Senza glutine di Giuseppe Tantillo. L’amore? E’ questione di stomaco!

I protagonisti di Senza Glutine (photo: Manuela Giusto)
I protagonisti di Senza Glutine (photo: Manuela Giusto)

«La storia di due coppie che non hanno la forza di lasciarsi. E che grazie a questa incapacità riescono a realizzare i propri desideri»: il paradosso con cui Giuseppe Tantillo sintetizza, nelle note introduttive, il lavoro di cui è autore e co-regista (assieme a Daniele Muratore), dà bene l’idea delle traiettorie inusuali seguite da “Senza glutine”.

E dire che la trama è, nella sua schiettezza, l’esatto opposto dell’originalità: Fran (Tantillo) e Lisa (Valentina Carli) sono trentenni intrappolati in una relazione lunga che, nonostante il magnetismo e la freschezza dei primi tempi, è scaduta come tante altre nell’abitudine e nel malcelato rancore.
I due giovani si frequentano con una coppia di cinquantenni, Paolo e Felicia (Vincenzo De Michele, Orsetta De Rossi), la cui crisi è talmente inveterata da essere scaturita in una sorta di complicità, di leggerezza. Dietro la frequentazione si nasconde, ovviamente, il più classico degli scambi di coppia.

La nuova creatura di Tantillo, attore e drammaturgo siciliano poco più che trentenne (l’avevamo già apprezzato in “Nessun luogo è lontano“, di Giampiero Rappa), prodotta da quella riserva romana di buon teatro che continua ad essere il Teatro Argot, non colpisce l’attenzione dello spettatore per la novità del soggetto o per le tecniche del montaggio scenico (siamo, semmai, di fronte a un teatro tradizionale e popolare nel senso più positivo del termine: il cui obiettivo, cioè, è raccontare una storia, e farlo nel modo più efficace possibile), ma per la scrittura aggressiva e al tempo stesso lucida con cui sa portarci in una situazione così stereotipata.

All’interno di una scenografia essenziale, da arredamento minimal, “Senza glutine” ci trascina avanti e indietro nel tempo, giustapponendo i dialoghi due a due fra i personaggi (la scena “corale”, con gli attori tutti presenti, fa da fulcro centrale alla drammaturgia) e permettendoci di ricostruire le loro parabole – discendenti o ascendenti, a seconda del punto di vista. Una regia a quadri, quindi, che rimanda al cinema o, più nettamente, alle serie televisive.
La scrittura di Tantillo, infatti, dà l’impressione di essersi nutrita, oltre che di abbondanti letture, anche dell’immaginario pop televisivo, e di averlo fatto cercando di prenderne i tratti più rappresentativi. Brillantezza, cinismo, ironia, gusto per la condensazione aforistica («Ci si lascia sempre per lo stesso motivo per cui si è storto il naso la prima volta»), ricercatissimi indugi sul non-sense e sul grottesco (penso alla scena dello svenimento di Paolo, che ha paura del sangue), assoluta efficacia nel cogliere il tic e il dettaglio quotidiano più adatto a comporre un ritratto generazionale, in questo caso dei trentenni di oggi: l’indie e i Wilco, i pomeriggi ipocondriaci passati a leggere siti di consulti medici, la ricerca in Wikipedia delle biografie di personaggi celebri, per appuntarsi assonanze consolanti (in fondo tutti i Grandi della storia hanno avuto più donne…). Il tutto condito da abbondanti dosi d’intellettualismo e di “witz”.

E proprio a causa dell’intellettualismo, oltre che per la trama di “Senza glutine”, è inevitabile pensare che Woody Allen sia stato un modello forte. È molto alleniano (e anche un po’ verdoniano…) il sillogismo di Fran sulle conseguenze relazionali degli equilibri della flora intestinale, che è la metafora-fil rouge dello spettacolo: se è vero che i virus e i batteri del nostro apparato digerente influenzano molto più di quanto si creda le nostre emozioni e quindi le nostre decisioni (il riferimento è al “secondo cervello”, come lo chiama Michael D. Gershon in un saggio divulgativo di grande successo), allora il vero segreto per una storia d’amore lunga e serena è condividere una dieta studiatissima.

Ciò che stacca di molto “Senza glutine” dallo stile di Allen, però, è il linguaggio osceno e spesso sessualmente esplicito: Tantillo non indulge in facili ammiccamenti, anzi, le oscenità nei dialoghi riescono a rappresentare benissimo quel feticismo a cui si arriva quando, agli sgoccioli, si misura la frequenza del sesso più o meno come la pressione arteriosa. Per questo mi viene in mente, per restare nel paragone con le serie televisive, quel gioiellino che è “You’re the worst”, una serie capace di scovare il romanticismo all’interno di una coppia decisamente perversa e sui generis.

Una scrittura di questo tipo, che punta molto sull’intensità, ovviamente espone anche a dei rischi: la recitazione deve essere asciuttissima, e basta poco per scivolare nell’affettazione (la migliore ci è parsa, da questo punto di vista, De Rossi), e la scelta di tirare sempre al massimo i dialoghi – un po’ per gusto stilistico e un po’ per far vivere in scena quella tensione tipica dei tanti non detti di una relazione in crisi – produce a tratti un ritmo ripetitivo.

Al di là di questo, però, “Senza glutine” ha il pregio di affiancare alla godibilità immediata uno sguardo originale, quasi catartico: sa mettere in scena, quasi senza pietà, quelle idealizzazioni (partorire con vista sulla Tour Eiffel…) che da una parte coprono, dall’altra provocano le falle affettive; ma sa anche aprirsi, al di là di ogni moralismo e di ogni schema mentale, ad una visione meno severa di tutto: perché, fortunatamente, le cose belle continuano ad accadere anche quando non si ha il coraggio di separarsi.

E se è vero che i personaggi di Tantillo possono sembrare (paradossalmente) calligrafici, cioè intrappolati nella resa acuminata che il testo vuole darne, senza mai sembrare davvero sconvolti da una crisi, è altrettanto vero che sia la rinuncia all’introversione sia la volontà di non mettere in discussione il controllo sulla nostra identità sono due tratti tipici delle relazioni di oggi (ne parla in modo illuminante Massimo Recalcati, nel suo “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa”).

“Senza glutine” non indica speranzose alternative al fallimento delle relazioni, si concentra sulla mimesi – con risvolti parodici – di questa realtà; ma, anche se lo fa con leggerezza e con un filo di stilismo, ciò non significa che il testo si esaurisca qui. Semplicemente, Tantillo è coerente con quanto dice nei suoi monologhi: non vuole agire sul cuore o sul cervello dei suoi spettatori, ma sul loro stomaco. Fino a costringerli a fare i conti con una regola amarissima: oltre alla celiachia e alle malattie, anche le aporie sentimentali sono ereditabili.

Senza Glutine
di Giuseppe Tantillo
con Giuseppe Tantillo, Valentina Carli, Orsetta De Rossi, Vincenzo De Michele
regia Giuseppe Tantillo e Daniele Muratore
scenografia Francesco Ghisu
costumi Alessandro Lai
disegno luci Daria Grispino
produzione Argot

durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 2′ 30”

Visto a Roma, Teatro Argot, 14 dicembre 2017

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