Spiro Scimone e Francesco Sframeli: il nostro ritorno sulla scena. Intervista

Scimone e Sframeli con i direttori artistici di Kilowatt (photo: E. Nocentini / L. Del Pia)
Scimone e Sframeli con i direttori artistici di Kilowatt (photo: E. Nocentini / L. Del Pia)

Riflessione e dialogo su un percorso artistico lungo e fecondo, il ritorno sulla scena, dopo mesi di assenza dovuta all’emergenza sanitaria, con lo spettacolo “Il Cortile” (Premio Ubu 2004 come miglior testo italiano) e l’incontro con allievi-attori per un laboratorio incentrato sui corpi e sulla relazione e sul lavoro fisico che trasforma parola, gesto e azioni.

Spiro Scimone e Francesco Sframeli, sono stati i padrini, quest’estate, della 19^ edizione di Kilowatt Festival, scelti dai direttori artistici Lucia Franchi e Luca Ricci per impreziosire un programma immaginato come spazio di condivisione e ritorno a teatro, sotto il segno di “Questa fervida pazienza”, leit motiv per celebrare la fervida pazienza di artisti, tecnici, organizzatori, amministrativi, addetti alla comunicazione, volontari e anche spettatori, che hanno tenuto vivo il teatro, proprio quando sembrava impossibile.

Per il duo messinese, insieme dal 1994, anno dell’opera prima “Nunzio”, si è trattato della prima volta a Sansepolcro: «E tornare così, con un nostro spettacolo, un laboratorio e un momento di riflessione con tanti amici, ritrovando i nostri coetanei e confrontandoci anche con le nuove generazioni è stato per noi molto bello» ci raccontano Scimone e Sframeli.
Al centro della due giorni intitolata “Il teatro è ventre di madre” una riflessione sul loro percorso artistico e sulla drammaturgia che per Spiro Scimone, autore/attore, e Francesco Sframeli, attore/regista, nasce dalla continua ricerca del rapporto tra autore, attore, spettatore, dall’ascolto e dall’attenzione ai corpi in scena.

Prezioso per il duo tornare a lavorare con allievi attori e, partendo dallo studio del loro spettacolo “La festa”, testo con dialoghi brevissimi, dal ritmo sincopato, che vede protagonisti una madre, un padre e un figlio alle prese con la loro quotidianità, hanno sviluppato insieme con gli allievi attori (Livia Maria Antonelli, Maria Vittoria Argenti, Andrea Avanzi, Vincenzo Castellone, Matteo Ciccioli, Gabriele Ciciriello, Stefano Iagulli, Maria Lomurno, Martina Lovece, Emanuele Marchetti, Ilaria Francesca Marchianò, Ilaria Martinelli, Greta Milani, Eros Pascale, Alma Poli, Nicolò Sordo) un lavoro fisico e di creazione confluito nell’esito “Bella festa”.

Un momento del laboratorio (photo: Luca Del Pia)

Un momento del laboratorio (photo: Luca Del Pia)

Come avete lavorato?
Sframeli: Siamo partiti dalla fisicità degli attori, dai loro corpi: dal niente per costruire tutto. I ragazzi avevano una buona conoscenza del loro corpo e già il secondo giorno hanno cominciato a spogliarsi da atteggiamenti e vizi teatrali per liberarsi da ogni ansia, mettendosi in gioco nella semplicità e mettendosi in ascolto tra loro. Sono sempre più convinto che il teatro, adesso più che mai, debba ripartire dai giovani, puntare su di loro. Dal canto nostro, tutti i laboratori che facciamo, diventano poi occasione per noi per incontrare nuovi attori, a cui poi abbiamo attinto per i nostri spettacoli.
Scimone: La bellezza di questi incontri sta anche nel fatto che, alla fine del percorso, in dieci giorni, è venuto fuori un gruppo affiatato, che sembrava lavorasse insieme da anni. Hanno voluto conoscere e sperimentare la metodologia del nostro lavoro.

Il cortile (photo: Luca Del Pia)

Il cortile (photo: Luca Del Pia)

Siete tornati in scena dopo molti mesi, come è stato?
Scimone: Tornare in scena è stato per noi come tornare a casa, la casa teatro che ci è tanto mancata in tutti questi mesi, e lo abbiamo fatto con uno spettacolo che resta di grande attualità, “Il Cortile”, che parla di emarginati, di sradicati ma che hanno ancora tanta voglia di vivere, e non perdono mai la loro dignità e il desiderio di solidarietà. Un testo che ha una ragione di esistere e tra i tre personaggi c’è un rapporto di reciproco aiuto disperato, ci fa ripensare, ad esempio, alla questione afghana, una popolazione ammassata e poi in fuga, in una enorme solitudine, come il personaggio di “Uno”, che possiede però una grande forza e dignità.
Sframeli: Mentre giocavo in scena ho scoperto che il mio corpo non si è mai smarrito, ha reagito, e per me è stato molto emozionante.

Quali i vostri progetti adesso?
Stiamo cercando di organizzare la prossima stagione ma tutto è ancora confuso, forse ancora di più rispetto a pochi mesi fa. Non c’è ancora molta chiarezza su come saranno le programmazioni nei teatri, su come ricominciare. C’è un pubblico ancora impaurito, e questo è triste. Noi abbiamo tutti i nostri spettacoli in repertorio e contemporaneamente stiamo cominciando a pensare e a lavorare al nuovo testo, ma se ne parlerà per la prossima stagione.

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