RossoWilde. Comteatro nelle pulsioni di Dorian Gray

RossoWilde (photo: Laura Rostiti)
RossoWilde (photo: Laura Rostiti)

L’ingegno brillante, l’essenza colta e stravagante di Oscar Wilde. Lo spirito eccentrico del cantore per eccellenza dell’estetismo e del decadentismo.
In “RossoWilde. Il ritratto di Dorian Gray”, di scena alla Cavallerizza del Teatro Litta a Milano, Davide Del Grosso propone l’inscindibile nesso tra vita e opera di Wilde, scrittore inglese dall’animo burrascoso e tormentato, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Il valore supremo della forma, indipendente da ogni scrupolo morale, contrapposto al grigiore della vita borghese e ai valori della società di massa. Un mix di autentico anticonformismo e balzachiana aspirazione al successo. L’intreccio di ribellione e mondanità.

La scena disegnata da Dino Serra, con la supervisione registica di Claudio Orlandini, è intersezione prospettica di tre cornici. Da un capo all’altro del minuscolo ambiente in mattoni rossi, conforme alle ambientazioni decadenti del romanzo, si srotola una sorta di papiro di dieci metri. È il sunto del “Ritratto di Dorian Gray”, così com’è stato schematizzato, chiosato, vissuto prima della messinscena da Del Grosso, autore della drammaturgia insieme a Orlandini. I venti capitoli di uno dei più moderni romanzi della letteratura europea diventano spartito aperto sugli spettatori, a puntellare i momenti rilevanti di una storia avvincente.

Nelle mani dell’attore c’è il libro, a rimarcare la centralità dell’opera. È una peculiarità di Comteatro, compagnia di stanza a Corsico (MI): il regista e gli attori sono importanti, ma non devono soverchiare il testo originale e l’autore. Il teatro è al servizio della letteratura: mezzo, non fine.

Il monologo trasuda atmosfere bohemien. Le musiche di Schubert, compositore austriaco romantico dalla vita privata singolarmente torbida votata all’autodistruzione e alla malinconia, per molti versi simile a quella di Wilde, entrano nella partitura drammaturgica esaltandone i momenti topici. Sono note disarmanti, ingenue, ricche di sentimento e fantasia, di toni e colori. Anche Schubert aiuta a rivelare, per mezzo delle sue modulazioni, le profondità inesplorate dell’anima di Gray.

Del Grosso, ampi costumi con pizzi e merletti, lunghe chiome fluenti sul petto, si accosta al testo mediante un preambolo di metateatro. Propone la fatica dello studiare: occorre leggere e rileggere il testo per scovarne i significati profondi. Ma in scena campeggia soprattutto il singolare prototipo d’eroe decadente incarnato da Wilde: un ribelle, un genio amante dei paradossi, in aperta opposizione con il mondo e con la mediocrità della vita di ogni giorno, che cercava di fuggire vivendo controcorrente, sovvertendo il sentimento comune, amando l’abnorme e l’insolito, esaltando i sensi e la creatività.

È la volta poi del romanzo che punta all’ideale dell’arte e della bellezza, dove “bello” è sinonimo di artefatto, innaturale, morboso. Ma il protagonista, personaggio attualissimo tanto da diventare simbolico (la nostra epoca vive in maniera aberrante la “sindrome di Dorian Gray”, cioè la paura di invecchiare) non riesce a reggere la prova della fuga del reale. Alla fine del suo percorso esistenziale è angosciato come chi ha perduto il conforto dell’antica moralità.

Passo passo, con luci come sfuocate da una lente opaca (disegnate da Alessandro Bigatti), entriamo nel vivo della narrazione, nell’animo e nei sentimenti di Dorian Gray. Pur usando la terza persona, Del Grosso diventa tutt’uno con il personaggio. Anche senza rovistare nei bassifondi della sua aberrazione, ne evoca la perversione, le malvagità e gli eccessi, in un crescendo di tensione enfatizzata dalla musica.

La drammaturgia si avvita in qualche ridondanza nella fase iniziale; poi scorre fluida, a tratti ironica, sviscerando i motivi principali del romanzo: l’autoritratto, il patto con il diavolo, il tema dello sdoppiamento della personalità.
Il vigore del corpo dell’attore, la forza recitativa, la freschezza istrionica con cui è proposto il dualismo tra etica e bellezza, sono la forza di questo spettacolo che – come una conferenza d’arte – guida il giovane spettatore (l’età consigliata dalla compagnia è dai 16 anni) all’incontro con l’autore, invogliato a leggere un romanzo che resta una delle pietre miliari della letteratura moderna.

ROSSOWILDE Il ritratto di Dorian Gray
di Davide del Grosso  e Claudio Orlandini
con  Davide del Grosso
assistente alla regia: Chantal Masserey
scene di Dino Serra
scritte di  Stefania Solari
luci: Alessandro Bigatti
regia di  Claudio Orlandini
produzione COMTEATRO

durata:  1h 15’
applausi del pubblico: 3’
età consigliata: da 16 anni

Visto a Milano, Teatro Litta, il 24 marzo 2017

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