Se piace è lecito. L’Aminta di Brinchi e Spanò

Aminta
Aminta

Per chi non se la ricordasse dai tempi della scuola, “Aminta” è una favola pastorale scritta da Torquato Tasso nel 1573 per essere rappresentata in forma teatrale. La vicenda, orchestrata dal dio Amore, è la narrazione in forma dialogica della tormentata storia di Aminta, un giovane pastore, e Silvia, ninfa che non ne vuole sapere dell’amore offertole.

Quella in scena in questi giorni nel foyer del Teatro India di Roma è una riscrittura a più mani che conserva le caratteristiche della storia d’amore, “attualizzandone” le forme, allontanandosi dal contesto pastorale e riformulando il concetto di Arcadia attraverso una macchina scenica tecnicamente ineccepibile.

A più livelli, Luca Brinchi (ex Santasangre), Daniele Spanò (per anni direttore artistico di Digital Life), Franz Rosati per le musiche ed Erika Z. Galli e Martina Ruggeri  (Industria Indipendente) hanno lavorato smembrando il materiale di partenza, e portando la drammaturgia verso una dimensione visionaria ed installativa, composta da diversi piani prospettici, da allegorie ed ellissi, diradando gli interventi testuali e sottraendo alla storia il suo lieto fine.

I corpi dei due giovani protagonisti appaiono solo videoproiettati, così come le facce del coro che fanno da prologo alla vicenda: quattro diverse e successive superfici di proiezione, in un felice gioco di prospettive mosse da ventilatori e animate da una partitura sonora, che è un potente contrappunto (forse troppo puntuale?) capace di amplificare, insieme alle variazioni di luce, i climax narrativi.

Unico performer in carne e ossa, Davide Pioggia è la sorprendente allegoria incarnata di quel fauno che in Tasso attentava alla vita e alla purezza di Silvia. Qui, a ripiombare di colpo dall’arcadia fin nella vile contemporaneità, un culturista in tutta la sua muscolare perentorietà di forza e minaccia, posto al centro della scena, si presenta nell’atto di dorarsi la pelle e mostrare l’evoluzione in posa del suo corpo allenato. Nient’altro che un emblema, forse, mentre Silvia è dietro, videoproiettata, capace d’essersi incatenata da sola per paura o masochismo.

Il lavoro si chiude bruscamente, con gelida commozione, attraverso il volo a picco di un drone vinto dalla forza di gravità, in caduta, disperato, come l’Aminta dei giorni nostri.

Da una ipertrofia all’altra, cos’è l’Età dell’Oro – qui rievocata e rimpianta come tempo mitico in cui l’uomo viveva libero da vincoli, ancora privo di una legge civile – al tempo della fotografia patinata?
Forse si trova e si celebra in forma installativa, ha bisogno di una nuova pelle, di nuovi congegni per riemergere, di un fascino in alta definizione, di una liceità dell’agire che non deve rendere conto di parametri antichi. Ma consapevoli che più usiamo le tecnologie più abbiamo nostalgia della loro assenza.
In scena fino al 29 gennaio.

AMINTA S’ei piace ei lice
regia, scene, luci e video di Luca Brinchi e Daniele Spanò
drammaturgia e analisi filologica e autorale
Erika Z. Galli e Martina Ruggeri (Industria Indipendente)
performer Davide Pioggia
musiche Franz Rosati
costumi Gucci
in video:
Lorenzo Anzuini – Aminta
Clelia Scarpellini – Silvia
voci:
Michael Schermi coro e satiro
Francesco Bonomo coro e Tirsi
Giorgia Visani coro e Dafne
Michele Degirolamo Aminta
Flaminia Cuzzoli Silvia

durata 35′
applausi del pubblico: 1’

Visto a Roma, Teatro India, il 15 gennaio 2017

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