Roma Fringe 2016: testardo e faticoso, il festival di ogni teatro

9841/Rukeli (photo: romafringefestival.net)
9841/Rukeli (photo: romafringefestival.net)

Come nei paesi di montagna, in cui al pomeriggio bisogna correre a raccogliere i panni perché uno scroscio è sempre scontato, a rinfrescare l’aria di Roma e ad ammorbidirla, questo settembre si è presentato con mattinate cristalline e frequenti serate di pioggia.
Bene non ha fatto al già un po’ provato Roma Fringe Festival, che ha subìto un nuovo cambio di sede, da Castel Sant’Angelo, location innegabilmente slargata per tempi di percorrenza ma di enorme fascino, alla “isoletta” nel lago di Villa Ada.

Il luogo è, in teoria, suggestivo e persino prestigioso: vi si svolgono alcune interessanti manifestazioni musicali dell’estate, tra cui Villa Ada Incontra il Mondo, che porta diversi gruppi nazionali e non a esibirsi nella capitale. Ma la teoria si scontra con la pratica, perché i parchi pubblici romani sono stati, in questa infinita decadenza cittadina, il primo luogo da cui l’amministrazione capitolina ha ritirato, o ha permesso che si ritirassero, le mani dell’intervento, del decoro e della salvaguardia, per logiche indubitabilmente torbide.

Nell’ultimo anno alcune zone sono state interdette timidamente al transito, decine di alberi si sono ammalati, alcuni perfino crollati. E dunque, a parte l’isola, riportata a un effimero lustro forse dall’intervento dei soggetti privati che vi operano, e incorniciata di réclame e chioschi, il parco tutto attorno è in stato di penoso e doloroso abbandono.


Il prestigio comunque rimane, e dei tre palchi adibiti al Fringe, uno è nientemeno che il grande spazio solitamente riservato ai concerti – e però a “mezzo servizio”, con solo un paio di ‘americane’ attive. Il che si traduce in uno stretto piazzato bianco, senza possibilità di usufruire dei motorizzati, forse per una qualche esigenza di uniformità tecnica delle compagnie, oltre che di tempi, che finisce però per essere controproducente, relegando chi è sul palco in uno spazio di difficile gestione, troppo ampio e illuminato in modo tale che la distanza tra spazio recitato e platea si divarica a dismisura.

Nonostante questi inciampi, frequentare il Fringe, festival testardo che non si arrende e non si vergogna di arrancare in serate di scarso afflusso, può regalare sorprese: come la affollata semifinale del 9 settembre, o impennate come “Io” di Antonio Rezza il 4.
Il Fringe è un festival che proprio del valore del testo (drammaturgico, scenico) fa il punto di forza; è sempre un’esperienza come di cartografia della piccola e piccolissima produzione indipendente, delle forme in cui essa si incanala, dei suoi punti di forza e delle sue difficoltà, della misura in cui adotta o respinge il mainstream, sia quello della drammaturgia “regolare” sia quello della ricerca.

L’enorme varietà delle proposte, organizzata in due densissime settimane di messinscene, sembra tracciata appositamente per far risuonare l’intera gamma dell’espressività teatrale, dal monologo di narrazione più tradizionale e tradizionalista – “L’albero” di Nicola Conversano, “Mozza” di Claudia Gusmano, semifinalista e nominata come miglior attrice – alla riscrittura del testo shakespeariano sotto forma di musical glam, tutto (troppo) incentrato sulle peraltro ottime doti del performer – “Shakespeare kills the radio stars” di Alessandro Balestrieri –; e ancora da un tentativo di rifacimento un po’ troppo stanco di commedia dell’arte – “La legge dei denari” di TradirEfare Teatro – alla follia autolesionista, tanto quotidiana da essere impudica, dell’informale, caotico, sbranato e ricomposto “La città di nessuno”, del Gruppo Mòtumus, inscenato con tutto il sangue, i morsi, la vergogna e il sudore che Anna Piscopo tiene in corpo.

Il diagramma del Fringe non comprende però solo gli estremi delle più diverse espressioni teatrali, ma anche quelli del momento quasi biologico della vita di un testo. Alcuni appaiono come pallide forme ancora incomplete, a volte persino troppo indietro per poter essere definite studi, in continua frizione con il loro punto di arrivo, sfumato nelle intenzioni degli stessi autori – come “Chatters” della Compagnia Habitas –; altri sono spettacoli collaudati e vincenti, come “La fanciulla con la cesta di frutta”, che giustamente si è guadagnato la finale.
Il testo è comico, con punte di grottesco e altre di leggerezza un po’ troppo da strizzata d’occhio televisiva. Si immagina che i personaggi di famosi dipinti parlino con il pubblico e fra di loro, uscendo dalla bidimensionalità in cui le cornici li costringono.
Ne sortiscono buone occasioni di risata, costruite con mestiere, e la compagnia riesce a istaurare col pubblico un rapporto immediato di simpatia, fin dai primissimi secondi, grazie a un collaudato meccanismo di comunicazione che sa prevedere i punti e i colori di ogni reazione, e che sfida acutamente lo spettatore nel gioco dei riconoscimenti dei personaggi dei dipinti venuti in vita.

Punto forte è l’energica recitazione, specialmente quella delle giovani attrici Grazia Capraro e Adalgisa Manfrida. Quest’ultima, piccola, impavida, squillante, cristallina ma piantata a terra, costruisce due personaggi-folletto meravigliosamente attraenti, un angelo tutt’altro che casto e puro dalle Cinque piaghe del Minniti e una prima ballerina di Degas poetica e petulante come uno scroscio di pioggia (appunto!) primaverile.

Secondo finalista un testo di tutt’altro tenore, “9841/Rukeli” di Farmacia Zoo:È.
E’ un monologo di narrazione, portato sul palco dal fisico e dalla voce catalizzanti di Gianmarco Busetto, finalista come miglior attore del festival, sulla storia del pugile zingaro Johann Trollman, detto Rukeli, prima avversato e schiacciato dal regime nazista, infine portato alla morte nei campi di lavoro.
Notevole l’apparecchiatura tecnica, superiore a qualunque altra vista al Fringe: videoproiezioni, camera live sulla scena, e tutto un armamentario ben adoperato di strumenti tradizionali, illuminazione per una volta nel suo piccolo studiata ed efficace, audio di raccordo efficace.
Il testo letterario, il cui contenuto non vuole certamente essere politico né filosofico ma patetico e sentimentale, è accompagnato, anzi diciamo spinto o sostenuto, da tutti questi strumenti come da un’impalcatura o da un busto per un corpo troppo esile.
Il narratore/attore incarna il pugile e insieme si aggira ad attivare la messe di meccanismi scenici tra le pause di una narrazione in seconda persona (in cui dunque l’immedesimazione dovrebbe essere massima), convincendo la giuria, che assegna al lavoro il passaggio in finale.

Non così avviene al più interessante e urgente dei testi nella serata del 9, che curiosamente condivide con Rukeli l’ambivalente ruolo esterno/interno dell’attore, se pur con scopi agli antipodi.
“Antigone fotti la legge”, di Produzioni NostraneUltras Teatro, sotto un titolo furbastro nasconde una enorme quantità di problemi che tornano ad attaccare il pubblico in quella sede che precisamente dovrebbe contenerli, il teatro.

La trama è quella dell’Antigone sofoclea. Capocomico/Creonte, tra palco e platea si aggira Giovan Bartolo Botta, incapsulati i capelli in un formidabile zuccotto poliziottesco e attaccaticcio in un bomber amaranto bisunto (amaranto è il colore di tutte le t-shirt indossate dai quattro attori, in una scelta pre-convenzionale di neutralità antinaturalistica – o “senza tanti fronzoli”, come si avverte nella presentazione). Un ruolo ingrato e cattivo, il suo, di continua creazione e distruzione dell’illusione, di personaggio, appunto, e ordinatore e disordinatore della scena: interpreta il ruolo viscido e orrendo del sovrano di Tebe, ma insieme si rivolge al pubblico, infarcisce il discorso di digressioni formali e stupidamente informali, centrifughe, gratuite coinvolgendo gli spettatori e martoriando gli attori (che mantengono un controllo invidiabile) con vertiginose picchiate stilistiche, da embolia.

Gli altri tre, quasi sempre fermamente sul palco, intensi e tesi, con un controllo attentissimo dello sguardo: dalla insinuante Euridice di Mariagrazia Torbidoni, che si è meritata la nomination, insieme a Botta, come miglior interprete, all’elettrico Emone di Krzysztof Bulzacky Bogucky, alla grave, libera, alta e umana-come-si-dovrebbe Antigone di Isabella Carle.
Il testo e il tentativo migliore della serata, che ha forse un po’ scombussolato le carte e colto impreparati con un teatro profondamente e doppiamente civile: perché tratta della libertà, e perché non offende mai lo spettatore con la banalità del sentimentalismo e la facilità linguistica di una strada tracciata una volta per tutte all’inizio, comoda da seguire.

E ora, per conoscere i vincitori del Roma Fringe Festival 2016, non resta che aspettare la serata finale del 27 settembre!

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