Simona Gonella, una dramaturg a spasso per l’Europa

Simona Gonella
Simona Gonella

La nostra terza puntata sulla drammaturgia coniugata al femminile la dedichiamo a Simona Gonella, una delle poche autrici e registe italiane impegnate da molti anni a creare progetti in diversi paesi europei.

Dopo il diploma in regia alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, e aver mosso i suoi primi passi come regista insieme a Gabriele Vacis e al Teatro Settimo di Torino, dal 2007 al 2011 è stata direttore artistico del Cerchio di Gesso / Oda Teatro di Foggia, per il quale ha creato diversi spettacoli tra cui una trilogia sulla grande narrativa inglese per ragazzi (Alice, Peter Pan, L’isola del Tesoro).

In Italia ha firmato diversi lavori soprattutto di nuova drammaturgia (fra gli altri “Tra gli infiniti punti di un segmento” di Cesare Lievi, “Assedio” di Mariano Dammacco, “Psychosis delle 4.48” di Sarah Kane, “Anfibi Rossi”, suo adattamento da Simona Vinci), e scritto e diretto testi di teatro civile: “A come Sreberenica”, “Reportage Chernobyl”, “Figlie dell’epoca”.
Oggi collabora con la compagnia svizzera Trickster-p, per cui svolge il ruolo di dramaturg, ma insegna anche alla Paolo Grassi e alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra.

Quello che a noi interessa di Simona, come contributo alla nostra analisi sulla drammaturgia femminile, è la sua permanenza all’estero soprattutto come insegnante.
E’ stata infatti membro del Circolo dei Registi Europei dell’Unione dei Teatri d’Europa, ha curato alcuni progetti internazionali per il Piccolo di Milano e lavorato a lungo fuori Italia (fra gli altri al Teatro Nazionale di Timisoara con il suo testo “Insula”, alla Royal Shakespeare Company con “La lupa” di Verga, al Chichester Theatre Festival con “La bottega del Caffè” di Fassbinder).
Da alcuni anni insegna a Londra, alla RADA, per cui ha messo in scena, al GBS Theatre, “Mad to go” e “There&Back” vale a dire la “Trilogia della Villeggiatura” di Carlo Goldoni in una nuova versione inglese di Ed Kemp.

Perché hai scelto l’estero?
La “vocazione” ad andare fuori dall’Italia ha radici lontane e credo faccia parte della mia naturale insofferenza a fare sempre le stesse cose, vedere sempre le stesse cose e conoscere sempre lo stesso ambito. Sicuramente il lavoro con il Piccolo Teatro, negli anni Novanta, mi ha fornito delle ottime occasioni di conoscere e farmi conoscere in realtà e luoghi lontani e a volte molto prestigiosi.
Credo tuttavia che la caparbietà con cui ho proseguito il nomadismo sia proprio una nota del mio essere artista, e anche l’istinto verso l’insegnamento – che ho coltivato sin dalle prime esperienze con il Teatro Settimo – ha sempre avuto questo doppio binario: Italia/estero.
Il progetto Teatro/Università del Piccolo mi ha poi dato moltissime occasioni: quattro anni in giro per l’Europa a lavorare e conoscere università e strutture teatrali diverse.
Mi sento a mio agio negli ignoti mondi che mi capita di incontrare, forse più che nel mondo teatrale italiano.

Come hai iniziato a Londra?
L’occasione di lavorare con la Royal Shakespeare Company – che mi ha aperto le porte d’Albione – deriva da un laboratorio che ho tenuto con i loro attori. Dagli ottimi risultati l’allora direttore artistico, nonché poi mio mentore inglese, Steven Pimlott, ha fatto nascere il desiderio di avermi come regista nella stagione successiva. Un bell’esempio di “meritocrazia” all’anglosassone.
Il rapporto con la RADA nasce invece dal fatto che il direttore, Ed Kemp, è stato mio collega ai tempi del Chichester Theatre Festival, e abbiamo sempre coltivato l’idea di collaborare insieme. Quando ho dato le dimissioni da direttore artistico a Foggia ho ripreso l’aereo e mi sono seduta per un caffè con lui, parlandogli di “Poetic Bodies”, un progetto pedagogico volto a potenziare capacità e qualità di “autori” della propria presenza, arte ed azione scenica. Ha accettato, riconosciuto e dato valore al progetto che ho realizzato nell’anno accademico successivo.

E poi c’è la Svizzera.
La collaborazione con i Trickster-p mi ha aperto nuove possibilità non solo perché mi sperimento in un terreno performativo più che teatrale, ma anche perché condividono con me l’amore per il mondo e per le diverse culture ed approcci.

Quali sono le maggiori differenze che hai notato tra l’insegnamento in una scuola italiana e in una inglese?
La RADA è una grossa istituzione che forma principalmente attori, scenografi e costumisti e personale tecnico e di palco. Ha molto chiaro il rapporto con il mondo del lavoro, e il direttore si pone continuamente il problema di adeguare il percorso pedagogico alle nuove richieste.
A tutti viene data la possibilità di essere formati in campo teatrale, cinematografico, televisivo e radiofonico senza quella certa “spocchia” che anima a volte il mondo del teatro italiano. Un attore neodiplomato sa che dovrà innanzitutto “lavorare”, e per farlo dovrà essere disponibile a stare su un set, come su un palco, come dietro un microfono. E’vero che questa talvolta eccessiva enfasi sul “mestiere” inibisce la possibilità/curiosità di andare più a fondo nella propria consapevolezza e preparazione d’artista, ma consente anche un accesso più “laico” alla professione.
In quest’ottica trovare un agente è fondamentale, e le sessioni di presentazioni che vengono fatte nelle scuole possono essere brutali. Le scuole italiane hanno probabilmente maggiore cura nel formare artisti più sfaccettati, ma anche meno tensione verso un reale approccio al mestiere.
Da un punto di vista tecnico la RADA li prepara in maniera ineccepibile (anche se la mia ragione di essere, come quella di altri colleghi europei, è che hanno la tendenza a formare attori “neck up” cioè molto agili sulla parola ma poco creativi con il corpo); tutti gli allievi con cui ho lavorato hanno dimostrato di poter tranquillamente reggere qualsiasi parte e di affrontare con eguale spirito parti cantante, danzate con strumenti musicali, con diversi accenti.
Forse le scuole italiane pongono un minore accento sulla tecnica e sulla multiformità dei talenti, ma sicuramente hanno una preparazione corpo/parola più accurata.

Come viene interpretato lì il rapporto tra testo e messa in scena, rispetto anche al tuo lavoro in Italia?
Il teatro inglese mette una grande enfasi sul testo. Non è un caso che il nome più importante in locandina è quello dell’autore, poi dell’attore e solo in seconda battuta del regista. Esistono casi di grandi compagnie, come la Complicité, i Cheek by jowl, i Punch Drunk, che hanno approcci più diversificati ma il grande motore è e resta la parola.
Penso tuttavia che il gusto stia parzialmente mutando e che un approccio più organico e con un grado di interpretazione più complesso – compresa la lettura registica – stia sempre di più ponendosi come interrogativo.
L’anno scorso lo spettacolo del regista olandese Ivo Van Hove (“Uno sguardo dal ponte”, prodotto dallo Young Vic) ha sbancato agli Olivier Award, rivelando un dichiarato interesse verso una lettura dei testi meno pedissequa e una maggiore attenzione alla complessità del lavoro dell’attore.
Parte delle ragioni della mia fortunata collaborazione con la RADA risiede proprio in una diversa capacità di lettura del testo ed in un accesso più libero a stili diversi (il finale del mio “Ritorno dalla Villeggiatura” era molto cechoviano, cosa che non si può certo ritenere di una originalità disarmante: tuttavia ho avuto difficoltà a farlo comprendere agli attori, ed è stato considerato da molti un punto di “eccentricità”.
Anche quando andai la prima volta alla Royal Shakespeare Company ricordo che dicevano di me: “Oh Simona, you’re so unenglish!”. Probabilmente lo sono ancora, ma credo che ci sia un deciso movimento, oggi in UK, verso una minore “britannicità” rispetto all’interpretazione e alla messa in scena dei testi. Sono e resteranno sempre molto dipendenti dal testo (ed è questo che ha generato e continua a generare molta nuova drammaturgia con esiti di linguaggio molto diversi), ma mi sembra di percepire una certa voglia di visioni registiche forti.

Secondo te esiste una particolarità nella drammaturgia/regia al femminile, rispetto al maschile?
La differenza di genere esiste, e oggi si è fatta ancora più complessa della semplice dicotomia maschio/femmina.
Per quanto riguarda regia e drammaturgia mi pare però riduttivo generalizzare alla ricerca di principi univoci e di definizioni che soddisfino la complessità. Esistono sensibilità diverse, attenzioni a temi e problemi differenti, stili di regia anche fortemente antitetici.
Un genere ha il monopolio di uno sull’altro? Non credo. Credo però che vi sia una forte differenza, soprattutto in Italia, rispetto alle concrete possibilità di affermazione del genere femminile rispetto a quello maschile.
L’attuale direttore del Royal Court di Londra è Vicky Featherstone, regista influente che sta facendo un lavoro eccellente sulla nuova drammaturgia, e nel cui teatro continuano a svilupparsi di pari passo talenti dei più diversi generi. Esistono casi simili da noi?
Quante figure femminili hanno la possibilità di esprimere il loro talento di direttori artistici o organizzativi ad alto livello? Quanto è sbilanciato il numero di firme femminili – registe o autrici – nei cartelloni dei nostri teatri? Abbiamo una Katie Mitchell, regista ormai di fama europea, che lotta e combatte con le altre sue colleghe per il diritto ad una paga uguale ed uguali opportunità?
E pensiamo che il mondo anglosassone è anni luce avanti su queste questioni… Quindi no, non penso vi siano differenze, solo diverse possibilità date in maniera diversa a generi diversi.

Quindi non esiste neanche in Inghilterra…
No, non mi pare. Esiste un forte movimento femminile per l’appunto, che si muove per avere più spazio nei cartelloni e paghe equiparate.

Quali sono le autrici donne più importanti in suolo britannico?
Sinceramente non saprei fare dei nomi – a parte quante sono già diventate dei classici come Caryl Churchill, Sarah Kane, Polly Stenham o quelle diventate nomi recenti di successo come Lucy Kirkwood, autrice del sold out “Chimerica”. Non sono così aggiornata.
Ciò che è di attualità in Gran Bretagna è davvero dare maggiore spazio alle donne nei cartelloni inglesi. Vista dal punto di vista dell’Italia la cosa può sembrare ridicola, dal momento che la nostra lotta è ancora per affermare il bisogno di una nuova drammaturgia di qualsivoglia genere. I teatri inglesi si stanno invece seriamente ponendo il problema di dare eguale spazio ai generi: sta progressivamente cadendo lo strapotere della scrittura maschile.

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