Il Sogno di Valrosso. La levità che sfugge

Il Sogno di Valrosso (photo: teatrovascello.it)
Il Sogno di Valrosso (photo: teatrovascello.it)

Se c’è uno spazio perfetto per la danza a Roma, questo è il Teatro Vascello. È questione di una storia lunga decenni, ma anche di caratteristiche strutturali: palco a terra, platea a gradoni, scena ampia e profonda, facile da illuminare da ogni lato, senza ostacoli nei tagli.

Ecco perché un po’ stupisce che Davide Valrosso e Francesca Magnini, nell’allestire lo spazio per la messinscena di “Sogno, una notte di mezza estate”, seconda esperienza del giovane danzatore/coreografo con il Balletto di Roma dopo il precedente “We are not alone”, abbiano optato per una volontaria rinuncia a quelle condizioni tanto favorevoli.
La scena è infatti – sia pur morbidamente – delimitata da veli, che chiudono le tre pareti interne in una scatola scenica leggera, ma comunque delimitata, anche dopo l’azionamento, nella seconda metà del lavoro, della “spillatura”, quando quei confini cadranno arrotolati in scena. Se l’idea delle pareti di tessuto ha l’indubbio fascino di arieggiare le zone liminali e caratterizzare la qualità dello spazio, di quest’ultimo permette anche la segmentazione in due parti (i veli sono infatti, come il tulle, trasparenti se retroilluminati). Ciò nonostante, il palco veramente attivo, la scena insomma, rimane ridimensionata, costretta.

“Sogno”, parafrasi shakespeariana a partire dal titolo, si divide in diverse scene nettamente separate, in cui i danzatori del Balletto di Roma, che insieme al Festival Oriente Occidente produce il lavoro, ripercorrono non precise sequenze ma alcuni dei temi centrali del lavoro di Shakespeare: quello della giovinezza e dell’amore, quello della trasformazione e della magia, quello del sogno, quello dello spirito burlone e dell’energia universale che proprio da giovinezza, amore, sogno e magia prende vita.

Gli otto performer, quattro uomini e quattro donne, sono abbigliati con costumi quotidiani, giovanili, estivi, succinti, dai colori pastello, e si presentano in scena dopo aver annunciato la loro presenza da dietro il velame, con l’ormai quasi risaputo uso delle lampadine tascabili, lampeggianti come i barlumi che scortano le apparizioni.
Le luci di scena, diretta conseguenza di quanto detto sopra, sono per lo più statiche, diffuse e “frostate”, poco interessate a suggerire una direzionalità o a evidenziare con nettezza le forme, impegnate a saturare un ambiente di nuvola, lattiginoso, come se i performer, così sfumati nei loro costumi zuccherosi, dovessero lottare per emergere in qualcosa simile a quel “bicchiere di acqua e anice” di cui cantava Paolo Conte.

Il lavoro più specificamente coreografico di Valrosso, artista assai giovane ma già con una solida carriera di successi, ha connotati tradizionali a partire dal soggetto e dalla sua interpretazione: «Due temi fondamentali: la magia e il sogno» promette la presentazione. Tale è pure la cifra visiva, che unisce una certa ironia pop e un po’ di maniera (pupazzoni asinini moltiplicano Oberon in sette copie di multicolori Teletubbies) ai paradigmi di un movimento classico, improntato a un’estetica della pulizia, della mancanza di contrasti, della comunicativa attraverso codici noti e per alcuni tratti essi pure slavati.

Ecco, chissà se non sia quella riduzione fisica degli spazi – e dunque della proiezione spaziale dei movimenti –, unita a simili paradigmi di natura ballettistica, pur “aggiornati” e sfoltiti dei più rigidi formalismi, a connotare questo “Sogno” con una leggerezza che non è, come ci si sarebbe augurati, assenza di peso specifico, levità, appunto, e non è materia impalpabile e spaesante: è mancanza invece di presa, di presenza, di incisività dei corpi nello spazio, nel racconto, l’uno con l’altro.

L’emotività e la tensione degli adolescenti innamorati e contrastati sono costrette in uno spazio e in un linguaggio angusti che, per non saperle contenere, le castrano, le riscrivono depotenziate, disinnescate per eccesso di cautela: così che i contatti, le prese, le composizioni non appaiono carne su carne, ma attutite calligrafie di contatti, di prese, di composizioni. Il tutto sopra rielaborazioni musicali tese alla mera scansione ritmica, alle quali si è deciso di prosciugare ogni ulteriore tentazione e nuance.

A poco servono, ma certo non guastano, le doti dei bei corpi danzanti e l’innegabile carica estetica di alcune trovate sceniche, come il gruppo a terra dell’inizio, poi ripreso a metà lavoro, in cui braccia, gambe, teste hanno la pieghevolezza corale di una colonia di alghe esposta ai moti di correnti variabili, o il gioco dello “scambio delle coppie” di spalle, al termine della prima sezione, e infine la citata caduta dei teli in un’ulteriore nebbia avvoltolata su sé stessa in golosi gorghi.

Sullo sfondo, purtroppo, di questi poetici piccoli acquerelli, rimane un poco convincente (forse perché poco convinto?) tentativo di riscrivere temi volatili e strazianti come l’amore adolescenziale e il sogno, attraverso una leggerezza che più la si ricerca e meno la si trova, e più la si sfina e la si pialla e più suona pesante e sorda.

Sogno, una notte di mezza estate
atto unico per 8 danzatori: 4 uomini e 4 donne
coreografia Davide Valrosso
rielaborazione musicale Pierfrancesco Mucari
produzione Balletto di Roma
in co-produzione con il Festival Oriente Occidente – CID Centro Internazionale della Danza

durata 55’
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Vascello, il 26 febbraio 2020

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