Scenario 2015, vetrina del pensiero debole

Un momento della premiazione (photo: Andrea Alfieri)

Un momento della premiazione (photo: Andrea Alfieri)

È difficile. Difficile è l’attributo con cui la giuria riassume la quindicesima edizione del Premio Scenario. Difficile è il nuovo assetto delle realtà del teatro italiano che, come sottolineano Stefano Cipiciani e Cristina Valenti nella prefazione del catalogo del premio, nell’applicare il nuovo decreto ministeriale, non riescono a coadiuvare più di tanto quelle sinergie trasversali tra soggetti atte ad avvalorare nuovi talenti creativi.
Difficile diventa quindi riconoscere quell’urgente nuovo o quelle apparizioni inaspettate a cui la filosofia sia del premio che quella originaria del festival di Santarcangelo (che da qualche anno ospita la finale dello Scenario) si ispirano.
Molto più facile è allora rimanere perplessi davanti a un’edizione che delude aspettative e presupposti.
Sgombriamo però il campo da equivoci. Il Premio Scenario non ha l’imperativo compito di scovare capolavori o geni latenti della scena contemporanea italiana; la sua vocata missione è semmai quella di valorizzare percorsi e progetti ancora in fieri, monitorati durante una selezione a tappe che ha visto 155 proposte da tutta Italia ridursi ai 12 studi finalisti, presentati in una maratona di due giorni all’interno di Santarcangelo; 12 studi che, per propensione e inventiva, potrebbero potenzialmente veleggiare verso un futuro di acclamati successi.

Eppure, a differenza di altre edizioni, la percezione generale dopo questa carrellata dei primi venti minuti compiuti dei lavori è che la strada per il successo sia ancora lunga e impervia.
Non fasciamoci la testa prima di rompercela, direbbe qualcuno: gli spettacoli vincitori sono senza dubbio meritevoli. Partiamo allora da lì.

“Mad in Europe”, dell’omonima compagnia di Varese, racconta la vicenda di una donna incinta impazzita al Parlamento europeo, una deflagrazione di lingue e dialetti in cui Angela Dematté, autrice ed interprete, assume le stralunate frammentazioni di un personaggio riuscitissimo per la sua invasiva e stramba interiorità.


Caroline Baglioni in Gianni

Caroline Baglioni in Gianni

“Gianni”, della perugina Caroline Baglioni, è il vincitore del Premio per Ustica, destinato a nuovi progetti incentrati sulle tematiche dell’impegno civile, sociale e della memoria.
Ispirato alla problematica esistenza di uno zio afflitto da una patologia maniaco-depressiva, è un lavoro di intima ricostruzione biografica che sfocia in una possente ricerca performativa, dove la memoria dell’interprete diviene ebrezza esistenziale in spazi dagli echi beckettiani.

Spettacoli meritevoli, dicevamo, che nel rendiconto generale della rassegna danno però più l’idea di essere delle scelte obbligate piuttosto che un ponderato discernimento di proposte comunque valide. E non si può non tirare ancora una volta in ballo il termine difficile se andiamo a considerare la singolare preferenza data per il Premio per Ustica.
In una panoramica di elaborazioni in cui a tener banco sono principalmente testi riguardanti l’immigrazione, la seppur valida opera della Baglioni non è ben chiaro come possa agganciarsi, come tematica, al mandato di un premio dedicato ai valori della memoria storica.

Segnalazioni speciali sono state conferite a “Homologia” di Dispensa Barzotti, unica proposta in cui a prevalere è una consapevole indagine sul linguaggio scenico che, portando alla ribalta la fantasia dell’assurdo e del doppio, privilegia le alternative del teatro di figura rispetto a quello di parola, il tutto tramite percorsi attraverso ambienti mentali per approdare all’imprescrittibilità del reale nella vita solitaria di un anziano nel suo salotto.

Altra segnalazione speciale a Mario de Masi con “Pisci ‘e paranza”, un parapiglia di strampalati personaggi dislocati nel non luogo di una stazione, che come pesci in un acquario nuotano in un microcosmo compresso, dove trovano spazio le dinamiche più varie ed estreme delle interazioni umane. Una drammaturgia in vernacolo napoletano che non manca di una sua forza poetica ma che non cela comunque una maldestra resa scenica.

Al di fuori di questi episodi si possono intravvedere alcuni spunti frammentari di interesse, ma nulla che riconduca a una organica tendenza di analisi su percorsi “altri” o di urgenze non omologate.
A scarseggiare nei presupposti non è tanto la preparazione degli artisti (praticamente tutti vengono da solidi studi conseguiti in fior fior di scuole e accademie, alcuni pure con importanti esperienze professionali alle spalle o in corso), ma è proprio nella carenza di idee forti che lo sguardo si perde, tanto da imporre una riflessione perfino su come certe proposte siano potute approdare alla fase finale.

Il Premio Scenario è una manifestazione biennale, e due anni sono forse un lasso di tempo troppo breve per dare la possibilità alle eccellenze in erba di poter coltivare e raccogliere visioni riconducibili ad un terreno fertile di abilità insolite. Magari non sarebbe un’eresia considerare l’opportunità, nel caso di evidente mancanza di queste inclinazioni, di prorogare la cadenza della ricognizione del nuovo a cui il premio si ispira.
Sintomatico di questa circostanza è il trionfo, in questa edizione, della forma del monologo. A testimoniare un ‘ritorno’ alla configurazione più semplice e naturale della narrazione teatrale, àncora di salvezza in un mare creativo che non riesce a trovare abbordaggi in dinamiche sceniche più strutturalmente originali.

La lettura di Vena Cava Inferiore, l'omaggio a Matteo Latino (photo: Andrea Alfieri)

La lettura di Vena Cava Inferiore, l’omaggio a Matteo Latino (photo: Andrea Alfieri)

Documentare una perlustrazione dell’inedito teatro under 35 non dovrebbe allora per forza diventare una mera certificazione di presenza.
Seppur con tutte le difficoltà che l’attualità culturale impone, il retrogusto di questa annata è quello dell’occasione mancata.
Il valore del Premio Scenario rimane comunque intatto, essendo tra le rare e concrete opportunità, in Italia, per le compagnie partecipanti, di un momento di crescita e confronto condiviso, meglio sarebbe ancora se accompagnato da una futura carriera di circuitazione. E a questo proposito ricordiamo che la “Generazione Scenario” (i quattro progetti, tra vincitori e segnalati) farà tappa in alcuni festival, ad iniziare, ieri, da Volterrateatro e proseguendo poi con Operaestate Festival – B.Motion (Bassano del Grappa, 25-26 agosto), il romano Short Theatre e Scenari Europei under 35, a Pescara dall’11 al 21 settembre, e infine al Terni Festival.

Concludiamo ricordando come questa finale del Premio sia stata dedicata a Matteo Latino, vincitore dello Scenario nel 2011, e scomparso prematuramente il 30 marzo scorso.
Prima della proclamazione dei vincitori la compagnia La Fabbrica gli ha reso omaggio con una lettura scenica del suo testo inedito “Vena Cava Inferiore”, un momento poetico di ricordo a un giovane autore che, nonostante un passaggio troppo breve, ha saputo condividere un sentire profondo, intenso e lacerante sia dentro che fuori dalla scena.

Vi lasciamo ora al momento della premiazione e alle nostre brevi videointerviste successive.

No Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *