Schianto di Oyes: il mondo è là fuori e dobbiamo affrontarlo

Schianto (photo: Antonio Ficai)
Schianto (photo: Antonio Ficai)

La giovane compagnia Oyes presenta “Schianto” in una piccola saletta del teatro Franco Parenti.
Il pubblico è accolto da una scenografia impattante, ma a suo modo composta: specchi e schegge rivelano un incidente accaduto. Le anguste dimensioni dello spazio e la relativa prossimità della scena sono già uno schianto: catturano lo spettatore in un’atmosfera viva, pulsante, che viene creandosi nella condivisione materica dell’ossigeno con gli attori. Crolla la distanza tra chi recita e chi guarda, tant’è che alle prime battute di Dario Merlini nessuno capisce che lo spettacolo è già iniziato. Merito, questo, anche dell’incredibile capacità attoriale, che contraddistingue l’intera compagnia.

Dopo una tirata d’orecchi al pubblico – che non spegne mai questi dannati telefoni! – Merlini dà le coordinate del momento: è uscito dall’ospedale, ha ritirato delle analisi, non sta bene. Maniaco dell’autocontrollo, tanto da prevedere perfino l’attimo preciso in cui avrà un attacco di panico, viene tuttavia sopraffatto dalla notizia e si accascia su un taxi per tornare a casa. Qui, però, incontra Umberto Terruso, che diventa il coprotagonista di un assurdo e onirico on the road.

Dario è distinto, sprezzante, cinico, borghese e saccente. Il suo involontario compagno di viaggio è diametralmente opposto: sfaticato, proletario, bighellone. Sembra un ventenne invecchiato, che pensa a tirar sera in qualche modo per fumarsi uno spinello. Ma in fondo è un cuore buono ed è perdutamente innamorato di sua moglie, che è incinta – motivo che lo sprona a darsi più da fare.
Nel profluvio di racconti che Umberto rivolge al suo cliente si accende tra i due un battibecco. La distrazione porta ad un primo schianto: investono uno strano animale.


La trama, fin qui intrecciata di verismo, allenta le sue maglie: soccorrono la vittima scegliendo di caricarla in macchina e iniziano a rivolgere domande alla strana creatura. Il gioco dell’assurdità funziona molto bene. Gli attori hanno una capacità sottile di mantenersi ancorati ad una recitazione genuina, che rimanda ad una fragrante quotidianità. Ed è proprio questa dote che riesce a sostenere l’inverosimile e a trasformarlo in magica poesia.
La parabola degli eventi, degli schianti, aumenta.

Per strada incontrano un sedicente Robin (Fabio Zulli), che si unisce alla sgangherata compagnia. È il vero Robin? È un ragazzino cresciuto con problemi psichici o è davvero un supereroe? Sottili frecciatine alla politica nazionale danno una verve piccante al personaggio, riuscendo a mantenere lo spettatore coinvolto in questo strano amalgama tra realtà e finzione.
Tutti e quattro, dopo la tremenda notizia ricevuta dalla moglie di Umberto, finiscono in uno squallido night club, dove una provocante Francesca Gemma allieta il pubblico cantando. Sembra di essere in una allucinazione, a metà tra un quadro di Hopper e “Il bar sotto il mare” di Benni.

La scrittura del testo è una riuscitissima operazione sperimentale, che ha coinvolto tutta la compagnia, diretta dallo sguardo lucidissimo di Stefano Cordella. Con straordinaria abilità, le diverse direzioni della narrazione riescono a riconnettersi in punti inattesi, come nel finale, in cui i personaggi apparentemente più marginali – la cantante e l’animale morente – si incontrano, con l’invito di restare in quel bar “dove non si prova più dolore”.

Si ha la sensazione che manchi un nucleo centrale della vicenda, una vera e propria storia. Ma la scrittura collettiva e la qualità eccelsa degli interpreti riesce a ricreare un campionario di realtà, di vite che, riflesse dalla lente del surrealismo, sono in grado di rivelare la poesia del vivere.

Non sempre accadono grandi eventi nella quotidianità. Alcune piccole cose per certe persone sono delle catastrofi. Alcune catastrofi, per altre, non sono niente di che. Tutti, però, hanno una tana sicura, un letargo taumaturgico, cui fuggono per ritrovare la forza necessaria per vivere, per riflettere. Per i protagonisti della storia è il night club, ma non solo, è qualcosa di più: l’incontro. Non a caso il primo schianto è con un animale: la sua umanità ci ricorda che per sopravvivere abbiamo bisogno dell’altro, e per quanto possiamo fuggire, il mondo là fuori dobbiamo affrontarlo. E insieme è più facile.

SCHIANTO
uno spettacolo di OYES
ideazione e regia Stefano Cordella
drammaturgia collettiva
con Dario Merlini | Francesca Gemma | Umberto Terruso | Fabio Zulli
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
disegno luci Stefano Capra
sound designer Gianluca Agostini
assistente alla regia Noemi Radice
organizzazione Valeria Brizzi | Carolina Pedrizzetti
​produzione OYES
con il sostegno di Mibac, Fondazione Cariplo, Next-laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo 2018/2019, Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Teatro infolio/Residenza Carte Vive
menzione speciale Forever Young 2017/2018 – La Corte Ospitale

durata: 1h 10′

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 16 novembre 2019

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