La Salome di Damiano Michieletto guarda anche ad Amleto

Photo: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
Salome - Photo: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Non ci siamo assolutamente fatti sfuggire la possibilità, seppure in streaming, di assistere dal Teatro alla Scala alla “Salome” del compositore tedesco Richard Strauss, opera in un atto e un balletto su libretto dello stesso compositore, basato sulla traduzione in tedesco di Hedwig Lachmann dell’omonimo dramma in francese di Oscar Wilde.

“Salome” fu rappresentata per la prima volta il 9 dicembre 1905 alla Königliches Opernhaus di Dresda, diretta da Ernst von Schuch con grandissimo successo, anche se fu subito contestata “per motivi morali e religiosi”. Fu invece lo stesso compositore a dirigere la prima italiana al Teatro Regio di Torino il 22 dicembre 1906, con protagonista Gemma Bellincioni (ed è certificato anche il fatto che Arturo Toscanini volle programmarla alla Scala in quegli stessi giorni come ripicca per non averla potuta tenere lui a battesimo in Italia).

Pur essendo stato il poeta Anton Lindner a suggerire a Strauss di musicare la Salomè di Oscar Wilde, curandone una prima riduzione del testo, il compositore preferì ricorrere alla traduzione tedesca della scrittrice Hedwig Lachmann che fu assai più fedele all’originale di Wilde, accentuandone dunque i toni e le passioni in gioco.
Infatti, se nella vicenda comunemente nota è la madre, Erodiade, il motore della storia, l’opera di Strauss vede al centro dell’intrigo una scatenata Salomè, delirante nella sua lussuria, addirittura necrofila, innamorata del corpo del Battista, molto più crudele del suo famoso patrigno Erode Antipa, tetrarca della Giudea, che nel contempo la brama ferocemente.

Le passioni, intrise di tragica morbosa eccitazione, vengono esaltate dal compositore tedesco in un’ora e mezza di musica concatenandosi una sull’altra, in un continuo sovrapporsi di desideri e di deliri, e vedendo come protagonisti Salome (Salomè), la madre Herodias (Erodiade), Herodes (Erode), Narraboth il capo delle guardie del re, innamorato della ragazza e che a causa sua si uccide e Giovanni Battista (Jokanaan), la loro vittima sacrificale.

L’opera, ambientata nella reggia del tetrarca a Gerusalemme, è divisa in quattro scene e incomincia nel corso un fastoso banchetto, in cui il paggio di Herodias consiglia a Narraboth di non lasciarsi ammaliare da Salome, mentre si ode la voce del profeta imprigionato in una cisterna, che annuncia l’arrivo del Messia.
E’ allora che, sulla terrazza, compare la principessa che, ammaliata dalla voce di Jokanaan, ordina di liberare l’uomo dalla cisterna, il quale a gran voce condanna i comportamenti incestuosi di Erode e della nuova moglie. Salome è subito attratta dal profeta e vorrebbe baciarlo. Narraboth, che nutriva un infausto amore per la donna, geloso, si uccide, mentre Jokanaan maledice la giovane, ritornando nella sua prigione.
Anche Herodias è turbata dalla presenza del profeta e accusa il marito di esserne spaventato; il re però ne è indifferente e chiede alla figliastra, di cui è ammaliato, di danzare per lui, promettendo di darle qualsiasi cosa desideri. E’ qui che vi è il momento più celebre dell’opera, la “Danza dei sette veli”.
Finito di danzare, la sciagurata chiede come premio di ricevere su un piatto d’argento la testa mozzata di Jokanaan. Herodes, dopo aver tentato invano di dissuaderla (mentre Herodias ne è immensamente felice, avendola il Profeta calunniata pesantemente), gliela consegna e Salome ne bacia la bocca coperta di sangue. La misura è colma anche per il feroce Herodes che, sdegnato, ordina ai soldati di sopprimerla.

“Salome”, anche per merito del decadentismo wildiano, di cui si nutre abbondantemente, è una creazione che attua una netta cesura con il teatro musicale precedente, sopprimendo ogni residuo di romanticismo per collocarsi perfettamente nel pre-espressionismo che imbeverà poco dopo tutta la cultura tedesca. Tutto ciò sia per la violenta carica espressiva, intrisa del forte edonismo che la contraddistingue, sia per l’assoluta mancanza di condivisione umana, dove ogni personaggio vive le sue estreme passioni in solitudine, e dove il potere dello sguardo erotico pervade tutti.
In più sono presenti tutte le particolarità di cui l’arte del nuovo secolo sarà percorsa: erotismo, vitalismo, estetismo. E la musica straussiana ne percepisce tutti gli stimoli, adeguandosi perfettamente, attraverso un approccio musicale che rompe ogni precedente paradigma ottocentesco, ed esprimendosi per mezzo di una stupefacente ricchezza polifonica, un uso contemporaneo delle diverse tonalità e la sovrapposizione di più ritmi.
Tutto ciò trova meraviglioso impiego nell’ultima parte dell’opera quando, dopo la “Danza dei sette veli”, alle continue richieste del patrigno che le offre qualsiasi cosa, la protagonista insistentemente ripete: “Voglio la testa di Jokanaan”, e nel bellissimo finale, quando la principessa si rivolge, in un disperato tragico appello rimasto deluso, alla testa mozzata del Profeta (reinventata per mezzo di una folgorante idea con il celebre acquerello del 1875 di Gustave Moreau): “Perché non mi hai guardata… mi avresti amata”.
Qui gli echi di profondo lirismo dei meravigliosi ultimi lieder e dei poemi sinfonici del musicista tedesco si incuneano nell’espressività lacerata delle parole di Salome con risultati esaltanti per l’ascoltatore.

Per un’opera così concettuale Damiano Michieletto, che firma la regia, attraverso le scene del suo ottimo e abituale collaboratore Paolo Fantin, dei costumi di Carla Teti e delle luci significanti di Alessandro Carletti, avrebbe potuto accontentare i tradizionalisti melomani con un allestimento che ricordasse paludatamente il Pastrone di Cabiria. Il regista invece, spruzzandola con un poco di Strindberg, ma soprattutto con un occhio ad Amleto, colloca la vicenda in un ambiente borghese, facendo della ragazza la vittima sacrificale di una famiglia sciagurata, in cui, parafrasando l’opera scespiriana, il padre di Salome (Herodes Philippus a cui in scena viene eretto un sacrario) viene ucciso – con il consenso della madre – dallo zio che, in più, ha sempre cercato di concupirla. Testimone di tutto ciò è il Paggio di Herodias, riconsiderato come l’anziana governante, mentre Narraboth diventa una specie di contabile della famiglia. E il fantasma scespiriano qui è il Profeta: una voce scomoda che riporta la principessa al suo passato (c’è anche in scena il suo doppio bambina) raccontandole verità difficili da sopportare: gli uomini l’hanno sempre usata; ed è per questo che Michieletto, nella “Danza dei sette veli” (la coreografia è di Thomas Wilhelm), la fa imprigionare, nei movimenti, da soli uomini coperti da una maschera (che ricorda quella famosa di un altro re, Agamennone), candida vittima sacrificale, più del Profeta, simboleggiata dal grande vestito bianco rigato di sangue, che verso la fine la ricopre, unendo il binomio, qui indissolubile, di amore e morte.

Salome - Photo: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Salome – Photo: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Michieletto cosparge la scena (un cubo bianco e nero con una parete finale scorrevole, dietro la quale si paleseranno le scene del banchetto e i ricordi infelici della principessa) di una fitta simbologia, a volte troppo ripetuta, che talvolta destabilizza lo sguardo dello spettatore (le piume nere, i suggestivi angeli della morte che percorrono la scena, la terra della cisterna-prigione di Jokanaan, una lucida luna nera con cui Salome gioca, un agnello sgozzato e il sangue che cola dall’alto raccogliendosi in un recipiente). Un allestimento che legge, forse in modo troppo univoco, una vicenda entrata nell’immaginario di tutti, ma che ci restituisce in modo altamente visionario molti dei sottotesti di un’opera unica nel suo genere, che cambiò per molti versi il melodramma.

La considerevole riuscita dell’opera l’abbiamo riscontrata anche nella parte musicale, dove Riccardo Chailly sul podio (e non Zubin Mehta, convalescente dopo un malore durante le prove) dirige in modo impeccabile l’orchestra scaligera in questa difficilissima e inusuale partitura, restituendone al contempo tutte le aspre sonorità che la pervadono e gli abbandoni lirici, in perfetta simbiosi con gli accadimenti narrati.
La cantante russa Elena Stikhina, al debutto scaligero come Salome, si dimostra interprete vocale e teatrale di grande eccellenza. Con lei vanno ricordati anche i comprimari, sempre in parte e vocalmente plausibili: Wolfgang Koch come Jochanaan, Gerhard Siegel come Herodes e Linda Watson come Herodias.

SALOME
Richard Strauss
Direttore Riccardo Chailly
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Coreografia Thomas Wilhelm

Cast:
Herodes Gerhard Siegel
Herodias Linda Watson
Salome Elena Stikhina
Jochanaan Wolfgang Koch
Narraboth Attilio Glaser
Ein Page der Herodias Lioba Braun
Fünf Juden Matthäus Schmidlechner
Matthias Stier
Patrick Vogel
Thomas Ebenstein
Andrew Harris
Zwei Nazarener Thomas Tatzl
Manuel Walser
Zwei Soldaten Sorin Coliban
Sejong Chang
Ein Kappadozier Paul Grant*
Ein Sklave Chuan Wang

*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala

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