Per Carlo Cecchi un dittico di Eduardo

Sik Sik (photo: Filippo Ronchitelli)
Sik Sik (photo: Filippo Ronchitelli)

Ogni parola detta da Cecchi in scena si ‘avvizzisce’ tra le sue labbra, sia che la borbotti sbocconcellandola e buttandola via, sia che la inchiodi con gesti sincopati alla sua dizione precisa. Ogni battuta è virgolettata, ha il sapore finto e singolarmente intenso della citazione: il ‘gioco bello e terribile’ – come Cecchi ha più volte definito il suo teatro – è […] vissuto in profondità”.
(A. Petrini, Un attore di contraddizione. Note sul teatro di Carlo Cecchi, in «L’asino di B.», n. 3, 1999, p. 28).

È un Grandattore canuto, quello che appare dinanzi al pubblico del Teatro Gobetti nei giorni di tenitura torinese del dittico. Cecchi torna all’ingombrante “padre” Eduardo, alla cui bottega aveva avuto la fortuna di formarsi nella lontana stagione 1969/‘70 (la vicenda è riportata con dovizia di particolari da Chiara Schepis in una luminosa monografia edita nel 2018 da FUP, con la prefazione di Anna Barsotti).
Dapprima eccentrico ed episodico, ma non per questo meno magnetico, l’attore-autore fiorentino veste nel secondo atto unico i panni grotteschi del ciarlatano Sik Sik, suo compagno di antica data (esplorato fin dall’allestimento palermitano del 2000, riedito sette anni più tardi e infine ripreso nel 2012, come narrato sulle colonne di KLP).

Ma procediamo con ordine. Al centro del primo segmento – “Dolore sotto chiave”, nato come radiodramma nel 1958 – c’è una coppia di fratelli, Rocco e Lucia Capasso, cui prestano volto e voce gli ottimi Vincenzo Ferrera e Angelica Ippolito.
Nella girandola di situazioni farsesche da essi innescata – dalle baruffe fraterne alla coniuge “malata immaginaria” (in realtà, già cara estinta all’insaputa del marito) – è possibile rintracciare un rivolo particolarmente drammatico, incentrato sul doloroso tema (puntualmente vilipeso ed esorcizzato) della morte. Una sottrazione fisica, emotiva e decisionale. Sono infatti il libero arbitrio e la facoltà di agire in piena autonomia a subire il più grave scacco all’interno della pièce: una polemica di assoluta rilevanza etica, seppur disciolta fra mille umori comici.
A corroborare quest’idea di desolazione, serpeggiante fra i meandri di un’azione all’apparenza ridanciana e carnascialesca, non è soltanto la congenita propensione di Cecchi per un’arte di contrasto – o per meglio dire, di contraddizione – ma anche l’ambiente scenico di sapore ctonio, opera di Sergio Tramonti.
Gli attori, infatti, si dimenano sul palco vestendo abiti dalle cupe nuance (firmati da Nanà Cecchi), muovendosi all’interno di un soggiorno altrettanto plumbeo, su cui incombono inquietanti porte sospese, incorniciate da tappezzerie démodé. Nessun enciclema, però: tali varchi, in primis quello che dà accesso al capezzale di Elena, non disvelano alcun retroscena. Tutto ciò che avviene “al di là” è affidato alla parola – alla capacità affabulatoria di Lucia e a quella dissacratoria del “becco” Rocco – o alla silenziosa ma eloquentissima mimica del volto, che esprime tutti gli intimi fantasmi del protagonista (per esempio, quando Rocco è costretto a metabolizzare, attaccato alla cornetta, il definitivo distacco dall’amante/non-amante).
La succitata girandola si trasforma all’occasione in vortice prossemico, specie con l’ingresso in scena dei vicini di casa, pronti a confortare l’inconsapevole vedovo, privato del suo legittimo diritto al lutto. In questa sequenza si incastona il medaglione della ricetta napoletana dettata al telefono dal Professor Ricciuti, ennesima prova di bravura e straniamento per l’attore Cecchi. Fra le presenze coatte venute a insolentire/consolare Rocco, anche la Signora Paola: sono gli impercettibili movimenti, le reiterate azioni, le micro-espressioni facciali di Dario Iubatti – frutto di un’accorta costruzione da parte del giovane artista, ma anche marca dell’evidente cesello registico – a permettere a questa figura, altrimenti relegata al terreno macchiettistico, di imprimersi nella mente dello spettatore, assurgendo al rango di esilarante personaggio.

Dolore sotto chiave (photo: Filippo Rontichelli)

Dolore sotto chiave (photo: Filippo Rontichelli)

Ora – passando a “Sik Sik” – non più un cameo, ma un ruolo da primo attore, Cecchi ritaglia per sé nel secondo tempo del suo fugace dittico (una pratica peraltro cui il maestro pare avvezzo già dal 1991, data della doppia recita senese degli “Ingannati” e della “Dodicesima notte”, privata ossessione di chi scrive). Nelle sue note, il regista-corago definisce questo atto unico del 1929 un “testo immediato, comprensibile da chiunque e allo stesso tempo raffinatissimo. L’uso che De Filippo fa del dialetto e il rapporto tra il napoletano e l’italiano trovano qui l’equilibrio di una forma perfetta. Quella, appunto, di un capolavoro”.
Tra le scenografie dell’invitta Titina Maselli, si sviluppa una trama assai sbrindellata: Sik Sik è un illusionista maldestro e squattrinato, che si esibisce in teatri di infimo ordine con la moglie Giorgetta (Angelica Ippolito) e la spalla Nicola (Vincenzo Ferrara). Una sera, tuttavia, il compare non si presenta in tempo per la recita e così il sedicente stregone decide di sostituirlo con Rafele, un Dario Iubatti scaltro e sornione, capitato per caso dalle parti della ribalta.
Cecchi e il suo nuovo aiutante cominciano a scambiarsi bislacche indicazioni, in un dialogo assurdo che si svolge interamente di fronte a un desolante pannello scuro, sovraccarico di tag e graffiti. Questo cupo vicoletto alle spalle del teatrino si tramuta presto in scalcinata pedana di ironiche pretese esotiche, percorsa da una luce affatturata.
Parimente grottesche le vesti dei due coniugi, di vaga foggia orientaleggiante, vivido controcanto rispetto alle vesti comuni – tra Il Padrino e Oliver Twist – degli altri due personaggi “in borghese”. Mentre Sik Sik cerca invano di stupire il pubblico di aficionados nel crescendo dei suoi tre trucchetti, Giorgetta si produce in accompagnamenti danzati totalmente fuori tempo (per ritmo e per età).
A un certo punto Cecchi perde la battuta (che sia intenzionale, sembra lecito domandarsi?) e la Ippolito gliela suggerisce bisbigliando: un inceppo – se così possiamo definirlo – che viene in realtà organicamente integrato nella drammaturgia dell’azione. L’azione appunto di un guitto strampalato e “secco” (di qui il nome di battesimo), assetato di fama.
Anche questo rapidissimo gioiellino scenico sembra percorso da una vena malinconica: non si dimentichi infatti che Eduardo reinterpretò “Sik Sik” al termine della propria carriera, recitando per l’ultima volta al Teatro San Ferdinando di Napoli nell’aprile del 1979 e poi, nel 1980, al Manzoni di Milano, affiancato dal figlio Luca e dalla stessa Angelica Ippolito.
Che Cecchi voglia forse dirci qualcosa con questo suo Prospero tragicomico?

(Unica nota dissonante dell’allestimento: l’acustica del Teatro Gobetti, che meriterebbe un intervento. Le voci della compagnia si abbassano infatti per modularsi – verosimilmente – sull’altezza di quella di Cecchi. Una recitazione, fortunatamente, senza archetto, che sembra tuttavia scontrarsi con le caratteristiche fisiche dello spazio).

In scena a Genova, al Teatro Eleonora Duse, dal 4 al 9 gennaio.

DOLORE SOTTO CHIAVE / SIK SIK L’ARTEFICE MAGICO
di Eduardo De Filippo
con Carlo Cecchi, Angelica Ippolito, Vincenzo Ferrera, Dario Iubatti, Remo Stella, Marco Trotta
regia Carlo Cecchi

Dolore sotto chiave
scene Sergio Tramonti
costumi Nanà Cecchi
luci Camilla Piccioni

Sik Sik l’artefice magico
scene e costumi Titina Maselli
realizzazione scene e costumi Barbara Bessi
luci Camilla Piccioni
musica Sandro Gorli
direttore tecnico allestimento / direttore di scena Roberto Bivona
macchinista Jacopo Pace
sarta Sabrina Fabrizi
produzione Marche Teatro / Teatro di Roma / Elledieffe

durata dello spettacolo: I atto 45 min – intervallo 20 min – II atto 35 min
applausi del pubblico: 3’ 35’’

Visto a Torino, Teatro Gobetti, il 28 novembre 2021

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.