Sguardi 2010. Un festival per riflettere sul teatro del Nord-est

Sguardi 2010

Sguardi 2010Allestire una vetrina, si sa, non è un’operazione semplice. Bisogna saper accostare i prodotti per far sì che stiano bene insieme, ma allo stesso tempo fare in modo che si distinguano per la loro unicità.
Sguardi, il festival-vetrina tenutosi a Padova dal 16 al 18 settembre scorso, ha dato la possibilità ad operatori e “passanti” di dare un’ampia occhiata ai prodotti offerti dal mondo teatrale contemporaneo veneto.

Ad occuparsi dell’allestimento, un laborioso team diretto da Labros Mangheras, presidente della PPTV (Produttori Teatrali Professionali Veneti) e coordinato dal critico Andrea Porcheddu, con l’obiettivo di far emergere quanto ricco di fermenti e frammenti sia oggi il teatro, in una regione che per tanti è sempre più sinonimo di imprenditoria e razzismo. Tre intensi giorni in diversi spazi che hanno visto il susseguirsi di svariati generi, fra tradizione e sperimentazione, teatro civile e teatro ragazzi, letture sceniche e complesse performance, per un totale di 21 spettacoli dai ritmi serrati.

Non c’è da stupirsi se, come sottolinea lo stesso Porcheddu, in una così ampia scelta, non tutti i prodotti siano ugualmente apprezzabili, ma l’obiettivo dell’iniziativa era “permettere, attraverso la varietà, un confronto non solo tra artisti ed operatori, ma sopratutto tra artisti ed artisti”. Un risultato che pare esser stato raggiunto. E dal confronto è emerso un dato comune: la volontà di denunciare l’esistenza di un Nord-est fuori dagli stereotipi, col bisogno sentito di riappropriarsi di quei valori che un tempo appartenevano al territorio, per essere ancora fieri di appartenervi.


Star dietro alle numerose e rapide evoluzioni del contemporaneo non è certo facile, e spesso porta lo spettatore a scoraggiarsi di fronte al “non capire”, storcendo il naso e limitando gli applausi per poi emettere la fatidica sentenza: “Questo non è teatro”.
Ma una freccia a favore di chi guarda bisogna sempre scagliarla, visto che – oltre a pagare il biglietto – uno spettacolo dovrebbe essere indirizzato a un pubblico “qualunque”. Eppure, più aumenta il progresso (soprattutto tecnologico), più gli artisti tendono a bombardare lo spettatore con nuovi mezzi e simbolismi spesso incomprensibili, pur di distinguersi in vetrina con il fosforescente adesivo di “novità” e rientrare nella formula del nuovo = bello.

Così, in perfetta coerenza con le caratteristiche del nostro contemporaneo, non c’è più spazio (o ce n’è poco) per la semplicità. Via, allora, a trasformare una noiosa lezione sul Giorgione in uno spettacolo attraverso la voce dei (bravi) narratori Anagoor; piuttosto che, stufi del seguire le “solite” tracce di Mastro Shakespeare, virare sul dilaniato testo che ne offre il Teatro dei Lemming, con risa in faccia ad un pubblico sbigottito e frastornato tra le urla di un “Amleto” inesistente.
C’è poi il fronte contemporaneo di denuncia politico-civile (è il caso di Marta dalla Via col suo “Veneti Fair” e di Carichi Sospesi con “North b-East”) che, talvolta sotto mentite spoglie ‘cabarettistiche’, rivendica la “faccia buona” del Veneto, con risultati spesso più attraenti per chi non è “del nord” e ne condivide ogni parola, pur ammettendo l’utilizzo di non pochi luoghi comuni.
Altra sfera è quella di chi, nonostante il contemporaneo da cui è circondato, non rinuncia al tradizionale teatro di parola. A Padova ne sono stati testimoni “Il Ragazzo dell’ultimo banco” di Questa Nave e “Galileo” del Tib Teatro, alternati a chi, nonostante i valori in picchiata libera, ancora riesce a dedicarsi al sociale (è il caso di Andrea Pennacchi con “Annibale non l’ha mai fatto”, che porta sul palco la vita di un detenuto intrecciata a quella del noto cartaginese).

Insomma, una vetrina sfaccettata quella degli Sguardi contemporanei sul teatro veneto, con una tappa “numero 0” appena conclusa ma già al lavoro per la “numero 1”, che si terrà fra aprile e maggio a Venezia. Dove, come tiene a precisare il coordinatore artistico, “non si chiamerà festival, ma festa”: perché quando il teatro si fa sentire c’è bisogno di festeggiare.

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