Set Up 2020: il performativo conquista Venezia. Videoreportage

Un'immagine da Set Up 2020 (photo: Francesco Guazzo)
Un'immagine da Set Up 2020 (photo: Francesco Guazzo)

Si è conclusa con grande successo SET UP 2020, la biennale ospitata per l’occasione a Palazzo Grassi / Punta Della Dogana (Venezia) il 7 e l’8 febbraio, che – alla sua terza edizione – indaga il panorama performativo contemporaneo. Due serate di suggestioni musicali, danza, performance e dj set con artisti selezionati dalle scelte curatoriali di Enrico Bettinello.

Vedere riempiti di tutto ciò gli spazi museali di uno dei siti per l’arte contemporanea più importanti del momento – specie dopo la celeberrima mostra di Damien Hirst “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” – ha fatto pensare non poco a quanto, di fronte a simili situazioni, si abbia la sensazione di avere a che fare con un’arte che si allontana dal concetto di contemporaneo per avvicinarsi invece al circostante. In serate come queste il museo è meno museo.

Se ci si riallaccia alle teorie istituzionali dell’arte ed alle considerazioni di filosofi come Arthur C. Danto, secondo il quale un certo oggetto viene dotato dello status di “opera d’arte” solo grazie ad un riconoscimento istituzionale conferito da un’autorità del cosiddetto “mondo dell’arte”, di fronte ad un pubblico che occupa i meravigliosi spazi architettonici rivisitati per la Pinault Collection dall’architetto giapponese Tadao Andō, sembra invece di essere di fronte ad un sistema più aperto, in cui al centro è messo lo spettatore non istituzionale e non istituzionalizzato; con un pubblico quindi non solo più coinvolto, ma anche e soprattutto con più voce in capitolo sul riconoscimento possibile o meno – e quindi non più imposta – dell’artisticità di ciò che gli sta intorno, di ciò che sta guardando.


Interessante allora la presenza di artisti del panorama performativo piuttosto affermati sulla scena istituzionale, come – per la danza – Nora Chipaumire con “#PUNK” o il nostro Michele Di Stefano con “Bermudas”, catapultati in un universo di presenze corporee che li obbligano a ripensarsi, in una sfida non da poco di fronte ai non esperti. Un pubblico che si allontana di molto dai rigidi schemi dell’identità classica (da spettatore a gambe accavallate), e che si lascia elettrizzare, specie di fronte alle performance dalla maggiore carica artistica e non solo, come quella dell’avant-pop di Wowawiwa o il tanto entusiasmante, quanto atteso, dj-set di Omar Souleyman.
La musica si fonde con corpi performanti e spazi performati, ed è così che si vedono allentarsi anche le tradizionali distinzioni tra differenti medium artistici: non più generi strettamente codificati, ma piuttosto uno spazio critico in cui qualcosa accade da vicino, influenzandoci e rendendoci parte della problematicità del suo avere valore o meno. Il luogo perfetto in cui pensare il circostante senza perdere nulla della stimolante gassosità con la quale si presenta.

Vi lasciamo al videoreportage, che ripropone le atmosfere delle serate e ci offre le testimonianze di Bettinello, co-curatore di Set Up, Mauro Baronchelli, direttore operativo di Palazzo Grassi, e di alcuni spettatori.

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