Sì l’ammore no. Timpano e Frosini portano la coppia a teatro

Sì l'ammore no
Sì l'ammore no

Daniele Timpano e Elvira Frosini

Sentivamo la mancanza dell’amore a teatro? Eravamo sopraffatti da troppi spettacoli i cui protagonisti sono catastrofi e guerre?
Daniele Timpano e Elvira Frosini, insieme nella vita e sulla scena, confezionano uno spettacolo sulla coppia e sull’amore. Lo fanno prendendosi poco sul serio, con sarcasmo e intelligenza. “Sì l’ammore no” è il titolo che ben definisce questo stato.

Quello a cui assistiamo in realtà è più simile ad un talk show surreale, ad un format televisivo intelligente (se ne esistono), dove il pubblico prende la parola e chiamato in causa risponde.
È teatro autobiografico? È un reality teatrale? Certo è che Daniele e Elvira sono sposati sia fuori che dentro il teatro, e questo mettere in scena la propria storia d’amore rappresenta il ‘leitmotiv’ della loro performance.

Performance, diciamo, non spettacolo. I due performer si completano nella scena vuota: affabulatore quasi arlecchinesco lui, dinamicamente statica lei. Non si incontrano pressoché mai, stanno distanti nei loro abiti bianchi e nei loro accessori rossi. Lasciano sfogare le canzoni (da Faccetta nera a Little Tony, dalle canzoncine anni Trenta a Frank Zappa e Celentano) che dipingono un immaginario da sentimento metafisico. Tra elementi esilaranti (la storia di come i due si sono conosciuti, la storia del cucciolo-dinosauro, la bambola gonfiabile) e spunti di riflessione (la condizione della donna nella società contemporanea, il machismo, gli anatemi del Papa contro il preservativo) la cosa più interessante ci sembra questo collegamento tra maschilismo e fascismo, entrambi vizi molto italiani. In una società come la nostra, dove il maschilismo è presente in gran parte dell’attività politica ed enfatizzato dai media, questa chiave di lettura sembra molto calzante.


Eppure, dopo tutte queste premesse, lo spettacolo lascia dentro una sensazione di vuoto. Una mancanza, una rottura, che fa riflettere su quale sia effettivamente la sua forza. E, soprattutto, la forza dei suoi contenuti.

Sì l’ammore no
di e con Daniele Timpano e  Elvira Frosini
drammaturgia e regia: Daniele Timpano e Elvira frosini
assistenza alla regia: Alessandra Di Lernia
disegno luci: Dario Aggioli
registrazione audio a cura di: Marco Fumarola, Dario Aggioli, Lorenzo Letizia
produzione: Kataklisma, amnesiA vivacE
in collaborazione con: Arti Vive Festival, Centro di Documentazione Teatro Civile, Armunia, Consorzio Ubusettete
foto: Ulisse & Cannone, Jacopo Quaranta
progetto grafico: Stefano Cenci
durata: 53’
applausi del pubblico: 1’ 57’’

Visto a Roma, Nuovo Teatro Colosseo, il 19 novembre 2009

No Comments

  • Daniele T. ha detto:

    Ma io non avevo mai commentato questo articolo perché:
    1- ero contento fosse stato scritto
    2- non mi pareva il caso di commentarmi da solo un articolo su di me che nessuno commentava

    Oggi, rileggendolo dopo tanto tempo, questa seconda pregiudiziale mi è caduta del tutto: in fondo, ho pensato, sono un lettore di klp, commento altri articoli, a volte, perché non dovrei comentare questo articolo? Lusingo voi, leggendovi, almeno quanto voi lusingate me scrivendo di me. Quindi se ho qualcosa da dire magari la posso dire senza farmi problemi.
    Insomma, il mio commento al pezzo di Simone (non voglio fingere di non conoscerlo, lo conosco e lo chiamo Simone, col nome di battesimo) è questo: non sono tanto d’accordo. Capita. Anzitutto, perché performance e non spettacolo? Entriamo nel merito. Poi il discorso realtà/finzione, autobiografia/invenzione, che pur nello spettacolo (non performance) è ben presente, non è così centrale, quello di offrire pretesti al gossip teatrale (cfr l’articolo di Cordelli sul Corriere uscito a suo tempo) sul fatto che io e la signora Frosini si sia o meno sposati è certo un gioco che all’interno del lavoro ha il suo spazio autoironico, ma certo non ne è il fulcro, insomma è più una sorta di specchietto per le allodole per fessi che altro, come è uno specchietto per le allodole è la scelta di montare, in una struttura centrifuga, delle scene costruite su cliché riconoscibili, spesso banali. Ora, queso montaggio può essere più o meno riuscito e decifrabile (e a me ovviamente pare sia riuscito che decifrabile). Ma di qui a dire (e Simone non lo dice, eh, si intende, dico solo per precisare una cosa che mi è parsa a volte, in altri casi, espressamente travisata) che lo spettacolo (non performance) sia una collazione giustapposta di scenette divertenti, un semplice pretesto per una doppia prova d’attore/performer ce ne passa. E’ la cucitura di questi materiali disorganici ad essere importante. E’ la contraddittorietà di alcune situazioni e asserzioni a essere essenziale. Sono tempi, ritmi, movimenti, piccoli dettagli a unire tutto e dargli le sue sfumature, la sua aura d’opera. Ma inutile adesso spiegare peggio quel che, ovviamente, spero si capisca già dallo spettacolo (e più di una volta abbiam avuto il segno che una comprensione non superficiale di questo lavoro, che non è affatto ermetico, di là dallo stesso apprezzamento dello stesso, non fosse pretender troppo dai meccanismi associativi di uno spettatore accorto) e che d’altronde abbiamo già spiegato nei materiali di presentazione e in queste due interviste esaustive, che segnalo ai lettori di Klp:

    http://mercuzio.leonardo.it/blog/intervista_a_elvira_frosini_e_daniele_timpano_2.html
    (molto breve ma abbastanza divertente e riuscita)

    http://www.amnesiavivace.it/sommario/rivista/brani/pezzo.asp?id=486
    (più lunga ma del tutto esaustiva)

    Quando ci sono possibili collegamenti esterni di approfondoimento è sempre bene segnalarli. Forse dovrei farlo in altri commenti, anche a spettacoli di altri 🙂
    Buon lavoro e grazie dello spazio offerto per queste, forse un po’ confuse, precisazioni. Stima oggi e sempre, Dt

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