Segni d’Infanzia e Oltre: quando il teatro ragazzi conquista anche gli adulti

La Diva di Sofie Krog (photo: Jakob Eskildsen)
La Diva di Sofie Krog (photo: Jakob Eskildsen)

Segni d’Infanzia e Oltre, a Mantova, è sicuramente un festival in grande ascesa nel panorama di quelli dedicati al teatro per spettatori under 18. Diciamo subito che la distinzione è di per sé poco affascinante perché rischia di segnare un discrimine tra forme di un linguaggio che dovrebbe avere come segno di demarcazione il solo fatto di essere praticato con la debita cura o no. Un buono spettacolo è un buono spettacolo. Punto.

Ma la categoria del “teatro ragazzi” è diventata una sorta di contenitore a compartimenti stagni, che ha finito per creare sicuramente delle eccellenze di lunghissimo corso in Italia ma anche una porta sigillata, superata la quale è difficile tornare indietro. E quindi purtroppo ci sono spettacoli di teatro ragazzi che potrebbero competere per fattura, interesse, qualità con quelli del “teatro adulti”, e invece inspiegabilmente finiscono in un circuito molto più underground, destinato a scuole e teatri specializzati.

E’ innegabile che esistano proposte junior, ma la miopia degli operatori in alcuni casi priva gli appassionati di teatro tout court di visioni interessanti, notevoli, solo perché hanno il marchietto del teatro young. Bene quindi ha fatto Cristina Cazzola a modificare il nome della rassegna teatrale che da molti anni dirige a Mantova, facendo chiaramente intendere come l’infanzia sia il punto di partenza, ma l’arrivo è oltre. Ed è un oltre che deve attraversare il modo comune di sentire la scena e vivere il linguaggio. Poi è evidente che esistano cose adatte o pensate per i piccoli. Ma è indubbio che occorra iniziare a pensare ai piccoli come un universo molto più complesso, con cui dialogare su un terreno di maturità diverso.


Il teatro tutto andrebbe ripensato per permettere ai piccoli di andare con i genitori in sala, come è sempre avvenuto nei secoli dei secoli, o con sistemi che permettano, in repliche dedicate, all’intera famiglia di vivere il momento spettacolare come momento di approfondimento e svago, in cui i figli si sentano sullo stesso piano dei genitori, ingaggiati nella stessa sfida intellettuale. Altrimenti si finisce al più per accomodarli nel sediolino del carrello al supermarket o nella triste pizza fine settimanale con gli amici, magari in un posto un po’ periferico ma con quei bei gonfiabiloni dove smollare le creature a sfogarsi, così che non rompano i maroni.

Segni d’Infanzia e Oltre è invece un festival pensato per accogliere; un programma fittissimo non solo di spettacoli (che invece che avere una sola replica giornaliera vengono programmati in media 2-3 volte per permetterne la visione a diversi orari, agevolando i genitori lavoratori), ma anche e soprattutto di spazi ed eventi da mattina a sera in tutta la città, dedicati ai bambini, ai ragazzi e a chi li accompagna, in cui possono passare dal laboratorio creativo alla passeggiata fra artisti di strada, dai bibliobus con le fiabe lette ad alta voce in piazza a momenti conviviali e iniziative crossmediali. E momenti di approfondimento critico degli operatori. E sedi e dimore storiche che cambiano destinazione d’uso e diventano casa delle compagnie, palazzo dei bambini. Insomma, quello che dovrebbe essere normale e che normale è in molte altre nazioni del mondo, ma che in Italia ha forse due o tre esempi di questo calibro, soprattutto organizzativo.

Andiamo quindi agli spettacoli che abbiamo visto, almeno a quelli che abbiamo selezionato fra i più significativi, in un programma dallo sguardo internazionale e molto vario.

“Soupe Nuage Noir” è il classico esempio di creazione che potrebbe, e anzi dovrebbe, essere fruito da un pubblico di ogni età, che si completa e trova la sua dimensione più autentica nella coabitazione di pubblici anagraficamente diversi.
L’idea è di Companhia Caótica, un progetto creativo portoghese dalla originaria vocazione non esclusivamente teatrale.

In questo spettacolo, l’interprete António Pedro (coadiuvato da Gonçalo Alegria e, nell’edizione italiana, anche da Samuel Hili per la traduzione) ha voluto utilizzare il codice della scena per raccontare del suo rapporto con il padre. E già questo è anomalo rispetto alla maggior parte delle storie, tipicamente più orientate al rapporto con la madre. Il pretesto drammaturgico è quello del figlio adulto che, attraverso un viaggetto in un Portogallo fra città e campagna, va dai suoi parenti per recuperare la ricetta della pasta e fagioli di cui suo padre era spesso interprete quando ancora in vita.

Di qui parte una storia che fra inserti musicali, video, di cucina e di recitato, che riesce a portare – senza neanche dirci come e perché – alla commozione vera. Il classico miracolo delle cose semplici, fatte bene con poco, senza didascalia, con una costruzione in cui alla fine ti chiedi in quale momento preciso ti abbia stregato e perchè, senza trovare risposta. Una magia, che si muove fra triste e allegro con grande intelligenza e misura. Un lavoro che dovrebbe girare.

“Hanà e Momò” di Principio Attivo è un’altra creazione dai semplici ingredienti ma ben pensato, che conferma questa realtà del Salento come una di quelle di maggior interesse nel ponte fra l’arte teatrale e i più giovani. Ha già replicato in Italia e non solo a lunghissimo, e siamo sicuri che abbia tutte le caratteristiche per imporre una circuitazione e un’attenzione di primo livello ancora a lungo.

La storia è quella dell’incontro fra due compagne di giochi (le ottime Cristina Mileti e Francesca Randazzo), reciprocamente dispettose, e delle logiche spesso anche crudeli dei giochi dei bambini. Il finale racconterà di come non esista dispetto, fra i piccoli, che il giorno dopo non possa essere superato dalla voglia superiore di riprendere il gioco. Il tutto con un linguaggio finto-giapponese divertentissimo. Sì, perché la storia ha una ambientazione coerente e ben architettata di atmosfere orientali, con una sorta di giardino zen di sabbia al quale le due protagoniste si avvicinano per condividerlo nei loro giochi.
Fra combattimenti di finte ninja, calligrafia, canne di bambù, navi dei pirati e tesori sepolti, l’attenzione del pubblico non smette mai di essere stimolata con intelligenza e vivacità.
Pensato per i piccoli, non ha nulla che non possa avvincere anche un adulto. Una bellissima conferma per una delle compagnie italiane con la maggior vocazione internazionale.

Chiudiamo con “Diva”, spettacolo del 2004 di Sofie Krog, artista danese che ascriviamo alla categoria ‘muppets’, ed è pensato e interpretato dalla trentasettenne creativa, che abita un piccolo congegno scenico rotante a pianta circolare con finestre da teatrino che si aprono su diverse facce del cilindro, ricoperto da un drappo di velluto color vinaccia. Mentre il cilindro gira e ci porge alla vista le sue diverse finestre, scorre davanti ai nostri occhi una sorta di divertente cartoon animato, dal sapore molto moderno, che porta in sé un simbolismo molto adulto e anche una serie di situazioni politically uncorrect di quelle che piacciono tantissimo alla prima adolescenza.

I muppets hanno tutti un che di fascinosamente inquietante, la macchina scenica è complicatissima e succedono moltissime cose con un ritmo così serrato che davvero si fatica a pensare che dietro tutto questo ci sia una sola donna dall’aria pacifica, capace di muovere tutto il marchingegno dall’interno con velocità mostruosa.

La trama è costruita intorno ad una sorta di gabinetto da scienziato pazzo e aiutante. La creazione è bella e accattivante, forse la trama da poliziesco sofisticato finisce per fermarsi un po’ su se stessa senza uno sviluppo che la faccia decollare oltre la dimensione cartoon, cosa questa di cui l’artista pare aver preso coscienza per svilupparla nei lavori successivi. Detto questo lo spettacolo resta gradevolissimo e pieno di inventiva, una delizia da osservare per le creazioni sceniche.

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