Settimo cielo: la contemporaneità di Caryl Churchill vista da Giorgina Pi

Photo: Futura Tittaferrante
Photo: Futura Tittaferrante

“Settimo cielo”, traduzione del titolo originale “Cloud 9”, è un testo scritto nel 1979 dalla drammaturga inglese Caryl Churchill. Tolto il dato anagrafico, cos’è che lo rende attuale? O, più in generale, cosa rende un testo teatrale realmente contemporaneo?
Sfogliando una copia fisica dei “Cloud 9” non si nota niente di così contemporaneo, con quei nomi degli attori in maiuscolo grassetto e la suddivisione in atti e scene. E meno male, perché in ogni caso la forma non dovrebbe essere determinante. Quindi, ancora, cosa rende questo testo moderno?

L’ambientazione è doppia: l’Africa coloniale e la Londra del ’79. Si parla di sesso e potere (temi cari alla scrittrice), sovrapposti, e di violenza e ironia attraverso la storia di una famiglia: “Un viaggio tra le politiche del sesso vissuto da un gruppo familiare, prima catapultato nell’Africa coloniale di fine Ottocento, poi a Londra alla fine degli anni ’70”, riassume la regista Giorgina Pi. Ci sono rapporti omosessuali, e c’è anche la pedofilia. Be’, possiamo quindi dire che è contemporaneo? Boh! Parla di noi? Non si sa. Il giudizio rimane sospeso.

Se il sogno nel cassetto di ogni testo teatrale è quello di diventare un classico (testi ristampati per i secoli a venire, in belle edizioni compatte, scampate all’oblio e ai formati virtuali di Amazon), purtroppo non a tutti è data questa fortuna. Molti di loro, anche ingiustamente, avranno soltanto uno o due allestimenti e poi scompariranno. Magari anche brutti allestimenti.

Perché il rischio che corre la drammaturgia contemporanea è questo: che basti il dato anagrafico a renderla attuale. Il risultato è che spesso manca un impegno registico, uno scavare a fondo, trovare punti di contatto, elaborare una visione adeguata.
I classici sono abituati ad essere oggetto di queste attenzioni, ed è la loro forza: sono così efficaci e precisi che risuonano nella lunga distanza. Mentre i testi di autori viventi, in molti casi, finiscono per essere messi in scena quasi senza una regia, lanciati sul palco senza difese, se non la loro intrinseca novità.

Torniamo allora a “Settimo cielo”, presentato di recente da Teatro di Roma. Dopo tutti i discorsi fatti possiamo definirlo contemporaneo? Ognuno, dopo averlo visto, può dare la sua risposta. Ma, sicuramente, la regia di Giorgina Pi ci offre una risposta positiva. È moderno perché si nutre del mondo della regista, che si appropria delle indicazioni di scena e incanala la rabbia sociale del testo verso tematiche più personali.
La Londra del ‘79 – il presente dell’autrice – viene messa in prospettiva, come se il punto di vista fosse quello di un ipotetico terzo atto: la Brexit che guarda al passato, ai giubbotti di pelle e alla libertà sessuale come a un momento mitico almeno quanto l’epoca coloniale. E gli attori (Marco Cavalcoli, Sylvia De Fanti, Tania Garribba, Lorenzo Parrotto, Aurora Peres, Alessandro Riceci e Marco Spiga) sono lì, a dividersi i doppi ruoli, a saltare nel tempo mantenendo intellegibilità e coerenza, e a recitare quelle battute ripescate dagli anni Ottanta che ancora funzionano.
Sono vivi? Sì. Sono attuali? Sì. Era scontato? No. Abitanti discreti di una scena semivuota, si aggirano come ombre, immersi in costumi appariscenti e una nebbia costante, definita a stento dalle luci di Andrea Gallo: confini labili di un mondo ancora in definizione, ancora problematico, dopo quarant’anni.

SETTIMO CIELO
di Caryl Churchill
traduzione Riccardo Duranti
regia Giorgina Pi
con Marco Cavalcoli, Sylvia De Fanti, Tania Garribba, Lorenzo Parrotto, Aurora Peres, Alessandro Riceci, Marco Spiga
scene Giorgina Pi
costumi Gianluca Falaschi
musica, ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
luci Andrea Gallo
foto di Luca Del Pia
nell’ambito di Non Normale, Non Rassicurante
Progetto Caryl Churchill a cura di Paola Bono con Angelo Mai
con il sostegno di Teatro di Roma – Editoria & Spettacolo – SIL (Società italiana delle Letterate)
con la collaborazione di 369gradi – Tuba, libreria delle donne, bazar dei desideri – Olinda Onlus

durata: 2h
applausi del pubblico: 2’ 23’’

Visto a Roma, Teatro India, il 15 febbraio 2018

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