Senza parlare. Spk Teatro nei meandri della disabilità comunicativa

Senza parlare (photo: Elisa Caldana)
Senza parlare (photo: Elisa Caldana)

«Salve oscurità, mia vecchia amica / sono venuto a parlarti nuovamente / perché una visione che fa dolcemente rabbrividire / ha lasciato i suoi semi mentre dormivo / e la visione che è stata piantata nel mio cervello / ancora persiste / nel suono del silenzio»
(Simon & Garfunkel, “The Sound of Silence”)

Bambini che non parlano. Bambini che a volte uniscono alla disabilità comunicativa quella fisica. E allora tendono a eludere il contatto visivo con chi li circonda. Si isolano. Si rinchiudono nelle proprie fobie. Esasperando silenzi e frustrazioni.
Di bambini con disabilità comunicativa e disagio psichico si occupa, a Milano, il Centro Benedetto d’Intino, eccellenza italiana ed europea che ha in carico 400 famiglie. Questa Onlus riconosce la centralità del bambino come persona che ha diritto di crescere e vivere al meglio delle proprie possibilità, progettando, interagendo e sognando nel segno di un’inclusione reale.

A promuovere l’attenzione verso le persone con bisogni comunicativi complessi, lo spettacolo teatrale “Senza parlare” di Spk Teatro ha raggiunto tra settembre ed ottobre alcune sale milanesi: il Franco Parenti dove ha debuttato, il Filodrammatici, lo Spazio Tertulliano, il PACTA Salone, il Teatro della Cooperativa, per finire con Campo Teatrale. Sei tappe, tredici repliche, per un lavoro che doveva essere soprattutto di sensibilizzazione, e invece è stato capace di toccare le corde emotive degli spettatori, aprendo una fenditura su una delle tante isole dell’arcipelago disabilità.

“Senza parlare” nasce dal libro omonimo che raccoglie le testimonianze di diverse famiglie che frequentano il Centro Benedetto d’Intino. Sono storie senza nomi. Parlano di momenti di fragilità e sconforto alternati a momenti d’ilarità, dolcezza e solarità. Un’aura d’ironia e leggerezza mantiene libro e spettacolo in linea di galleggiamento.
Prodotta dal Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone con il sostegno di Fondazione Friuli e Fondazione Paola Frassi, la pièce “Senza parlare” è stata scritta da Lisa Moras, che ne ha curato anche la regia.

La scenografia di Stefano Zullo è un lungo piano di lavoro. Sulla scena una sedia a rotelle. Attaccati a una parete, oggetti collegati a emozioni vissute e da vivere: un orologio, una chitarra, abiti, pupazzi, scritti, fotografie.
I protagonisti sono Marco (Alessandro Maione) e sua sorella Sara (Caterina Bernardi). Quest’ultima, disabile comunicativa, oggi compie diciotto anni. Marco, fratello maggiore e tutore, le organizza una festa che si augura memorabile.
È da questa ricorrenza che si dipana la trama. Ma l’impossibilità di un dialogo autentico emerge già sul tipo di torta da acquistare in pasticceria. Marco alterna momenti d’ascolto, empatia e delicatezza, a frangenti in cui si spazientisce. Elude o previene le domande di Sara. Spesso si sostituisce a lei, presumendo di conoscerne a fondo ogni piega dell’anima. Il confronto tra fratello e sorella è complicato. Richiede tempo e attenzione. Esige pazienza. A volte anche in Sara prevalgono stanchezza, impotenza e sconforto, e rischiano di pregiudicare ogni cosa.

“Senza parlare” è una normalissima storia di dialettiche familiari e conflitti adolescenziali. Afasie, silenzi, opposizioni, sono il corredo fisiologico di qualunque esperienza di crescita. Tra Sara e Marco però la distanza potrebbe diventare abisso proprio a causa della disabilità, sabbia mobile da attraversare ogni giorno, fatica che richiede prudenza, attenzione ai dettagli, coraggio, cura, dedizione, amore.
La disabilità qui è scoglio reale e metafora della vita. Qualche avvitamento nel testo di Lisa Moras sembrerebbe inficiare a tratti la resa scenica; in realtà esprime con realismo le lungaggini scoscese dei dialoghi, le insidie e tortuosità di una comunicazione a tratti sfibrante. Ma in questo testo ci sono soprattutto passaggi di estrema delicatezza, sprazzi di poesia e riflessione commovente, capaci di agitare la coscienza dello spettatore.

Questa storia emoziona e identifica anche chi non si misura quotidianamente con la disabilità. Scopre nodi presenti e latenti. Tremano i lucciconi, perché non c’è persona che non abbia fatto i conti con l’incomunicabilità.
Gli attori giostrano sullo spazio scenico in modalità diverse. A volte li troviamo a contatto, a volte distanti. A volte Sara scompare alla vista di Marco, rannicchiata sotto il tavolo di lavoro. A separare i due, quasi sempre la sedia a rotelle. Anch’essa a momenti fa capolino fuori dalla scena, o perché superata grazie all’empatia tra fratello e sorella, o perché i protagonisti la negano, perché è motivo di sofferenza e crea un solco che allontana.
Infine Sara su quella sedia ci salirà, e ritrovando Marco abbandonerà la scena. Abbracciare l’altro significa anzitutto riconoscerne le fragilità e accoglierle come tratti distintivi che rendono una persona unica e irripetibile. Citando Chandra Livia Candiani, occorre «fare nido nella notte». Calarsi dentro la notte per arrivare a «vedere la luce abbagliante del giorno […] Uniche bussole, la poesia e la meditazione: non armature per ripararsi dal mondo. Ma vie, mappe, per sentire strappi, ferite, paure e trasformarle in punti di partenza. Sapendo, che siamo fatti per farcela».

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