Sovrimpressioni: l’arte dell’andirivieni di Deflorian/Tagliarini

Daria Deflorian in Sovrimpressioni (photo: Santarcangelo Festival)
Daria Deflorian in Sovrimpressioni (photo: Santarcangelo Festival)

«Ho il pensiero a stella» dice Daria Deflorian: è quell’attitudine del pensiero a farsi trasportare da una tangente (un aneddoto, un ricordo, un’assonanza, un’analogia), per poi tornare al fuoco del discorso, e ricominciare daccapo.

Siamo nella Sala Pamphili del Teatro degli Atti di Rimini, il contesto è Santarcangelo Festival 2050, secondo atto del lungo addio/celebrazione dei cinquant’anni della manifestazione, diretta ancora da Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande (Motus) – e intanto Tomasz Kirenczuk, prossimo direttore del festival, su Fb affitta fino ad agosto 2024 la sua casa a Cracovia.

Lo spazio, per cominciare, perché in “Sovrimpressioni”, l’ultimo lavoro di Deflorian/Tagliarini ispirato, come i precedenti “Quasi niente” e “Scavi” a un film (qui è il felliniano “Ginger e Fred” del 1986, lì era “Deserto Rosso” di Antonioni), tutto si tiene. È una sala rettangolare, cementine a terra, travi di legno al tetto ma a congiungere pavimento e tetto migliaia di mattoni alle pareti, gli stessi mattoni di quei pochi casolari rimasti sulla via Emilia, della cascina delle Roncole, dove nasceva Verdi.

Gli spettatori siedono sui lati lunghi del rettangolo; al centro un tavolo, lungo pure lui, diviso al centro da uno specchio, come una rete da ping-pong. Alle due estremità siedono i due, come in un unico enorme camerino comune, che li distanzia ma li tiene insieme. Durante tutto lo spettacolo due truccatrici (sono Cecilia Bertozzi e Chiara Boitani) si aggirano, senza dire una parola, attorno ai loro visi, lentamente invecchiandoli. Nel finale Antonio Tagliarini/Mastroianni/Fred si esibisce in quella danza vittoriosa che i due sosia felliniani si trovano nel film a dover interrompere per un black-out, mentre Daria Deflorian, rifiutato l’abito leggero di Masina/Ginger, sprofonda su un divano, con un bicchiere di whiskey in mano.

Per leggere questo lavoro, puntato sul tema dell’invecchiare, del ritrovarsi cambiati, ma soprattutto dell’arrivare a corrispondere convintamente con ciò che si è – aggiornarsi in termini di propriocezione fisica e sociale –, una via possibile è quella di seguire, come in una finta analisi strutturalista o in una camminata in montagna, i percorsi che, secondo i diversi assi, compiono i due performer.
“Pensiero a stella”, si diceva: è il primo. Il testo, infatti, è costruito come un oggetto continuamente pizzicato da “distrazioni”, da sviamenti. Anzi si può dire che il testo stesso, pur nell’acribia che spesso dimostra nel concentrarsi su un dettaglio (il modo di passeggiare con tuo marito, un discorso con tua madre, un aneddoto su Greta Garbo, su Giulietta Masina o sul set del film) è un girare attorno, un cercare di guardare, anzi di ‘sguardare’ a quel nucleo tematico (il ritrovarsi vecchi, il fallire) allontanandosene e avvicinandosi a esso in un moto che si ripete. Questo distrarsi del testo, non indenne da qualche rapsodicità (ma «non vestirsi troppo bene» è la regola di Daria, e anche Antonio, vestito il suo smoking da Fred Astaire, per un bel pezzo non riesce a trovare un calzino e si aggira, come si dice a Roma, con una scarpa e una “ciavatta”) non deve spaventarci, perché al centro, sia pure per ripartire immediatamente, sempre si torna.

Il secondo movimento è invece sull’asse verticale, e possiamo associarlo all’immagine di un ago che cuce. A esser messi insieme sono stralci dal copione di “Ginger e Fred” di Fellini/Pinelli/Guerra con le parti originali scritte da Deflorian e Tagliarini.
Stupisce la perfezione con cui questo movimento è compiuto: nessuna tensione, nessun segno di giunta o cicatrice, nessun trauma, e più che una cucitura di materiali sembra un trapassare degli interpreti dall’uno all’altro con l’eleganza del tuffatore olimpionico, che penetra l’acqua della vasca senza produrre spruzzi e turbolenze.

C’è infine un terzo movimento da considerare in “Sovrimpressioni”, stavolta non metaforico ma reale, ed è il passeggiare su e giù per la lunga sala.
Gli attori si aggirano da soli, si prendono sottobraccio, si scambiano di posto al tavolo del trucco, sempre sotto la chiarissima illuminazione dello spazio (di Giulia Pastore) nella quale ai due fluviali tagli laterali si uniscono i “servizi” che allagano anche il soffitto a travi. Pur senza bruciare la vista, il disegno luci non lascia uno spigolo d’ombra, come non ne lascia la conversazione fra i due colleghi/amici, alter ego di Amelia e Pippo, a loro volta povere impronte degli originali, Ginger e Fred.

Se il passeggiare è un muoversi senza meta, in cui lo scopo è nell’atto stesso, così Deflorian e Tagliarini si muovono e discorrono, e in quel muoversi e discorrere è l’azione che genera la parola, l’attività che diventa obiettivo: ne risulta un’analisi frammentata ma omogenea, sempre poi richiamata dal centro gravitazionale del tavolo da trucco, il loro tavolo della verità. Da esso, nel finale, lo specchio sarà rimosso, permettendo ai due di guardarsi negli occhi, come ciascuno guarderebbe sé stesso.
Tutto ciò è porto con il tono specifico dei due interpreti/autori, una grazia che sembra sospesa ma è aggrappata saldamente alle cose, un agio che non è comodità, in un pianissimo costante ma non uniforme, smosso e doloroso nella superficie, opera di suprema intesa agogica, musicale.

Ecco, questi tre movimenti ‘a stella’, ‘a cucitura’, ‘a passeggiata’, i tre andirivieni, pur ben lontani per dimensioni e pertinenze, condividono tutti lo stesso moto del ritorno, dell’allontanarsi con gli occhi al punto di partenza, da cui si è poi richiamati. Del rifiuto, perciò, sia di licenziare definitivamente un centro e sviare verso l’eccentricità, verso spazi irreali, sia dell’opzione di rimanere schiacciati in quel centro, immoti.
È la vecchiaia, anzi, l’invecchiare: chi può sfuggirvi? E chi può accettarli senza anche solo un colpo di reni di riluttanza?

Sovrimpressioni
un progetto di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
e con Cecilia Bertozzi e Chiara Boitani
assistente alla regia Chiara Boitani
disegno luci Giulia Pastore
costumi Metella Raboni
cura e promozione Giulia Galzigni – Parallèle
amministrazione Grazia Sgueglia
un ringraziamento a Esmè Sciaroni e Samantha Giorgia Mura
immagine Francesca Tresoldi
una produzione A.D., Festival di Santarcangelo
residenze Ostudio Roma, Carrozzerie n.o.t. Roma
si ringrazia il Vivaio I 2 Riccioli Verdi
© Francesca Tresoldi
Spettacolo realizzato con il contributo del Comune di Rimini

Durata: 1h 10′

Visto a Rimini, Teatro degli Atti, il 9 luglio 2021

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