Short Theatre 16. Nel villaggio dell’utopia possibile

Lus (photo: Luca Del Pia)
Lus (photo: Luca Del Pia)

Il villaggio del teatro si è aperto al pubblico il 7 e chiuderà le sue porte il 18 settembre. Si tratta di una delle manifestazioni culturali più attese nella capitale, quella della rassegna di teatro e arti contemporanee Short Theatre, che per quest’undicesima edizione porta il sottotitolo “Keep the village alive”.

Cosa tiene vivo, quindi, il villaggio?
Probabilmente la gente che lo abita, che lo attraversa, che lo trasforma. Gli artisti, i tecnici, gli organizzatori e il pubblico.
Un villaggio che vive e pulsa per 11 giorni all’interno della troppo spesso catatonica città romana.

“Il villaggio che vogliamo tenere vivo è un paesaggio in cui la lingua può essere poesia e la poesia può dire la realtà; ma è anche il luogo, temporaneo e delimitato, che allestiamo ogni anno, dal 2006, e a cui abbiamo dato il nome di Short Theatre: un villaggio di transito, di riposo per i nomadi, di racconto per i viaggiatori – aggiunge Fabrizio Arcuri, creatore del festival e direttore artistico di Area 06 – Mantenere vivo il villaggio penso significhi questo: credere davvero che l’unione faccia la forza, che si possa produrre un’energia centrifuga che contamini, orbita dopo orbita, i villaggi che ci girano intorno; e insieme lasciarsi contaminare, farsi villaggio in orbita. Un luogo in cui rintracciare un’identità dispersa, un luogo da cui ripartire, divisi e uniti, singoli e comuni”.


Insomma, una necessità viva di cercare nella poesia e nell’arte la nostra identità di esseri umani in relazione agli spazi; in cui utopicamente le differenze siano il punto di partenza, non il muro che divide, e la base della creazione ramificata dei rapporti e delle relazioni.
Spazi e luoghi, siano essi villaggi, città, paesi, borghi o natura, rappresentano così il vetrino del microscopio da cui osservare senza filtri l’essere umano e la situazione delle arti performative.

Questo è evidente nella scelta degli spettacoli della serata dell’8 settembre, considerata un pò la vera apertura del festival, da cui si può percepire un unico se pur estremamente variegato filo conduttore. La serata tesse un pensiero che si sfronda sfaccettandosi in milioni di idee.

Primi fra tutti in ordine temporale, la voce evocativa e totalmente poliedrica di Ermanna Montanari, l’elaborazione sonora e digitale in tempo reale di Luigi Ceccarelli e la sbalorditiva capacità tecnica ed espressiva del contrabbasso di Daniele Roccato, nel concerto spettacolo “Lus”.

Il progetto, realizzato per Teatro delle Albe attraverso il poemetto in dialetto romagnolo di Nevio Spadoni su una guaritrice di inizio Novecento creduta ora veggente e guaritrice ora puttana, narra l’incomunicabilità umana, e riflette sul significato del divino in relazione alle pene terrene, sull’essere umani nelle condizioni di disarmante sofferenza e solitudine. Tutto questo sotto un disegno luci evocativo, in cui la “Lus”, appunto, sembra bagnare l’attrice come acqua e non illuminarla.

A seguire, senza sosta alcuna, il secondo spettacolo degli spagnoli El conde de torrefiel “La posibilidad que desaparece frente al paisaje”, regia e drammaturgia di Tanya Beyeler e Pablo Gisbert. Uno spettacolo in cui l’attore si fa portatore di immagini e idee, diventa pennello del pittore, attuatore di immagini e azioni in funzione di un disegno.
Lo spettacolo, dal testo incalzante e trabordante di idee, gioca con i contrasti tra parole dette e immagini forti, dai nudi integrali allo sberleffo all’arte e agli artisti. La filosofia ha una forma più terrena del previsto.
Lo spettatore, bombardato intellettivamente di concetti e pensieri su natura, essere umano, arte e la funzione, ma anche sullo scorrere del tempo, viene stimolato visivamente da immagini terrene, quotidiane, concretamente riconoscibili ed estreme, in cui l’ironia non copre ma rafforza il pensiero.

La corsa nel villaggio prosegue col fiato sospeso e gli occhi ancora intrisi delle immagini precedenti con “Carne” di Elvira Frosini e Daniele Timpano, testo di Fabio Massimo Franceschelli.
Il contrasto linguistico con lo spettacolo precedente è addirittura funzionale e sembra proseguire ideologicamente un unico discorso, ma con persone diverse.
Lui e Lei discutono sull’essere o non essere vegetariani. Da questa polemica animalista familiare e quotidiana svincolano in libertà inaspettate prospettive e pensieri sul mondo e sull’uomo.
La carne si fa portavoce irriverente e ironicamente diretta di riflessioni “alte” sull’esistenza, sullo sfruttamento della natura e l’accanimento umano su ciò che era vivo e reso oggetto da morto.
Tra il desiderio di “polpettine” e il minestrone di “verdurine” si celano dubbi sacri e profani, l’utilizzo della morte nell’arte e la vita nell’ideologia politica.
Due attori, altrettanti microfoni, il disegno sonoro e le musiche di Ivan Talarico perfettamente integrati con testo e voci, creano senza troppi strappi visivi, senza fronzoli né architetture sceniche complicate, uno spettacolo che si condensa a matrioska svelando contenuti e divertendo lo spettatore.

Daniele Timpano ed Elvira Frosini (photo: Manuela Giusto)

Daniele Timpano ed Elvira Frosini (photo: Manuela Giusto)

A chiudere la serata la magia delle musiche evocative di Teho Teardo, compositore e sound designer, e le animazioni ricche di poetica ed onirica visione del tempo sull’uomo e della vita, firmate dalla giovane artista visiva MP5 in “Phantasmagorica”, nuova versione digitale della lanterna magica.

Short Theatre proseguirà il suo cammino da stasera con MK, Muta Imago, OHT, la prima nazionale di “Five Easy Pieces” di Milo Rau, e ancora nei prossimi giorni Anagoor, Accademia degli Artefatti, Tiago Rodrigues, la danza di Michele Rizzo e Habillé d’aeu, per concludere infine domenica alla Biblioteca Vallicelliana con Mariangela Gualtieri.

Il villaggio è vivo e rende vivi. Il pubblico, ancora – come in passato – troppo spesso formato da addetti ai lavori, sembra cercare un’identità. Probabilmente però qualcosa sta cambiando, seppur lentamente, a Roma.

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