Colpo d’occhio su Barabao Teatro: “Dalla nostra cantina a Sguardi”

Barabao Teatro
Barabao Teatro

Aspettando Ercole (photo: barabaoteatro.it)

Ci ha visto giusto il critico Andrea Porcheddu, che ha curato la direzione artistica di Sguardi, a inserire all’interno della vetrina teatrale veneta, quasi in seconda battuta rispetto all’idea iniziale di programmazione, la sezione Colpo d’Occhio. Una risposta pro-positiva alla grande richiesta di partecipazione pervenuta, confermando allo stesso tempo l’intento che la manifestazione si prefiggeva: creare un momento di incontro e di visibilità per il più grande numero di produttori teatrali veneti di qualità. Piccolo e altro sipario di una bella vivacità, che ha destato curiosità ed entusiasmo, sebbene fosse previsto un tempo stringato di rappresentazione scenica. Venti, infatti, i minuti a disposizione, che forse non è poi così poco se si pensa alla buona riuscita del recente Speed dating teatrale a Meda, in cui le compagnie di produzione avevano a disposizione solo otto minuti per presentare a tavolino il proprio lavoro.

Non si è trovato particolarmente d’accordo però il gruppo Barabao Teatro, che rubando un minuto di tempo a loro disposizione, con ironia provocatoria, ha trovato in scena il modo per far sapere a tutti che quei pochi minuti gli stavano stretti. “Avremmo preferito che fosse una scelta più democratica, una frustrazione comune. Venti minuti per tutti, anche per non creare una divisione tra le compagnie, tra chi ha portato l’intero spettacolo e noi di Colpo d’Occhio” ci raccontano in una breve chiacchierata durante la pausa pranzo. Dopo questo piccolo sfogo ammettono però senza riserve che, per una manifestazione come questa, la tempistica breve, oltre ad offrire un ventaglio di proposte molto più ampio, è comunque sufficiente agli operatori per effettuare una scelta.

“Sguardi è stato comunque un’ottima occasione per uscire dalla nostra cantina” tiene a precisare Cristina Catto. Il gruppo, infatti, come la maggior parte delle compagnie italiane, non ha a disposizione uno spazio teatrale dove provare e montare il proprio spettacolo, ma solo una vera e propria cantina che ogni tanto, quando piove, si allaga e odora di umido. “Lavoriamo lì – spiega Ivan Di Noia – e questa difficoltà, assieme a tante altre, ci porta ad avere fame non solo di visibilità, ma anche della possibilità di migliorare come attori giorno per giorno, provando a dimostrare a chi è del mestiere che ci siamo anche noi”.

L’incontro con i Barabao Teatro è stato uno dei più felici della rassegna, conclusasi sabato. Ed è in effetti un peccato non avere visto per intero il loro “Aspettando Ercole”. Decidiamo quindi di “premiare” a nostro modo il loro atto coraggioso e la loro passione, scegliendoli fra le compagnie che hanno partecipato per raccontandovi qualcosa in più di loro.

C’è una bella allegria e una profonda passione nei loro occhi e nelle loro parole, semplici e spontanee, dotate di quella carica di chi ci crede nel valore del proprio lavoro, nato dal desiderio di arrivare al cuore del pubblico.
Mirco Trevisan, Ivan Di Noia, Romina Ranzato e Cristina Catto provengono da una famiglia di teatranti amatoriali di vecchia data. Iniziano a fare teatro con Mario Antonio Ranzato, padre di Romina e Cristina, negli anni ’80, per poi sviluppare una propria linea di studio: due di loro vanno a Roma all’Accademia di Teatro Integro, uno al Piccolo di Milano, e c’è chi resta a Padova e studia alla scuola Kiklos di Giovanni Fusetti. Quando si rincontrano, con in mano un bagaglio di esperienza ereditata, decidono che è ora di guardarsi dentro, capire cosa c’è, buttare un po’ tutto all’aria e svuotare per reinventare il loro modo di fare teatro.

“Siamo partiti dal fondo per risalire la china – ripercorrono Cristina e Romina – Abbiamo scelto di ricrederci nuovamente. Quando si vive in una famiglia di teatranti non c’è solo l’aspetto dell’essere padre e figlio, ma c’è anche tutto il teatro: le cose si mescolano, si fondono, diventa un perdere completamente la dimensione. C’era quindi bisogno di perdersi per poi ritrovarsi e rielaborare. Abbiamo cercato delle costanti, il gioco  d’attore, uno stesso respiro, lavorando molto sull’improvvisazione, sul godimento di essere in scena. Da lì siamo ripartiti di nuovo insieme, grazie anche a Matteo Destro (regista dello spettacolo) che ci ha fatto rincontrare la poesia di questo lavoro”.

Il teatro di questo giovane gruppo padovano è particolare, originale, gioca in modo vivace sia con la commedia che con la tragedia, senza trascurare il lato poetico. “Aspettando Ercole” è una riscrittura ironica della tradizione plautina che utilizza la farsa, la maschera (molto belle quelle create dalle mani dello stesso regista) e la canzone, con una sorprendente precisione, capacità attoriale e attenzione del livello qualitativo di ciò che viene portato in scena.

“E’ molto bello scoprire un gruppo di provincia di cui non avremmo forse mai sentito parlare, che fa in quel luogo un’operazione così bella e forte dal punto di vista culturale…”. A parlare è il critico Antonio Audino, che ha partecipato alle ultime due giornate di Sguardi, ed è rimasto piacevolmente sorpreso dalla qualità del lavoro presentato, intravedendo nel gruppo un interessante fenomeno culturale, frutto tipico di una situazione regionale, in grado di accogliere con successo un vasto pubblico.

In effetti i Barabao Teatro difendono la loro appartenenza e la loro idea di teatro con forza, mettendoci sempre un pizzico  di provocazione: “Se quello che vediamo è teatro, noi cerchiamo altro. Fatichiamo a riconoscerci in quelle forme artistiche performanti che trasbordano nell’arte contemporanea, a volte perdendo la costante poetica del teatro. C’è un fondo comune, ma mentre loro vogliono andare fuori, noi vogliamo sprofondarci, andarci dentro del tutto. Quello che ci interessa è arrivare al cuore del pubblico, attraverso l’atto semplice, come può esserlo il taglio di Fontana. Partire da dentro, da un dramma umano e arrivare fuori. Attraversare tutti. Cercare l’universale. Vogliamo che le grandi idee possano arrivare alla gente comune, alle nuove generazioni e non rimangano solo concetti sospesi. Altrimenti il teatro muore”.