Schegge apre e convince, da Carnevali a Vyripaev

Le Illusioni di Big Action Money iniziano tra il pubblico, immortalando anche la nostra Vittoria Lombardi (photo: Bruno Garetto)
Le Illusioni di Big Action Money iniziano tra il pubblico, immortalando anche la nostra Vittoria Lombardi (photo: Bruno Garetto)

E’ buio in sala e la scena spoglia. Malinconiche note jazzate s’insinuano nel silenzio di spettatori in attesa che qualcosa s’illumini loro di fronte.
Ma a prendere voce è invece una donna seduta in prima fila. Si volta, attende gli sguardi del pubblico come un punto di fuga raccoglie le linee in un disegno prospettico, e sorride: “Buonasera.” Pausa. “Buonasera. Io vorrei parlarvi di una coppia di sposi”.

Inizia così “Illusioni” di Big Action Money sul testo del drammaturgo russo Ivan Vyripaev per la traduzione italiana dello stesso regista della compagnia, Teodoro Bonci del Bene.

Siamo a Torino, negli spazi di Cubo Teatro, al secondo appuntamento della stagione 15/16 di ScheggeAA a cura della direzione artistica a due mani della coppia Limone & Lucania.


Evolvendosi in un “vuoto” scenico che lascia piena libertà di sviluppo al racconto, “Illusioni” è una parabola esteticamente e strutturalmente contemporanea, ma atemporale per dimensione umana delle vicende. E’ una storia che avanza come un gioco di scacchi fino all’irresolubilità della mossa finale. Procede per voce di narratori esterni (i bravissimi Carolina Cangini, Kristina Likhacheva, Jacopo Trebbi e Teodoro Bonci del Bene), intessendo testimonianze di dialoghi ed incontri di due coppie di sposi ottuagenari, giunti insieme alle soglie conclusive della vita: Sandra e Danny ed Albert e Margaret.

Danny sta morendo e dichiara a Sandra le sue più sincere parole d’amore: ha amato solo lei, solo lei gli ha fatto conoscere la vita, la felicità e la dolcezza dell’essere in due e due in uno, avendogli trasmesso la consapevolezza che “l’amore vero non è amore se non corrisposto”.

Dopo la morte del marito, Sandra incontra Albert, miglior amico di Danny e compagno di vita di Margaret e gli dichiara di averlo sempre amato, di essersi sacrificata per rispetto dell’amicizia tra i due uomini e per stima nei confronti della moglie di lui, ma di aver capito che il vero amore è l’amore che non chiede, che rinuncia, che sa accettare di non essere corrisposto.
E’ con questa certezza, dice, che muore felice.

Dopo l’incontro con Sandra, Albert torna a casa da Margaret e le confessa di non averla mai amata davvero: il loro non è stato vero amore perché il vero amore è quello che brucia, quello incontrollabile che lui ha scoperto di aver sempre provato per Sandra. Così Margaret, “che era una donna con molto senso dell’umorismo”, gli rinfaccia di conoscere bene l’amore di cui parla e di averlo conosciuto proprio con Danny.
Privati della certezza di sapere con chi e cosa hanno vissuto pensando di amare, Sandra, Danny, Albert e Margaret sono di fronte ai loro ultimi giorni.

E’ da questa composizione geometrica che i narrat-tori, in una dimensione di complicità crescente che lentamente scardina il pathos iniziale (le lacrime di Carolina Cangini sulle ultime parole di Danny) fino a renderlo quasi farsesco, si passano il testimone del racconto e rivelano (o creano?) un meccanismo d’incastri.

Aggrappati al bisogno d’ univocità di sensi e certezze ultime, i personaggi vengono ritratti tramite evocazioni episodiche del passato: il sasso di un sentiero che diventa metafora del proprio posto nel mondo; la prima canna di marijuana che rende tutto così scandalosamente morbido; gli istinti di gioco non accolti; i momenti di pausa di fronte all’orizzonte incompresi dall’Altro al proprio fianco, quell’Altro che è Mondo ed altrettanto impenetrabile.

Seduti in ascolto, si ride per immedesimazione nella goffaggine esistenziale – così terribilmente realistica – del quartetto, ma più si ride, più amara si fa la verità: non esiste via di fuga dalle domande senza risposta. Ci si ritrova allora davanti allo spegnersi ad uno ad uno dei quattro personaggi come un re di scacchi attorniato dalle ultime quattro mosse che lo pongono “in matto”.
E’ una solitudine metafisica di fronte ad una scacchiera ormai priva di superstiti: “Non hai colpa della mia morte. La colpa della mia morte è tutta di questa dannata mancanza di eternità”, sarà il lascito di Margaret ad Albert.

Un’inevitabile tautologia, linguisticamente ironica ma concettualmente drammatica (perché, come vorrebbe Roland Barthes, la tautologia è “un mancamento al punto giusto, un’afasia salutare”, la carenza accidentale del linguaggio di fronte all’impossibilità del razionale), cerca di stabilire la logicità delle regole senza poter, invece, far altro che ricorrere ad un’identità: “La colpa della mia morte è tutta di questa dannata mancanza di eternità”.

Una scenografia semi-assente (un riquadro “etereo” sullo sfondo oltre il quale talora si perde lo sguardo degli attori, come Sandra con la sottile linea rosa del paesaggio lontano) è la zona franca di una parola che s’impone, canovaccio di un’opera che, grazie al disegno luci e al suono curato da Matteo Rubagotti, scorre nell’immaginazione di ciascuno con precisione cinematografica: sembra proprio di vederli, Danny e Albert, seduti in terrazza nel pieno della notte a confessarsi le proprie debolezze carnali.

Parte di un più ampio progetto di approfondimento sul drammaturgo russo Ivan Vyripaev sostenuto da L’Arboreto/Teatro Dimora di Mondaino, “Illusioni” è uno dei 15 testi per il teatro del regista e autore cinematografico e giovane direttore artistico del Teatro Praktika di Mosca.

“Irriducibile ed inconfondibile, le mie traduzioni ancora non riescono a rendere giustizia all’innovazione linguistica che rappresenta per il suo paese. Per la cultura slava Vyrypaev rappresenta una svolta letteraria paragonabile a quella apportata dalla cultura beat nel nostro mondo american-occidentale” racconta il traduttore e regista Teodoro Bonci del Bene.
“Big Action Money” restituisce pienamente lo schiaffo che ne comporta la messa in scena.
Ed è un raro piacere uscire allora da teatro con il diaframma spalancato per commozione ed un senso di stordimento prezioso.

Schegge AA, d’altronde, ha aperto con brillantezza la sua stagione con “Confessione di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo della crisi” di Davide Carnevali con Michele Di Mauro. Un monologo fittissimo, una confessione immaginifica di un ex presidente al suo popolo, una rivelazione dei meccanismi più sordidi del populismo, ovvero di quei meccanismi d’inganno che fecero sì che l’Argentina di Menem, cui è ispirata in origine la storia, arrivasse al collasso economico nell’indifferenza più totale della popolazione.

La Confessione di Michele Di Mauro (photo: Bruno Garetto)

La Confessione di Michele Di Mauro (photo: Bruno Garetto)

Michele di Mauro si scompone in una mimica fluida che, nel climax crescente della tensione narrativa, fa del suo volto una maschera, rendendolo quasi un personaggio di gomma elasticamente adattabile alle contraddizioni del suo “j’accuse”, come opportunisticamente adattabile dev’essere la personalità pubblica di un presidente.

Riproducendo suoni onomatopeici e grugniti che invadono a pioggia la scena all’interno della più ampia partitura (magnifica) di Gup Alcaro, Michele di Mauro evoca i più biechi soggetti orwelliani de “La Fattoria degli Animali” o gli scandali delle cronache a noi più vicine.

Eppure gli spettatori, resi membri di un tribunale popolare a cui lasciare “l’ardua sentenza”, restano nuovamente vittime di una manipolazione, ovvero di un’autocritica che cerca, in verità, l’assoluzione politica di quei “deficienti molto brillanti” che conducono le sorti del Paese.

Davide Carnevali presenzia all’appuntamento di Schegge ed incontra il suo pubblico al termine dello spettacolo: un’occasione di confronto che il Cubo Teatro mantiene come tradizione.
Carnevali racconta la nascita di “Confessione” con una generosa introduzione sulla storia politica dell’Argentina degli ultimi decenni, approfondita dall’autore proprio a Buenos Aires con un’attenzione particolare agli sviluppi della metanarrazione mediatica e televisiva.
E’ proprio il Museo del Bicentenario della capitale che ha offerto materiale audiovisuale di discorsi pubblici alla Nazione cui ispirarsi per l’incisività della drammaturgia, un saggio sulle strategie di ghostwriting.

Ha smorzato l’impegno tematico della prima parte della stagione di Cubo Teatro lo spettacolo “UberMarionetten” della compagnia DuoDorant (Salvatore Caggiari e Giuseppe Vetti) che s’inserisce parallelamente alla stagione di Schegge come uno tra gli appuntamenti domenicali della rassegna Clowntemporanea dedicata alla visul comedy, al mimo e ai nuovi linguaggi del teatro fisico.

Firmata Rebis Production, Clowntemporanea inizia con una “tragicommedia da ufficio” che mette in scena due professionisti dell’escapologia lavorativa che fanno delle 8 ore impiegatizie il palcoscenico su cui reinvetarsi cantanti rock, suonatori di polli o cowboy. Esilaranti.

Il teatro “Aperto-Appartato” di Schegge continua il 20 e 21 febbraio con “La semplicità ingannata” di Marta Cuscunà, “satira per attrice e pupazze sul lusso di essere donne”, ispirato alla figura seicentesca di Arcangela Tarabotti e alla vicenda delle Clarisse di Udine, “protofemministe” ai tempi dell’Inquisizione.
Seguiranno “L’albero storto” di Beppe Casales, “Harvest – quanto costa un uomo al chilo?” messo in scena da Ludwig/TeatroMa e Compagnia delle Furie, Arianna Scommegna in “Mater Strangoscias” per la regia di Gigi dall’Aglio e “Tomatosoap” della compagnia Manimotò.

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