Roma Fringe Festival: parlano le compagnie

Cose di questo mondo al Roma Fringe Festival

Una serata al Roma Fringe Festival. In scena Cose di questo mondo (photo: Roma Fringe Festival)

I riflettori sono ormai spenti sul Roma Fringe Festival. Il 14 luglio è stata la serata conclusiva della kermesse, che anche quest’anno ha occupato gli spazi di Villa Mercede, nel quartiere San Lorenzo.
Di fronte al Bar de’ Belli, a ridosso di via Tiburtina, ha vissuto gli umori del tempo, in un’estate che solo di recente si è decisa a decollare. La pioggia, arrivata con temporali improvvisi e abbondanti, ha tenuto lontani gli spettatori nelle serate in cui è esplosa, come l’anno scorso hanno fatto le partite di calcio degli europei. Per fortuna il caldo è ritornato nei suoi ultimi giorni…

Dopo la lunga chiacchierata con il direttore artistico Davide Ambrogi, uscita su Klp nelle scorse settimane, è ora la volta di dare la parola alle compagnie che, nonostante la difficoltà a ‘sbottonarsi’, hanno poi dimostrato di avere pareri diversi su questa operazione fringe.
 
Al termine del mese di spettacoli, il comunicato stampa parlava di “79 spettacoli dall’Italia e dall’estero, per oltre 230 repliche e grandi ospiti […] Con un flusso di circa 35.000 presenze, il Roma Fringe Festival ha confermato il successo dello scorso anno portando nel cuore di Roma […] il teatro indipendente, animando la capitale di quelle proposte Off tanto rare nelle programmazioni estive capitoline e diventando, a tutti gli effetti, uno degli eventi più seguiti e apprezzati dell’intera Estate Romana”.

“La grande soddisfazione di quest’anno – ci aveva raccontato Davide Ambrogi – è stata non solo la qualità degli spettacoli, con alcune punte di diamante assolute, ma la risposta del pubblico, che ha riempito le tre platee ogni sera, seguendo performance di ogni genere e per tutti i gusti. […] Il Roma Fringe Festival ha portato così in scena un teatro in grado di parlare a tutti: cultori, stampa, studenti e famiglie, senza perdere d’occhio la qualità”.

Chiediamo il parere a uno dei partecipanti di quest’anno, Alessio Rizzitiello, tra gli attori di “No”, per la regia di Andrea Lanciotti: “Partiamo dalla situazione romana in generale. Dalla mentalità, stantia, di cui tutti gli eventi diventano poi, di conseguenza, vittime indiscutibili. Organizzazione precaria. Finanziamenti a zero. Autoproduzione. Voglia di puntare in alto, senza toccare terra. Gestire un impianto, come quello di un festival, non è sicuramente facile. Capisco che servano finanziamenti. Capisco che servano presenze. Ma invitare 72 compagnie a concorrere non è certo segno di “selezione” ma di altro. Spettacoli spesso dozzinali. Un festival dove si può trovare veramente di tutto: dalla compagnia professionale, semiprofessionale, amatoriale, ecc. Credo sia giusto seguire una direzione. Creare un filo conduttore. Una qualità comune. Avere la possibilità di scegliere. La corrente è alle ore 19,30. Un’ora e mezza per tutto: montaggio e prove tecniche. Il pubblico, in grande parte, è portato da casa. La pubblicità per la maggior parte autonoma. E’ un festival specchio di un modo di fare e di una situazione, che ormai si è instaurata. Non ci sono colpe. E’ un circolo vizioso, che non si riesce a scardinare. L’idea è buona, ma va perfezionata. Spero che il tempo destini il festival a cose più alte. Può diventare veramente una grande occasione, ma ha bisogno di essere limata. Niente da dire sulla birra offerta dai chioschi: veramente ottima!”.

L'angolo fotografico delle compagnie

L’angolo fotografico delle compagnie a cura di Nouvelle Vague (photo: Roma Fringe Festival)

Il Premio Produzione e Miglior Spettacolo, che implica la produzione al New York Fringe Festival 2014 come rappresentante del teatro off italiano, è andato a “Io mai niente con nessuno avevo fatto” di Vuccirìa Teatro di Catania, anche vincitore per la miglior sceneggiatura, di Joele Anastasi.
Mentre gli altri classificati (“The White Room” di Caterina Gramaglia, “Cose di questo mondo” di Compagnia delle Rose e “Il Tempo e la stanza” di Arcadia delle 18 Lune) avranno libero accesso ad altri Fringe internazionali.

E l’anno scorso? Cristina Cetoloni, della compagnia Smemoratio, nata e morta in occasione della partecipazione alla prima edizione del Fringe romano, ricorda: “Sai cos’è che ci aveva dato molto fastidio? All’inizio di questa avventura si era parlato di quanto avrebbe avuto peso il fatto di proporre degli inediti, visto che il senso era quello di promuovere compagnie in gamba, che avevano il solo difetto di avere pochi soldi. Com’è finita invece? Aveva vinto un testo non solo edito, ma anche tradotto dall’inglese! Che amarezza… non dico dovessimo vincere noi, dico solo che se avessi saputo che si sarebbe avverata la peggiore delle mie previsioni, ovvero quella in cui bastava fare le scimmie urlatrici che guardano il vuoto mentre si sputano banalità drammatiche di non sempre senso certificato, mi sarei risparmiata la fatica. Almeno, potevano fare delle categorie: drammatico, commedia, edito, inedito. E di sicuro potevano e dovevano dare preferenza all’inedito, più apprezzabile nello spirito dei fringe festival… Invece noi, e tanti altri, siamo stati snobbati. La cosa è finita lì purtroppo… speravamo in una qualche eco, ma c’è stato il silenzio più totale e abbiamo perso ogni interesse nel continuare, oltre che tutte le forze…”.

Anche Greta Agresti, fondatrice della compagnia DionisoinDemetra, ha partecipato al Fringe lo scorso anno con “sENZA nOME”: “La mia esperienza è stata fallimentare: il materiale tecnico a disposizione era ridicolo, o comunque non soddisfaceva la mia scheda tecnica, che era molto semplice, niente di complicato… Il pubblico entrava e si accomodava mentre io [autrice, regista e attrice, ndr] insieme ai due altri attori e alla scenografa cercavamo di allestire la scena, svelando costumi, elementi di scena e rovinando la magia di una messa in scena resa così amatoriale, arrangiata e approssimativa. Tutto questo ha avuto un costo: ho pagato l’affitto del palco, senza parlare della Siae e dell’agibilità, per poi rimetterci completamente, dato che il pubblico, che ci era stato assicurato, non c’era, così come mancavano gli addetti ai lavori (giornalisti, critici e chissà chi sarebbe dovuto venire). Ma la cosa più grave era la programmazione! C’erano moltissimi spettacoli “da parrocchia”, amatoriali, inguardabili, che non c’entrano nulla con il teatro off. Non deve essere visto come quello degli sfigati, che vogliono fare teatro a tutti i costi, accontentandosi di qualsiasi cosa… Manca, a mio avviso, un vero spazio off, un circuito di compagnie non prodotte e che non ricevono finanziamenti. Ma non ci sono le condizioni, perché gli organizzatori stessi non hanno una vera considerazione di questa realtà… Lo fanno solo per soldi? O sono loro stessi amatoriali e approssimativi?”.

La compagnia GenoveseBeltramo al Roma Fringe Festival

La compagnia GenoveseBeltramo al Roma Fringe Festival

Un parere del tutto diverso (e anche da fuori Roma) è quello che arriva da Viren Beltramo, della compagnia torinese GenoveseBeltramo: “Per noi l’esperienza del Roma Fringe 2013 è stata molto positiva, e non lo dico solo perché siamo arrivati in semifinale, ma soprattutto per il clima che abbiamo respirato. L’organizzazione era fresca, molto partecipe e gioiosa, cosa rara di questi tempi. Non ci aspettavamo niente, e quando ce ne siamo andati abbiamo sentito un filo di nostalgia. Gli aspetti che ci hanno più colpito sono il pubblico (un pubblico attento, generoso) e il lavoro di comunicazione e ufficio stampa: ci hanno fatto un sacco di interviste e recensioni sincere, spontanee, nate dal semplice piacere di aver visto uno spettacolo che era piaciuto. Il livello delle compagnie che abbiamo incontrato era alto, e anche questo è un punto a favore del festival. È una realtà che varrebbe la pena finanziare, con tutte le piogge di denari dati a festival ormai ammuffiti. Il Roma Fringe Festival merita di poter crescere, ma sono sicura che lo farà comunque”.

C’è anche chi, avendo partecipato a entrambe le edizioni, vuole condividere un ulteriore sguardo ma preferisce l’anonimato. “C’è bisogno che qualcuno parli; finché il Fringe va avanti così prima o poi la sua mala-gestione diventerà eclatante e innegabile. Ad esempio, l’anno scorso non si sa da chi fosse composta la giuria… [Quest’anno invece sì, con un elenco di 60 addetti ai lavori di cui Ambrogi ci ha parlato nell’intervista, ndr]. Quando decidi di partecipare ad un festival di questa portata metti in conto quasi tutto, perché non è facile organizzarlo. Ma i problemi che ho avuto sono stati grossi: la cosa più grave è chiedere 330 euro a compagnia per offrire una cosa del genere, cioé il nome e nient’altro. Voglio dire, se fosse costato un po’ meno, o se non fosse costato affatto, ci sarebbe stata sicuramente più tolleranza da parte nostra. Comunque credo che quest’anno sia andata meglio, almeno per quanto riguarda la giuria”.
Ma quali potrebbero essere, allora, i consigli per migliorare la situazione dal punto di vista delle compagnie? “Non so… forse essere meno approssimativi e sommari. Magari meno quantità e più qualità. E dico qualità non nel senso di nomi, ma nel senso di attenzione e cura verso quello che c’è: se non riesci a fare le cose in grande, abbassa il tiro, forse esce fuori qualcosa di meglio. Il mio consiglio per quelli del Fringe, in sintesi, è: fate in modo che chi ha lavorato con voi rimanga felice e soddisfatto della collaborazione, e del vostro modo di lavorare”.

Cinque voci che non vogliono essere rappresentative di una complessità certo ben maggiore ma che, nella loro diversità, offrono comunque spunti di riflessione. Per questo, oltre a rimandarvi all’intervista a Davide Ambrogi per avere una visione più ampia della questione, lasciamo domande da fare e risposte da offrire a tutti coloro che vorranno contribuire, in maniera costruttiva, attraverso i commenti al fondo, con riflessioni su una manifestazione che dovrebbe/potrebbe essere un’occasione per tutti.
 

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