Spettatore, agisci! Dal festival di Terni racconti fra tavola e piazza

Terni Festival 2012Da sempre il festival di Terni (la cui settima edizione si è conclusa domenica, e che in passato si chiamava Es.terni) è incentrato sul rapporto attore-spettatore, al fine di ridefinire il ruolo del teatro e di chi ne fruisce verso un approccio più attivo e più politico. Nell’era del web 2.0, dei reality, del citizen journalism, esserci non basta più: bisogna agire, fare, prendere posizione, schierarsi. Questo è detto in maniera molto chiara sin dal titolo dell’edizione 2012 del festival: “Up to you”, “dipende da te”, “sta a te decidere”.

Il festival è ruotato tutto intorno a questo, e bisogna sicuramente fare i complimenti alla direzione artistica di Massimo Mancini e Linda Di Pietro per la scelta di spettacoli adatti al messaggio che si voleva far passare, con numerose proposte internazionali e una scelta “mirata” anche sul panorama nazionale. Raramente la linea artistica di un festival è così rigorosa nella definizione e così variegata nella proposta. Una tale coerenza di scelte ne ha fatto sicuramente il punto di forza più significativo.

Sfogliando il programma si trovano spettacoli che ridefiniscono, ognuno a proprio modo, il ruolo dello spettatore: “Nascita di una nazione” di Accademia degli Artefatti, “Generique” di Jeux W, “La Repubblica dei bambini” di Teatro Sotterraneo, “Bahamuth” di Flavia Rastrella e Antonio Rezza, “L’Effet de Serge” di Philippe Quesne/Vivarium Studio; ma i due giorni passati a Terni mi hanno dato di più: ho avuto la possibilità di “partecipare” a veri happening contemporanei, dove il rapporto arte/spettatore pende decisamente dalla parte di quest’ultimo. Non più cittadini o spettatori guidati da un regista o da un direttore artistico, ma indipendenti perfomer, per una sera, con “la scelta nelle loro mani”.

Eat the street

Eat the street

Di scelta “critica” (in ambito gastronomico) si tratta con “Eat the Street”, dell’atelier di ricerca artistica canadese Mammalian Diving Reflex: un’intera classe di preadolescenti, dopo la scuola, diventano critici gastronomici per stabilire quale sia il miglior ristorante della città.

Abbiamo sperimentato il ristorante La Città Vecchia con queste “autorità del gusto”, servite e riverite dai camerieri, soddisfatti in ogni loro richiesta culinaria, ma anche severi giudici, armati di penna e taccuino.
Il progetto (documentato su eatdastreet.blogspot.com) vuole interrogare gli adulti e la loro gestione del potere, spesso influenzata dall’esperienza e dalle relazioni, e per questo mai limpida e libera come quella dei bambini. Ed è stato divertentissimo partecipare alla cena e incontrarsi con una fascia di età che ancora non frequenta i festival teatrali!
Unico appunto: il ristorante aveva preparato uno specifico menu “junior” e invece forse lo spirito del progetto doveva essere far giocare i bambini ad essere adulti, con tanto di sperimentazione di cibi nuovi e particolari, magari con la possibilità di piacevoli scoperte!

Dal ristorante alla piazza centrale di Terni: l’indomani, in piazza della Repubblica, è andato “in scena” (ma trattandosi di un teatro della spettatore non è l’affermazione giusta) “Positions” del collettivo israeliano Public Movements.
Nel mezzo della piazza un gruppo eterogeneo composto da gente del festival, passanti e curiosi viene rinchiuso in un quadrato formato da nastri neri. Successivamente siamo invitati a prendere posizione, schierandoci dalla parte di parole e frasi che vengono urlate ai megafoni, spostandoci da una parte all’altra del quadrato. L’attraversamento sotto due ulteriori nastri neri fra un avamposto e l’altro rappresenta l’atto pubblico e politico che siamo invitati a compiere.

Il gioco è divertente, ma nell’incrocio di sguardi ogni risata nasconde la propria consapevolezza e l’inevitabile giudizio sull’altro (che sta al tuo fianco o dall’altra parte della barricata). Al grido di Berlusconi/Beppe Grillo, gay/etero, Israele/Palestina, aziende pubbliche/privatizzazioni, ma anche Tiziano Ferro/Laura Pausini e l’arte salverà il mondo/l’arte non salverà il mondo, scorgo passi incerti e marce spedite verso la propria fazione. Ma soprattutto osservo come gli spettatori eterogenei (giovani hipster, famiglie, adulti, ragazzini) cerchino a volte una posizione neutrale, indecisi su come esprimersi, a chi dare il proprio voto fisico.
I performer che conducono l’esperimento non permettono incertezze, inducendo caparbiamente a “prendere una posizione”.
Questa è arte?/Questa non è arte? Si conclude così la performance, intelligente nel suo sviluppo ma che forse ha il piccolo difetto di essere sempre uguale. Il sospetto è che alcune varianti di movimento o concetto avrebbero giovato a renderla più dinamica.

Il continuo interrogarsi sulla strada che ha portato ad un rinnovamento del teatro mi accompagna nei due giorni ternani e trova il suo culmine nell’ultima performance della giornata. Nello Studio 1 di CAOS (il Centro Arti Opificio Siri, pulsante quartier generale del festival) prendo parte a “E.I.O”, un esperimento frutto dell’incontro tra la coreografa serba Dragana Bulut e i performer rumeni Maria Baroncea e Eduard Gabia.
I primi venti spettatori che entrano in sala vengono ingaggiati come “workers” ovvero lavoratori (con tanto di contratto); noi siamo invitati ad acquistare un secondo biglietto a offerta libera e ad assistere a ciò che faranno i lavoratori.
Prima di entrare, ci viene detto di osservare attentamente i lavoratori per stabilire quale sarà il migliore: a lei/lui dovremo dare – a fine performance – il biglietto che abbiamo comprato. Da subito l’atmosfera si fa surreale: su sottofondo pop-trash anni Ottanta (Dalla, Baglioni, Renato Zero…) i 20 workers eseguono lavori inutili e assurdi; come “Operai del Niente” montano, smontano, trascinano, costruiscono oggetti armati di attrezzi, impalcature, corde, vernici. Noi osservatori notiamo subito come, sul palco, si divertano da matti (e come subito emerga un leader, per poi individuare il più scansafatiche e quello che fa il simpatico con le ragazze).

Sulle gradinate la noia diventa mortale: qualcuno rumoreggia, altri se ne vanno indignati. Dopo venti minuti il malcontento è inarrestabile, mentre sulla scena si continuano a montare e smontare strutture folli e si usano in vario modo piume, oggetti per grattare la testa, carrucole e cavi.
A me pare una situazione così assurda che mi diverto. A un certo punto una ragazza, instancabile lavoratrice, viene verso il pubblico con un foglietto con una scritta minuscola e un bizzarro microscopio. La scritta recita: “It’s better working than observing”.
Eccola la spiegazione, il ribaltamento della realtà, l’azzeramento del teatro, la risoluzione geniale di un’arte concettuale ma anch’essa politica, forse utopica: gli operai/attori si divertono, chi guarda si annoia, e deve pure pagare! La rappresentazione di una società perfetta come la immagino mentre vado, convinto, a dare il biglietto alla lavoratrice che ho preferito.

Simone Pacini durante Eat the street

Simone Pacini, con i bimbi di Eat the street, fra due sue passioni: la tavola e l’iPad per twittare

A completare questo festival interattivo, trovo il Walk Show a cura di Urban Experience, progetto non teatrale ma performativo e partecipativo. Pur avendo perso la tappa umbra, la memoria va ad analoghi Walk Show a Roma, dove il partecipante apre lo sguardo al paesaggio sollecitato da dialoghi, suoni e musiche che gli arrivano in cuffia. Una passeggiata radioguidata vera e propria con l’ausilio, durante il percorso urbano, di Mobtag e con la possibilità di usare Twitter live.
Un ulteriore passo in avanti verso un teatro partecipativo che, nel XXI secolo, esce davvero dalle sale teatrali per invadere ogni spazio, fisico e virtuale. E dove lo spettatore attivo partecipa con tutti i suoi sensi.
 

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