SdisOrè: Gigi Dall’Aglio e la lingua salmistrata di Testori

SdisOrè (photo: Luigi Guaineri)
SdisOrè (photo: Luigi Guaineri)

“SdisOrè”. Oreste, Orestes, Orè. Quanto coraggio ci vuole, nell’Europa lanciata verso l’unione anche linguistica nel segno d’Albione, nella Milano universale fresca di Expo, a proporre l’impasto linguistico surreale di Giovanni Testori. Quel mix maccheronico di lombardo e latino che dichiara la morte del tragico nella società attuale, mentre rifà una tragedia di Eschilo.
E ci si domanda che cosa resti dell’appeal dell’antica Grecia mentre si discute della crisi di un patrimonio nazionale come il liceo classico. E di giovani che parlino “lumbard” non ne crescono più sotto la Madonnina, tra i palazzi proiettati verso il cielo.

Allora è degno di nota questo “sdisOrè” di Giovanni Testori, celebre riscrittura dell’Orestea di Eschilo, con cui si è appena confrontato Gigi Dall’Aglio allo Spazio Tertulliano di Milano.
Torna a corrodere l’impasto linguistico di Testori. La parola reinventata espugna il territorio dei classici.

L’Orestea fu l’ultima tappa di un percorso di riscrittura delle grandi tragedie avviata nel 1973 con “Ambleto”, “Macbetto” e “Edipus”. Oreste, figlio di Agamennone, torna ad Argo. Qui incontra la sorella Elettra. Con lei organizza l’omicidio della madre fedifraga e assassina, Clitennestra, e del patrigno Egisto. Colto da orrore per il matricidio, Oreste chiede infine perdono al dio Apollo.

A sfidare il palcoscenico è Michele Maccagno, la cui voce proteiforme dà colore a tutti i personaggi della vicenda. Lo supporta l’accompagnamento alla tastiera dal vivo di Emanuele Nidi, e sembra la colonna sonora di un film muto.

Regista di spicco della scena italiana, Gigi Dall’Aglio inserisce Maccagno dentro una vicenda che perde ogni residuo aulico e plana verso una rappresentazione da sagra paesana.
Il destino degli Atridi assume i contorni di una tragedia familiare torbida e cruenta. In questa pagina di cronaca nera, il lombardo è adulterato da idiomi vivi come il francese, lo spagnolo e l’inglese. Rinasce anche una lingua obsoleta come il latino liturgico.

Sul piano stilistico si confondono tragico e grottesco. Maccagno incarna un “Oreste da stalla” sanguinario e divertente. Il suo linguaggio duro, realistico, aderisce come un guanto alla crudezza della realtà. Clitennestra è “vacca sconsacrata” o “poara gaina devastata”. Elettra diventa Elettrica, grazie all’intervento di Marconi. La lingua di Egisto diventa “salmistrata”. Dopo l’eccidio, a Oreste appaiono le Furie. Oreste perde il coraggio e dice “Mi divisisco in due”. Cerca una via d’uscita al “grande macello”.

La parola di Testori è fresca, ostile a ogni raffinatezza retorica e accademica. È un ruscello nervoso tra sentieri ispidi. La parola è suono confuso, eppure di enorme forza comunicativa, da lasciare inebetiti. Occorre sintonizzarsi per decifrarla. Maccagno offre il software adatto. Con la voce deformata o amplificata da un microfono, con l’ausilio di una stola che diventa scialle, velo, paramento sacro, l’attore diventa angelo e diavolo, madonna e megera. Crea atmosfere lugubri e cavalleresche, sordide e sacre. Scopre le proprie ginocchia. Trasforma le rotule in marionette che chiacchierano in un buffo dialogo a più voci. Scavalca le barriere linguistiche, trasformando il teatro di parola in teatro di figura e d’azione. È una prova viscerale, che dà spessore a filastrocche sgraziate e rime aspre.

Quanto più la lingua si fa ostica, tanto più diventano lievi le note di Emanuele Nidi. In questo contrappunto eccentrico ogni personaggio ha la propria musica. Qualcosa di simile alla partitura strumentata per voce recitante e orchestra di “Pierino e il lupo” di Prokofiev.
Un testo impervio supera le barriere linguistiche. Diventa suono e anima. Dall’Aglio e Maccagno ci introducono in una lingua sfuggente e misteriosa, capace di persuadere con la propria creatività vaneggiante.

SDISORÈ
di Giovanni Testori
con Michele Maccagno
musiche composte ed eseguite dal vivo da Emanuele Nidi
regia di Gigi Dall’Aglio
produzione: Riff Raff Teatro e Teatro Stabile di Grosseto

durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 1’ 30”

Visto a Milano, Spazio Tertulliano, il 20 gennaio 2016

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