84.06: l’apocalisse della libertà umana dei Santasangre

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84.06 (photo: santasangre.net)

Fin dal principio la tensione è palpabile. Vuoi per i due individui in tuta marrone agli angoli del palcoscenico, che fissano imperturbabili e austeri il pubblico mentre prende posto, vuoi per il sentore che qualcosa accadrà. Probabilmente sotto la loro guida.

“84.06” è il primo di tre spettacoli nati nell’ambito del progetto “Studi per un teatro apocalittico”, iniziato dai Santasangre nel 2005 con l’intento di recuperare un approccio laico della parola Apocalisse. La ricerca, quindi, muove intorno ad una visione contemporanea dell’apocalisse che, spiega la compagnia romana, “designa il mondo a divenire una sorta di laboratorio produttivo, in cui la sua stessa sapienza di progressione diventa messaggio profetico e strumento di fine”.

La performance ha inizio. E stavolta, a maggior ragione, di performance si tratta. L’alto e il perfetto utilizzo della tecnologia dimostrato dai Santasangre inizialmente ipnotizza, tanto da confondere ciò che è reale da ciò che è immagine video riprodotta.
Un uomo, l’ultimo uomo, è catturato in quella che la compagnia definisce una ipotetica scatola di vetro, perfetta allegoria di un sistema di condizionamento. La sua condotta, differente da quella preposta dal sistema, sarà così canalizzata non tanto verso un modo d’agire differente, quanto nel suo pensiero, fino allo sfinimento finale: l’azzeramento della visione critica dell’individuo.

Mentre la tensione continua a mordere le mie corde, contemporaneamente sento emergere sensazioni che mi riportano all’infanzia. A quell’attrazione morbosa e allo stesso tempo paurosa del serial televisivo statunitense “Visitors”, che sbarcò in Italia per la prima volta nel 1986. Avevo dieci anni esatti. E l’attrazione era fomentata dal fatto che mia madre mi mandasse a letto poco dopo la sigla iniziale. Insomma, i Visitors, intravisti di nascosto ed ascoltati con attenzione nei racconti dei compagni di classe, presero un buon posto nel mio immaginario. Facendo crescere al contempo quell’appassionato interesse non tanto verso la lotta tra buoni (umani) e cattivi (extraterrestri), quanto per la morbosità insinuata dal “diverso”, nascosto sotto sembianze umane facilmente strappabili di dosso e mostruose: il “visitatore” come moderno colonizzatore, non solo di un territorio ma di una specie intera. E quindi l’umanità da sottomettere (anche psicologicamente) per essere segretamente trasformata in cibo, garantendo la sopravvivenza dell’altro.
Si potrebbero fare certo citazioni e rimandi più colti. Ma la sensazione di pancia non rimanda al letterario bensì al cult-trash-serial anni ’80.

Ciò che, di “84.06”, risveglia in me reminiscenze d’infanzia è così la sudditanza ad un ordine preposto e ad un piano metafisico di cui l’uomo non ha conoscenza né controllo individuale: quell’alone terribile eppure affascinante che il potere e la sottomissione sanno comunque sempre creare. Il tutto nella suggestione di un corpo umano da vivisezionare tra boati improvvisi e fantasmi proiettati.

Poi, però, quel qualcosa d’iniziale che aveva costruito un’attesa non si realizza. O, perlomeno, non suscita emozione. Il pathos rimane assopito, e l’eccitazione iniziale si perde. Tutto questo nonostante la riflessione posta dalla compagnia (l’eliminazione della consapevolezza dallo stato di schiavitù in cui consumiamo il nostro quotidiano) sia oggi questione nevralgica quanto urgente.
Eppure, dopo 35 minuti di indubbia abilità tecnica, quando tutto improvvisamente si spegne, ci vogliono due bei minuti pieni perchè il pubblico possa davvero credere che tutto sia finito lì.

84.06
ideazione: Diana Arbib, Luca Brinchi, Maria Carmela Milano, Dario Salvagnini, Pasquale Tricoci
musiche originali ed elaborazione dal vivo: Dario Salvagnini
elaborazione video dal vivo: Diana Arbib, Luca Brinchi
luci: Maria Carmela Milano
con: Stefano Cataffo
voce: Roberta Zanardo
produzione: Santasangre 2006
organizzazione: Elena Lamberti
foto di scena: Fabrizio Cerroni
con il sostegno di Eti Ente Teatrale Italiano
durata: 35′
applausi del pubblico: 1′ 36”

Visto a Milano, Pim Spazio Scenico, il 7 febbraio 2009