Semplicemente Cuscunà: il teatro, una cosa seria da prendere col sorriso

Marta Cuscunà
Marta Cuscunà in E' bello vivere liberi!

Marta Cuscunà in E’ bello vivere liberi! (photo: Belinda De Vito)

Marta Cuscunà è attrice e autrice, giovane, bravissima, intraprendente, simpatica e bella! Serve ancora altro?
All’attivo ha due produzioni: “E’ bello vivere liberi!” del 2009 e “La semplicità ingannata. Satira teatrale per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne” del 2012, entrambe amatissime e applauditissime dal pubblico, che per lei riempie ogni volta i teatri.
E’ vincitrice del Premio Scenario per Ustica 2009 con “E’ bello vivere liberi”, ispirato alla biografia di Ondina Peteani, menzione d’onore come attrice emergente al Premio Teatrale Eleonora Duse 2012, finalista al Premio Ubu 2010 e al Premio Virginia Reiter 2011. Basta? Non ancora.

Marta si è aggiudicata anche la vittoria di un altro “prestigiosissimo” premio. Un contest giocoso che tiene sulle spine la community teatrale per trenta giorni e chiude ogni fine d’anno, decretando a suon di combattivi “click” lo spettacolo dell’anno più votato dai lettori della nostra rivista: il Last Seen 2012 di Klp.

Dopo un serrato testa a testa con “I fratelli Karamazov” di César Brie, le irriverenti sorelle della “Semplicità ingannata” l’hanno spuntata con ben 3898 voti, salutando con il sorriso dal loro trespolino gli ormai lontanissimi Rezza, Menoventi, Morganti, Latella, Fanny&Alexander, Calamaro, Peeping Tom e Balletto Civile. Una bella sfida. Ma anche un bel gioco, è bene ricordarlo, che Marta – come ci racconta in una chiacchierata post-spettacolo al Teatro Ca’ Foscari di Venezia – ha vissuto con lo spirito giusto.

“Mi sono, anzi, ci siamo divertiti un sacco. Sono rimasta stupita dell’entusiasmo con il quale le persone hanno deciso di buttarsi in questa cosa, non pensavo che per il teatro le persone si infervorassero così tanto – ovviamente in modo positivo. Avevo creato un gruppo su Facebook in cui tutti hanno cominciato a invitare gli amici e poi gli amici degli amici e così via. In poco tempo si era creata una catena e avevamo 3000 invitati, una comunità che in parte poi è diventata reale. Ognuno poteva dire la sua, era nata tra di noi una specie di gara per chi inventava uno slogan più anticlericale… La cosa bella è stato proprio il contatto forte che si è creato con spettatori che non avevo mai visto in carne e ossa. Sono diventate delle figure con i loro nomi di facebook (a volte nomi irreali), e poi nelle repliche successive sono venuti a conoscermi. Ho incontrato gli spettatori che, a loro volta, si sono incontrati tra di loro. E siccome appartenevano a varie regioni italiane, quando andavo in Trentino piuttosto che in Friuli mi dicevano: “…Salutami la Vale di Rovereto, salutami la Stefania del Friuli…”. E’ stato proprio bello, ha favorito tantissimo le relazioni, e ha stimolato a farsi conoscere quelle che per me a volte sono solo ombre dal palco e in qualche maniera a partecipare più attivamente”.

Le vincitrici del Last Seen 2012

Le vincitrici del Last Seen 2012

Con entrambi i tuoi lavori porti sul palcoscenico la storie di donne intelligenti e rivoluzionarie, ma cosa comporta essere donna nel teatro italiano di oggi?
Ricordo che nel primo provino che ho fatto c’era un’attrice che aveva scoperto da poco di essere incinta; a noi, che eravamo le candidate successive, è stato rigorosamente chiesto se avevamo intenzione di fare figli, perché se un’attrice deve fare una tournée di un tot di mesi naturalmente tutto questo non è pensabile. La cosa mi colpì, e mi ha fatto chiaramente capire che come donna avrei dovuto per forza fare delle scelte… Se penso a com’è andata poi, devo dire che prima di Scenario era difficile trovare la fiducia di qualche operatore che volesse investire su una giovane, che naturalmente non poteva dare nessuna garanzia. Il Premio Scenario mi ha permesso di mostrare una cosa che per me era potenziale, ed è stata l’occasione per conoscere Centrale Fies, che sostiene gli artisti in modo continuativo. Ad esempio, ho sempre avuto assunzioni a giornata, ma da un anno a questa parte siamo riusciti a strutturare il nostro lavoro in modo che possa avere un fisso mensile. C’è quindi la volontà di creare stabilità, una situazione in cui ognuno riesca a coltivarsi. La maggior parte delle persone che lavorano a Centrale Fies sono donne, e forse non è un caso che Barbara Boninsegna sia la direttrice artistica di questa struttura; lì ho trovato un posto in cui emerge molto sensibilità e rispetto per queste tematiche, anche per quanto riguarda le condizioni di lavoro…” .

Dopo il successo di “E’ bello vivere liberi” è cambiato qualcosa?
”La semplicità ingannata”, il mio secondo progetto, l’ho presentato a una cerchia di strutture che avevano già collaborato con me, come Centrale Fies, Operaestate Festival di Bassano e quelle che hanno partecipato al microcredito. Quindi non mi sono confrontata con identità teatrali che non mi conoscono ancora.
Diciamo che dopo aver fatto “E’ bello vivere liberi” non mi ha più chiamata nessuno a lavorare come interprete o collaboratrice in progetti altrui. Tutte le collaborazioni che ho fatto sono avvenute prima. Paradossalmente ho fatto una produzione a Londra, ma qui in Italia niente. Certo, ognuno deve contare sulle proprie forze, ma allo stesso tempo questo mi fa un po’ paura, perché potrebbe essere il segno che ho addosso un’etichetta che mi definisce come “una che se la dice e se la fa da sola”, e questo mi dispiace.

O si potrebbe dire che “ti stai facendo da sola”, vista la tua intraprendenza comunicativa e imprenditoriale. Hai un blog, la pagina facebook e hai saputo creare un bel tam-tam mediatico pur senza esagerare…
Tutto nasce dal fatto che, essendo una cosa tua, pian piano ti devi organizzare. Il blog, ad esempio, è nato perché non avevo abbastanza competenze per fare un sito web, e dal fatto che c’è la costante necessità di aggiornare le date della tournée e così via… non è facile affidare questa parte a qualcuno perché ci poniamo il problema di pagare le persona a cui chiediamo delle collaborazioni. Quindi il blog nasce dal fatto che è la cosa più rapida, si può cambiare facilmente e che lo posso fare anch’io! Credo che sia fondamentale misurarsi con le tecnologie e i linguaggi del resto del mondo; chiudersi in teatro e pensare che vale solo questo e nient’altro non avrebbe senso, soprattutto perché il teatro non è un fenomeno di massa, per cui se non trovi il modo di far scoprire quello che fai rimane uno sforzo enorme un po’ sprecato.

Marta Cuscunà E poi hai finanziato il tuo lavoro col microcredito. Da dove è arrivata l’idea?
E’ nata assieme a Marco Rogante, mio assistente alla regia de “La semplicità ingannata”. Ci siamo interrogati sul fatto che è un periodo di crisi, che i soldi non ci sono, che bisognava trovare un modo diverso di produrre e che forse, per le nostre realtà che sono piccole, l’idea dell’autosufficienza economica del prodotto artistico non era poi impossibile, anzi, in questi tempi è un segno di responsabilità. Finanziamenti di soldi a fondo perduto noi non li vogliamo, ma ci impegniamo per creare un circolo positivo del denaro. Ho chiesto alle strutture che mi avevano conosciuta per il mio primo lavoro di darmi un credito di 200 euro: è stato un forte segno di fiducia nei miei confronti; era un secondo progetto, poteva essere un salto nel vuoto o una caduta, invece è andata bene. Adesso stiamo cominciando a restituire le quote e il cerchio si sta chiudendo.

Nei prossimi progetti credi che continuerai a parlare di grandi donne o sposterai la tua attenzione altrove?
Sicuramente la tematica femminile è in me ancora molto forte, mi sta prendendo tantissimo. Il tema c’è, ma non ho ancora trovato la storia. Il rischio, in questi casi, è di portare sul palco un saggio, una tesi, e invece secondo me quello che regge lì sopra è una storia a tutti gli effetti, e in questo momento la sto ancora cercando. Ora vorrei riuscire a portare in giro “È bello vivere liberi” nella sua versione spagnola, sto cercando di partecipare a un bando per una tournée in Messico, richiede molto lavoro organizzativo, è un progetto molto impegnativo. Insomma per il momento sto ancora coltivando quello che c’è.

E il lusso di essere donna che cos’è?
Ne “La semplicità ingannata” è ironico ovviamente… Per me è una grande fatica, ancora oggi a mio parere lo subiamo, ma in maniera molto più subdola. Noi donne ci riteniamo assolutamente emancipate, raggiunta ormai la parità, ma in realtà la parità ce la stanno ficcando da dietro… E quindi c’è da rimboccarsi le maniche due volte, perché il nemico è meno evidente. Soprattutto credo che la questione non riguardi solo noi; sarebbe una grande gioia per me se, del lusso di essere donna, non ne parlasse una donna ma un uomo. In un incontro a Rovereto, un signore mi ha chiesto: “Ok, il progetto sulla resistenza femminile, la partigiana donna, le monache, le società femminili: ma non è che tutto questo gran parlare di donne fa sì che gli uomini, prima o poi, si sentano esclusi?”. Credo che questa idea sia fortissima nel mondo maschile, e sarebbe ora, da un lato, che si rendessero conto che il problema è loro, e che forse dovrebbero essere loro ad affrontarlo, e dall’altro, che sono secoli che leggiamo letteratura scritta da uomini, assistiamo ad una storia fatta da uomini… e che quindi non è assolutamente una questione su cui possiamo dire: “Boh, dai basta!”, perché c’è ancora tanto, tanto da fare.

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