Diario dal Mezzogiorno: come ci siamo inventati Sferracavalli

Il cinema abbandonato di Lizzano

Il cinema abbandonato di Lizzano (photo: sferracavalli.com)

Da teatrante mi dispiace sempre molto vedere quale distanza ci sia tra i luoghi che ospitano i festival di teatro e i suoi abitanti: due mondi che, nella grande maggioranza dei casi, rimangono separati. E questa mi è sempre sembrata un’occasione sprecata.
E’ nato da qui il mio contatto con il direttore di Klp, autore – anni fa – di un articolo che mi aveva colpito proprio in questo senso.
Ho continuato saltuariamente a tenere informata la redazione dei passi successivi alle mie idee di creare una rassegna che coinvolgesse il paese che l’avrebbe ospitata, fino all’esito finale, che ci ha portati oggi alla prima edizione di Sferracavalli, festival internazionale di Immaginazione Sostenibile, che si terrà a Lizzano (in provincia di Taranto) dal 16 al 20 agosto.

Accolgo quindi con piacere l’invito del direttore di raccontare cosa voglia dire creare un festival “dal niente”.
In realtà non siamo partiti da niente; sul piatto c’erano già diversi ingredienti:
– un cinema abbandonato nel centro storico di Lizzano (il mio paese)
– un nonno che aveva avuto molte badanti rumene e polacche
– un gruppo di amici molto svegli e con percorsi diversissimi (dai bandi europei alla letteratura rumena, dall’ingegneria gestionale al turismo fino alla podologia)
– il libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”
– la Puglia degli ultimi anni e il bando Principi Attivi (che abbiamo vinto con un primo posto ex aequo su oltre 2200 progetti).

Questi i principali ingredienti “tangibili”.
Tra quelli intangibili, il fatto d’aver sempre trovato insopportabile il razzismo, dove una delle componenti principali è smettere di vedere l’altra persona, riconoscerne i volti: e nel vedere un popolo senza volto, il nemico collettivo è più facile da respingere.

Ho allora iniziato a ragionare proprio sull’importanza dei volti, dell’incontro. Per me il teatro è questo: l’arte dell’incontro. Ho pensato che sarebbe stato interessante abbinare un festival di teatro alle migrazioni, e in cui le migrazioni fossero non il tema ma la materia viva dell’evento.
E’ nata così l’idea di costituire un osservatorio sul teatro contemporaneo dei Paesi dai quali arrivano più migranti in Italia. E per la nostra prima edizione abbiamo scelto di iniziare dalla Romania, perché a Lizzano la maggiorparte degli immigrati sono rumeni.

Se un tempo le compagnie di giro erano importanti nell’economia delle città perché “portavano notizie”, “aria nuova”, oggi non è più necessario aspettare di essere visitati da una compagnia per ricevere informazione, tuttavia questi ‘visitatori occasionali’, soprattutto in piccoli paesi del Sud, possono ancora essere visti come un’occasione per veicolare esperienze differenti.
Per fare in modo che questo incontro avvenga, però, non bastano appuntamenti dopo gli spettacoli, spesso quasi deserti o frequentati solo dagli amici della compagnia o dagli addetti ai lavori; l’incontro deve giocarsi su terreni più familiari, percepiti come “sicuri”.
Chi non è mai andato a teatro, è difficile che ne senta l’esigenza. Ma se ad esempio gli capitasse di ospitare un attore, magari potrebbe incuriosirsi e aver voglia di vederlo in scena.
Da qui è nata l’idea di far ospitare gli artisti alle famiglie lizzanesi.
E l’ipotesi si è trasformata in realtà, visto che allo stato attuale trenta famiglie di Lizzano si sono offerte di ospitare uno, due o tre artisti ciascuna.

Si è trattato di un lungo lavoro, prima di progettazione (al quale siamo stati costretti dalla partecipazione al bando Principi Attivi, ma che si è rivelato una guida fondamentale nella fase realizzativa), e poi di organizzazione e di comunicazione. Queste tre fasi hanno avuto come fulcro quella che le nuove tecnologie chiamano “user experience”.
Ciò che non volevamo nel modo più assoluto era diventare “quelli che portano la cultura a Lizzano”, o essere percepiti come tali. Non volevamo che le persone sentissero di doversi adeguare a noi o rimanere esclusi.
Tutto il progetto è stato pensato per rappresentare un’occasione di scambio reale e vivo con le persone, di valorizzazione delle rispettive competenze e della capacità di generare cultura.
Nella migliore delle ipotesi, Sferracavalli vorrebbe mettere Lizzano nelle condizioni di autogenerare il festival. Ma una progettazione di questo tipo richiede una cura maniacale del dettaglio, una conoscenza profonda del contesto e una gran dose di fiducia. Se però si eccede nella cura del dettaglio si rischia di generare un senso di estraneità della popolazione rispetto alla proposta; se si eccede con la fiducia (e non ci si assumono abbastanza responsabilità) si cade molto facilmente nella “sagra della frisella che se la tira” perché ci sono “gli spettacoli teatrali underground”.

Dal punto di vista artistico non abbiamo avuto paura di proporre una rassegna senza grandi nomi, con due spettacoli in rumeno e uno italiano in cui nessuno degli artisti ha più di 33 anni.
Le due prime nazionali sono “I declare at my down risk” per la regia di David Schwartz (una storia sulle difficoltà di integrazione di una ragazza Rom a Bucharest) e “L-V:8-16” di Ioana Paun (una performance sulla routine giornaliera dell’esercito di precari dei call center di Bucharest).
La prima regionale è il mio spettacolo “Somari”, firmato Kilodrammi, che abbiamo deciso di mettere in rassegna visto il rapporto di lunga durata tra la compagnia e Lizzano, dove spesso siamo venuti a provare e abbiamo iniziato quello scambio di esperienza che è poi germogliato nel festival. La città non aveva mai avuto occasione di vederci in scena, e abbiamo pensato potesse trasformarsi in una ulteriore occasione per attirare il paese davanti a un palcoscenico.
Insieme agli spettacoli ci saranno laboratori (anche quello sulle orecchiette!) e momenti d’incontro e riflessione.

Complessivamente, il lavoro quotidiano per arrivare a questa prima edizione è stato sfiancante, ma è straordinario vedere lo stupore disegnarsi sui visi delle persone. Crediamo che attraverso l’esperienza del teatro si possano generare storie nuove, imparare ad immaginare migliore il posto in cui viviamo, e che questo faccia nascere il desiderio di trovare anche degli strumenti per cambiarlo.

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  • beatrice presen ha detto:

    molto interessante.
    anche io nel paese dove vivo sento fortemente lo scollamento tra il teatro e le persone che dovrebbero goderne (i paesani ovvero).
    mi piacerebbe saperne di più di una esperienza del genere che dovrebbe essere allargata a tutta italia.
    grazie dell’articolo.
    beatrice

  • Francesca Cavallo ha detto:

    Ciao Beatrice, grazie a te per il tuo interesse. E scusami se ti rispondo tanto in ritardo ma tra il festival e le vacanze torno al computer oggi! Siamo contentissimi di darti tutte le informazioni di cui hai bisogno, puoi seguirci su http://www.sferracavalli.com (stiamo iniziando a lavorare sul blog e tra un po’ uscirà anche un documentario sull’esperienza) o scriverci a sferracavalli@gmail.com. Grazie alla direttrice Daniela Arcudi che ha mostrato interesse per questo progetto fin da quando era solo un’idea! 🙂

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