Paravidino e Il senso della vita di Emma: “Fatico a immaginare un teatro senza legami familiari”

Photo: Tommaso Le Pera
Photo: Tommaso Le Pera

Diverte con la sua spontaneità, gratifica con la sua freschezza ed empatia, e le tre ore di durata non spaventano lo spettatore. «Il senso della vita di Emma» di Fausto Paravidino racconta una storia che è piccola fibra di una Storia a noi ancora forse incomprensibile, ma autenticamente nostra.

Portare sul palcoscenico 40 anni di vita di una famiglia è certamente una sfida; un romanzo teatrale ha bisogno dei suoi tempi per dispiegare la propria coralità, per irradiare tutti i suoi colori e agganciare il pubblico con una comunicatività che è prosaica, sì, ma non nel senso deteriore del termine: è naturalezza e affettività quotidiana.

«Questa pièce è romanzo familiare e dramma storico insieme» ci racconta lo stesso Paravidino, che raggiungiamo al telefono prima di vedere lo spettacolo, in scena a Torino. «Parte come una sorta di giallo. Emma è dichiarata fin dal titolo ma non si vede: cosa le è successo?».


La storia prende avvio nei fatidici anni ’60: Antonietta (Eva Cambiale) è una studentessa di Lettere diligente e seria, che parla per ore di Pratolini con il goffo Giorgio (Jacopo Maria Bicocchi) ma alla fine s’innamora del meno elegante ma sicuramente più disinvolto Carlo (lo stesso Paravidino), che diventerà tassidermista. A sposare Giorgio sarà la migliore amica di Antonietta, la leggera ma insicura Clara (Marianna Folli), che tuttavia non ama il marito e riverserà sull’unico figlio, Leone (Giuliano Comin), tutto l’amore che le è mancato.

Ed Emma? Emma (Iris Fusetti) è frutto di una perturbazione familiare. Dopo aver dato alla luce Marco (Gianluca Bazzoli), ragazzo composto e sensibile, incerto sulla propria sessualità e frequentatore ossessivo della parrocchia, e Giulia (Angelica Leo), la “stronzetta” trasgressiva che nasce negli anni Settanta e «le capita la tv commerciale», Antonietta e Carlo aspettano Emma, ma una forte crisi si insinua fra di loro e spinge l’una ad allontanarsi dall’altro, rifugiandosi proprio da Giorgio e Clara.
Il bisogno di respiro e di restituzione a sé stessa spingono Antonietta ad allontanarsi, e Carlo a fare i conti col suo ruolo di padre: tali problematicità sembrano impregnare la stessa esistenza di Emma che, una volta venuta al mondo, rimbalzerà fra mutismo, ribellione e fuga, per poi finire a lavorare per una multinazionale, tradendo il suo iniziale attivismo.
Fin da principio personaggio problematico, riottoso, incredibilmente insicuro, Emma chiuderà la propria parabola scenica con la distruzione del proprio ritratto in una galleria d’arte.

E allora, qual è il senso dello spettacolo? Il senso sta in tutte le storie che s’intersecano, si scontrano e si accarezzano ‘casualmente’. Emma farà infine la sua apparizione esprimendo un “messaggio finale” di cui s’intuisce qualcosa ma che non spiega tutto.
Se fino all’ultima scena Emma è un’assenza che orchestra esistenze e vicende (senza mai perdere l’equilibrio verso una parte o l’altra), al contempo non esisterebbe senza gli altri. Vive sulla scena di quel che vivono gli altri. È l’Altro che certifica il suo esserci. Questo è, in ultima istanza, il senso, suo e nostro. Non guardiamo forse anche noi la nostra vita turbinare in mezzo a quelle degli altri, cercando di trovare il nostro corso?

La forza, che scaturisce dal ritmo rapido ma lieve della narrazione, è immediata e mai fuor di misura, così come non lo è il discorso politico. Il progressismo dei personaggi è (auto)ironico e non declama mai a voce troppo alta; l’abisso tra idealità e realtà rimane sempre aperto, ma vi si può guardare dentro con un accenno di sorriso nostalgico.
Da una generazione all’altra, le contraddizioni vestono abiti diversi ma non possono celare le fragilità e le amarezze: l’identità sessuale, l’adesione a modelli dubbi, l’ecologia fanno capolino ma non impongono niente. Generazione della contestazione, generazioni X, morte dei padri e difficoltà di ricostruzione: lo spettatore vede tutto, ed ecco che si vede, con quel poco di canzonatura che Paravidino sa distribuire magistralmente per tutta la narrazione.

Al centro del discorso poetico del regista c’è sempre l’essere umano e i suoi legami familiari: basti pensare a “Due fratelli – tragedia da camera in 53 giorni”, “La Malattia della Famiglia M” o “Il diario di Mariapia”: «Fatico a immaginare un teatro senza legami familiari… un po’ come le storie d’amore nel cinema. Cerco di cambiare ogni volta: è vero che c’è una continuità di tipo poetico tra un lavoro e l’altro, ma tento sempre, attraverso accadimenti in scena diversi, di capire cosa vuole il pubblico: in parole povere, di passare dalle scene a un discorso diretto al pubblico». E non stupisce che ce lo dica con la stessa sicurezza con cui tiene le redini delle sue drammaturgie.

Drammatico e sentimentale, «Il senso della vita di Emma» è, in certo qual modo, anche un lavoro artigianale: Paravidino, attore fra gli attori, ha lavorato di découpage su ogni parte della storia, selezionando e cucendo non solo in virtù della propria idea del copione, ma anche giocando con l’indole degli attori: ecco perché sono così a proprio agio nella pelle dei rispettivi personaggi. «Tra copione e improvvisazione si crea così una produttiva sinergia» osserva il regista.

Gli otto giovani attori selezionati con il bando della Compagnia Regionale del Centro Santa Chiara e dello Stabile di Bolzano (Gianluca Bazzoli, Giuliano Comin, Giacomo Dossi, Marianna Folli, Veronika Lochmann, Emilia Piz, Sara Rosa Losilla, Maria Giulia Scarcella) per bravura e credibilità sono perfettamente al pari dei cinque professionisti più rodati scelti da Paravidino (Iris Fusetti, Eva Cambiale, Jacopo Maria Bicocchi e Angelica Leo).
L’attore e regista sembra così realizzare davvero l’obiettivo che si è proposto da quando, insieme a Valerio Binasco (neo direttore artistico dello Stabile) e a Gabriele Vacis (nuovo Direttore della Scuola per attori) ha assunto un ruolo fondamentale per la realtà torinese: quello di Drammaturgo residente. «Sosterremo la ricerca sulla drammaturgia contemporanea attraverso un cantiere permanente per autori, registi, attori, critici e artisti visivi, nella commissione e produzione di nuovi e nel confronto sulla scrittura teatrale».

La verità della storia di Emma è sostegno fondamentale dell’azione scenica: le voci, le espressioni in tutte le loro tonalità a costituire la scenografia. Paravidino sa cos’è la polifonia, sa che è caratteristica generativa del romanzo e vi fonda la sua drammaturgia, resa ancor più viva dal dialogo col pubblico, verso il quale gli attori si aprono a confidenze e rivelazioni, comiche tragiche o, semplicemente, umane che siano.
A questo è funzionale il linguaggio, che il regista vuole naturale ma non dozzinale, banale, povero.

La scena è dominata da pochi oggetti (la traversata in mezzo alla tormenta di neve alla ricerca di Antonietta sarà forse il momento più “riempito” dello spettacolo): ma sono appunto loro, personaggi ed esseri umani, ad animare tutto questo piccolo e confuso cosmo. Ecco perchè l’immedesimazione riesce: perché i protagonisti sembrano uscire da vecchie foto che s’incorniciano e s’appoggiano ai cassettoni di casa nostra.

L’intera vicenda si potrebbe dividere perfettamente in due capitoli. L’uno più rivolto al passato, degli stessi colori un poco sbiaditi ma teneramente malinconici dei gilet che vestono i futuri genitori (solo una piccola parte dei bei costumi di Sandra Cardini), che lascia più spazio alla comunicazione e alla positiva apertura al futuro; l’altro più turbolento, dove prende spazio il soliloquio, il balbettio e la pensosa digressione: è il capitolo in cui lo sfolgorare della luce al neon confonde la vista e spinge alla fuga.
Non mancano infatti scene di discoteca (la sconcertante presentazione canora di Nello / Giacomo Dossi, omosessuale represso ma divo indiscusso della città), fotogrammi abbacinanti della metropoli londinese in cui il disperato Leone si lancerà alla ricerca di Emma: ma più di tutte sono da segnalare le esposizioni nella gallerie d’arte, con cui si apre e chiude lo spettacolo – i soli momenti, significativamente, in cui emerge Emma, dapprima ritratta su tela, poi in carne ed ossa. Come a dire: la vita stessa pare sofisticata creazione artistica, ma alla fine è talmente poco chiaro come vogliamo rappesentarci che preferiremmo ridurci a brandelli.

E’ in questa tentazione che per poco non cade Emma quando, nell’ultima scena, abbagliata dallo smarrimento e dal non-sense delle opere d’arte che la circondano, si propone di distruggere quel fallace simulacro lì dentro esposto.
Emma brilla e si spegne di continuo, seguendo in modo sbilenco un ritmo vitale che in fondo non capisce: allo stesso modo luci e ombre (curate da Lorenzo Carlucci) inondano ogni riga di questa storia; la musica di Enrico Melozzi corre fino alla fine, senza affaticare.
E al termine di tutto, a dare le risposte ad Emma, potremmo essere proprio noi.

IL SENSO DELLA VITA DI EMMA
di Fausto Paravidino
con Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Eva Cambiale, Jacopo Maria Bicocchi, Angelica Leo
e con (in ordine alfabetico) Gianluca Bazzoli, Giuliano Comin, Giacomo Dossi, Marianna Folli, Veronika Lochmann, Emilia Piz, Sara Rosa Losilla, Maria Giulia Scarcella
regia Fausto Paravidino
scene Laura Benzi
costumi Sandra Cardini
luci Lorenzo Carlucci
musiche originali Enrico Melozzi
eseguite da Orchestra Notturna Clandestina diretta dall’autore
maschere Stefano Ciammitti
Teatro Stabile di Bolzano / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

durata: 3h

Visto a Torino, Teatro Gobetti, il 13 febbraio 2018

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