Roma Theatrum Mundi. Roma che divora i suoi figli

Il Teatro India di Roma con i partecipanti all'assemblea pubblica (photo: Manuela Rossetti)
Il Teatro India di Roma con i partecipanti all'assemblea pubblica (photo: Manuela Rossetti)

Il teatro ha le scarpe rotte. E se questa è una situazione che accomuna tutto il Bel Paese, pare ancor più grave a Roma. Ecco perché si è voluta l’Assemblea cittadina per il teatro – Roma Theatrum Mundi, che si è svolta sabato al Teatro India. Principale obiettivo: “Allargare il dialogo fra realtà istituzionali e creatività indipendente”. Da qui la presenza del direttore del Teatro di Roma, Antonio Calbi, e dell’assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale, Luca Bergamo.

Nel momento stesso in cui si è indetta l’Assemblea, un incontro pubblico con gli artisti e gli operatori della cultura e dello spettacolo della capitale promosso da Graziano Graziani, Sergio Lo Gatto, Andrea Porcheddu e Attilio Scarpellini (riuniti come gruppo di studio e di intervento per il teatro PRE-OCCUPAZIONE) sui social network e fra gli artisti romani si sono immediatamente accesi i fuochi.
La prima questione, nata sul web per spinta di un gruppo di artisti che volutamente ha poi rifiutato di partecipare all’assemblea, è stata quanto fossero pronti gli artisti a rivolgersi alle istituzioni prima di un riconoscimento reciproco.

L’assemblea è stata indetta in un momento storico che, della sua “particolarità”, sta facendo “normalità”, in cui a forza di trascinarsi da una crisi all’altra sta troppo spesso ripetendo una serie di déja vu che nessuno vorrebbe invece (ri)vivere.

Nel giro di una settimana, a Roma, artisti, spettatori e cittadini hanno assistito alla nuova chiusura del Rialto Sant’Ambrogio e a quella del Teatro dell’Orologio.
Il Rialto Sant’Ambrogio, nato nel 1999, è luogo privilegiato per la ricerca artistica non solo romana degli ultimi decenni, uno spazio che sta vivendo un tristissimo loop incessante di chiusure e successive occupazioni.

Il Teatro dell’Orologio ha una storia ancor più lunga, che parte nel 1981 con Mario Moretti e il suo incontro con Renato Nicolini, allora assessore alla Cultura del Comune di Roma.
L’Orologio è tutt’oggi uno fra gli spazi “sotterranei” più vivaci della città, con il quale il Teatro di Roma condivide da tre anni, insieme al Teatro Argot, “Dominio Pubblico”, un prezioso e strategico progetto dedicato agli artisti e agli spettatori under 25.
La chiusura è stata messa in atto dai vigili del fuoco per la mancanza del rispetto delle norme di sicurezza, nello specifico l’assenza di uscite d’emergenza. Una mancanza che da anni era stata tutt’altro che sottovalutata da Fabio Morgan, attuale direttore del teatro, il quale aveva avviato i lavori, successivamente bloccati dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali a causa di una scala di valore storico e artistico (il Teatro dell’Orologio si trova infatti al di sotto dell’Oratorio dei Filippini del Borromini).
Ma la soluzione – per una questione peraltro importante e necessaria per la sicurezza di tutti – è questa? E, soprattutto, va attuata in questo modo?
Affidandosi alla propria pagina Facebook, l‘assessore Bergamo ha detto la sua sulla vicenda, con quei sigilli “posti frettolosamente”, e sulla volontà che il Teatro dell’Orologio venga riaperto quanto prima.

Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli

Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli

È il simbolico epilogo che suggella l’attuale situazione della città di Roma rispetto ai luoghi della cultura e del teatro. Il quadro generale è molto più ampio e complesso.
Se si vuole tentare di tratteggiarne qualche linea si potrebbe dire che la città paia divorare lentamente ciò che ha creato in un passato lungo millenni, come nel quadro di Francisco Goya “Saturno che divora i suoi figli”: divora sé stessa e vive in un limbo culturale in cui pare difficile creare qualcosa che poi non venga a sua volta distrutto.

Da questo quadro sono uscite urlanti, amareggiate ed esauste le voci degli artisti romani, degli organizzatori teatrali e dei gestori di spazi. Voci che sono state invitate a partecipare al Roma Theatrum Mundi per aprire (nuovamente) un dialogo con le istituzioni romane e non solo.

Negando ogni atteggiamento nostalgico Andrea Porcheddu ha parlato della “crisi sistemica” della città di Roma, crisi della cultura e dell’arte, che troppo spesso sono messe da parte da decisioni politiche altre e da labirintiche questioni burocratiche. Porcheddu ha sottolineato l’importanza di agire nell’immediato: “Abbiamo deciso di agire per non essere complici del decadimento. Per non essere complici delle politiche culturali che ci stanno portando altrove. […] Questa città ha perso la sua spinta creativa e propulsiva, non per mancanza di artisti. […] Siamo tutti esausti, stanchi. Respiro quotidianamente un senso di fatica. Ci siamo sfiniti di aspettare”.

Porcheddu ha paragonato gli artisti a coloro che, e spesso se ne vedono a Roma, aspettano l’autobus da tanto tempo. Aspettano, ma l’autobus non arriva. E allora alcuni decidono di andare a piedi. “Siamo tutti appiedati!”.

A Roma si vive il forte divario che nel ‘600 divideva il Teatro di Corte da quello dei Comici. Si vive una separazione costante fra il teatro istituzionalizzato e le compagnie di ricerca. Un gap non solo ideale o stilistico. Una separazione netta tra possibilità e opportunità. “Il 90% delle compagnie di ricerca non sono in regola perchè impossibilitate a rispettare le norme – aggiunge – Numerosi artisti non hanno la possibilità di regolarizzare il proprio lavoro. […] Giovani e meno giovani sono stremati, e troppo spesso viene richiesto loro di lavorare gratuitamente, a volte addirittura pagando per farlo. Molti artisti sono sotto un ricatto morale”.
E chiede provocatorio: “Cosa fare? Dobbiamo smettere? […] Abbiamo l’utopia di una società migliore. Siamo dei matti. Ci dobbiamo prendere la responsabilità di fare politica culturale […] Facciamo allora del Teatro India un ponte, un collegamento tra il Teatro di Corte e il Teatro dei Comici. Facciamo uno stadio degli atleti del cuore. Siete pronti a cambiare questa città?”.

Ma gli “atleti del cuore” pare non abbiano casa a Roma. Non hanno un luogo per produrre, e molti di loro hanno deciso di realizzare i loro progetti artistici altrove, in altre regioni, come ci aveva anche confermato solo qualche settimana fa Roberto Latini in quest’intervista.

Un momento dell'assemblea (photo: Manuela Rossetti)

Un momento dell’assemblea (photo: Manuela Rossetti)

Graziano Graziani si sofferma soprattutto sull’assenza di continuità nella gestione degli spazi che spesso, tra un bando e l’altro, sono costretti a chiudere anche per 9 mesi, portando un danno enorme non solo economico ma in molti casi, soprattutto per i teatri di cintura, sociale e culturale.

Sul tema degli spazi interviene con il cuore in mano Fabrizio Parenti parlando della situazione del Rialto Sant’Ambrogio, che proprio la sera precedente è stato ri-occupato. Parenti racconta di come “la politica e le istituzioni ormai da troppi anni si disinteressino della cultura e non solo del teatro” E afferma: “A volte il problema non è di legalità, ma di giustizia”.
Per opera e impegno quotidiano di privati cittadini numerosi spazi romani vivono e animano culturalmente la città. Ma compagnie ed artisti lavorano spesso gratuitamente, rischiando denunce, a volte messi alla pari di “mafia capitale”, nella produzione non solo di cultura e arte, ma anche di incontro e socialità. “Bisogna creare delle situazioni di confronto permanente. Bisogna avere delle progettualità comuni – ribadisce – Il confronto ci vuole e deve essere istituzionalizzato”.

All’intervento, acclamatissimo, di Parenti si susseguono una serie di rapidi interventi che in qualche modo confermano, da diversi punti di vista, gli argomenti toccati: l’esigenza degli artisti di un riconoscimento professionale e giuridico (“manca la tutela alla professionalità” elenca tra i vari punti il gruppo di Facciamolaconta); l’esigenza di spazi per produrre; l’esigenza, per gli spazi in gestione, di avere maggiore continuità (Teatro Quarticciolo); la necessità di restituire “etica e dignità” ai lavoratori dello spettacolo (Valentina Salerno di Crepino gli Artisti e di Teatro dell’Illusione).
In tutti gli interventi si respira la concreta necessità di stabilire subito degli appuntamenti per costituire “tavoli tecnici” per il confronto diretto con le istituzioni, non solo locali, specifica Tiziano Panici di Teatro Argot.

Le parole dell’assessore Luca Bergamo rimbalzano fra il dare ragione agli artisti e giustificare le difficoltà politiche a seguito della “faticosa approvazione del bilancio del Comune di Roma” a causa “di un lungo periodo di assenza della politica nella cultura” (il riferimento va alle precedenti amministrazioni).

Bergamo accetta l’invito ad organizzare tavole tecniche di dialogo ed incontro, sottolineando che “serve una forte presenza politica delle persone e dei rappresentanti della cultura. Dobbiamo realizzare cicli di dialogo”. Una volontà estremamente apprezzata dall’assemblea, ma che solleva un dubbio esplicitato da Parenti: “Non lo possiamo organizzare noi (il tavolo tecnico), noi facciamo tutto gratuitamente, non possiamo farlo. Voi siete stipendiati!”. Una sottolineatura a cui non segue una risposta esauriente.
Bergamo torna ad evidenziare come “i passaggi dentro l’amministrazione comunale siano lenti”, accennando ai “debiti fuori bilancio del Comune”, e di come per anni “i tagli sulle spese rivolte alle attività culturali sono stati ritenuti poco importanti”. Questo mix ha portato all’attuale situazione, che è il “prodotto di un’assenza”.

Le affermazioni dell’assessore, da un lato un pò accomodanti nei confronti della platea e dall’altro mirate a scaricare le proprie responsabilità su altri (la Corte dei Conti, la Sovrintendenza dei Beni Culturali, le precedenti amministrazioni, i buchi in bilancio, la burocrazia…), non convincono però chi lo ascolta.
“Le risposte sono ritenute insufficenti – si fa portavoce Porcheddu del parere di molti – Stiamo con te in quello che stai facendo, ma forse i problemi sono più urgenti. Tante volte la politica è venuta a spiegarci il grande labirinto che abbiamo sulla testa, ma la disponibilità deve essere concreta e pratica”.

Lasciamo così l’artista di nuovo alla sua fermata dell’autobus, ad aspettare un ‘mezzo’ che chissà se mai arriverà. Lui, scarpe rotte, a decidere se aspettare ancora o rimettersi di nuovo in cammino, ancora una volta a piedi.

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