare quanto accaduto. In un unico termine: urbicidio.
Assaf trasferisce il centro delle proprie attività nella capitale e, assieme ad un gruppo di giovani attori ed amici, fonda nel 1999 l’associazione culturale as-Shams (acronimo per le parole in lingua araba Giovani Teatro Cinema, ma che significa anche “sole”) coinvolgendo giovani nati durante la guerra e vittime particolari della segregazione confessionale. Con l’aiuto di numerosi volontari apre nel 2005 un nuovo centro culturale nel luogo in cui la capitale incontra la sua periferia più disagiata e posta al di fuori del controllo istituzionale. Al centro, denominato Dawwar as-Shams (“girasole”), si recano ogni giorno ragazzi di diversa appartenenza confessionale ma uniti dalla cultura, dal desiderio di fare e conoscere.

Il lavoro di Assaf pone in patria – ma non solo, a giudicare dalle reazioni suscitate a Venezia in occasione della rappresentazione de La Porta di Fatima – numerosi interrogativi e innesca reazioni contrastanti. Chi lo giudica un innovatore, chi lo considera padre del teatro libanese contemporaneo, chi un provocatore apertamente schierato, chi un convinto oppositore di Israele, chi un illuso senza speranze. Ma, contestualizzato nell’ambiente in cui opera, sicuramente un uomo coraggioso e tenace.
Nella Porta di Fatima, spettacolo incentrato sulla guerra del luglio 2006, mette a confronto due donne: una è la madre di quattro figli che vivono al sud del Libano, l’altra una madre israeliana. Le due donne rivendicano la correttezza e la verità delle proprie posizioni. Non sono personaggi fittizi, sono donne con il quale l’autore si è confrontato e delle quali ripropone sulla scena, senza interventi personali, le opinioni. Perché per Roger Assaf, e per tutti coloro che collaborano quotidianamente con as-Shams, la democrazia non sta nella condivisione di un ordine politico, ma nella sincerità del proprio pensiero.

Agnese Boscarol si è laureata in Culture, Istituzioni, Lingue dell’Eurasia e del Mediterraneo con una tesi sul lavoro di Roger Assaf. In Libano ha condotto ricerche sul teatro libanese e recentemente si è occupata della traduzione dall’arabo all’italiano dello spettacolo La Porta di Fatima di Roger Assaf.
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Il Centro Dawwar as-Shams di Beirut (photo: Agnese Boscarol)

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