Rosmersholm: Fracassi e Micheletti per un ultimo tango nell’aldilà

Photo: Giuseppe Distefano
Photo: Giuseppe Distefano

Un gioco senza vinti né vincitori, cui partecipano Rosmer e Rebekka, un pastore protestante e la sua domestica, avvolti da un’atmosfera lugubre. È “Rosmersholm. Il gioco della confessione” di Henrik Ibsen (qui nella tagliente riduzione di Massimo Castri), produzione Teatro Franco Parenti, con Federica Fracassi e Luca Micheletti, entrambi anche ideatori dell’operazione, e il secondo in cabina di regia.

La scena ci racconta che i protagonisti si fronteggeranno nella dimensione dell’aldilà, territorio misterioso e affascinante che ha offerto suggestioni per illustri viaggi letterari. Ma la morte, la realtà ultraterrena, qui è solo pretesto per sondare, in un riflusso di coraggio e svelamento, gli abissi dell’animo umano.

Eccoli dunque il pastore Rosmer, conservatore, rigido, puritano, e Rebekka West (futuro oggetto dello studio di Freud e Groddeck), donna moderna, dinamica e appassionata, stesi su due tavoli di legno scuri, illuminati da candele a olio, circondati da terriccio e fiori, in un cimitero attorno a cui si sviluppa, circolare, la platea.
La simmetria nella costruzione delle scene lascia presagire che tale precisione orienterà anche la drammaturgia e la regia dell’opera. Simmetrico e graduale è, infatti, il risveglio delle due anime dal torpore della morte, da cui si astraggono per confrontare parole e sentimenti, anche se il loro eloquio somiglia più a un intersecarsi di monologhi che a un dialogo vero e proprio. Nella ragnatela che caratterizza i legami tra i protagonisti, s’intrecciano razionalità e follia, gioia e dolore.

Sullo sfondo c’è una terribile disgrazia in cui entrambi si sentono coinvolti: il suicidio di Beata, moglie di Rosmer, nella gora del mulino.
Rebekka, giunta nella casa del pastore come donna tuttofare, aveva sconvolto Rosmer e il suo sistema di valori con la sua gaia spensieratezza. Tra i due si era creata un’intimità che aveva ferito Beata, tormentata per la propria mancata maternità. Scomparsa Beata, Rosmer avrebbe potuto iniziare una nuova vita sposando Rebekka, ma entrambi sono vittime del proprio tormento.
Nei due protagonisti non c’è traccia di pentimento o rimorso, ma solo il peso insopportabile della colpa. Rosmer si sente come “un re spodestato su un cielo arso dalle ceneri di un grande castello, dove il tempo ha ridotto tutto in polvere”.
È una confessione che si sviluppa simmetricamente scavando nei confini tra razionalità e follia, Eros e Thanatos, libertà e fede, letizia e Super-Io, senza tuttavia giungere a una soluzione alternativa alla morte.

“Rosmersholm Il gioco della confessione” si regge su una regia che dota l’allestimento di un rimbalzo perfettamente razionale tra scena, drammaturgia, luci, ombre e personaggi, mantenendosi tuttavia distante dallo spettatore, affascinato ma a tratti allontanato da un linguaggio ricercato, non così immediato, e dallo sviluppo criptico dell’azione.

Ottime le interpretazioni di Federica Fracassi e Luca Micheletti, alle prese con un ultimo tango nell’aldilà: due cadaveri composti eppure ancora dai rigurgiti vitali, oseremmo dire carnali, profondamente ancorati a ciò che erano e rappresentavano in vita.
La gravità di Rosmer, che l’attore declina nei minimi particolari, dalla postura all’eleganza con cui indossa l’abito d’epoca, dal modo di muoversi ai gesti e movimenti del corpo e del viso, bilanciano la passionalità di Rebekka, avvolta in un grande vestito rosso con gonna a campana, come la tradizione ottocentesca imponeva.

ROSMERSHOLM. Il gioco della confessione
monodramma a due voci di Henrik Ibsen
riduzione Massimo Castri
da un’idea di e con Federica Fracassi e Luca Micheletti
regia Luca Micheletti
musiche Henry Cow, Jeff Greike, Emmerich Kálmán
luci Fabrizio Ballini
suono Nicola Ragni
produzione Teatro Franco Parenti
in collaborazione con Compagnia Teatrale I GUITTI
sotto l’Alto Patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia
e con il sostegno di Innovation Norway

durata: 1 h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 9 febbraio 2018

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