Stay Hungry. L’indagine di un affamato di Campolo: monito, desiderio, necessità

Photo: Elisa Nocentini
Photo: Elisa Nocentini

Un bando a tema sociale, l’ennesimo. Griglie da riempire, procedure burocratiche farraginose e sterili, persone che diventano soggetti di interesse smettendo di essere persone, con il loro carico di bisogni, verità, desideri.

“Stay Hungry – indagine di un affamato”, potente racconto autobiografico scritto, diretto ed interpretato da Angelo Campolo, attore e regista messinese, parte dall’esperienza maturata attraverso la realizzazione di laboratori per giovani migranti e, attraverso l’espediente di un bando sul tema dell’integrazione da compilare in tutte le sue dettagliate fasi, costruisce una sorta di indagine sul nostro tempo mediata dalla finzione scenica, che ne mostra e ne enfatizza le storture, aprendo squarci di sincera verità.

In questo viaggio tra realtà e narrazione teatrale, il cibo diventa filo conduttore di incontri e racconti, al centro dell’ennesimo bando di integrazione sociale da realizzare in un luogo periferico del sud non tanto dissimile da quelli di partenza dei migranti che ne saranno i destinatari.

Vincitore del premio milanese Nolo Fringe Festival 2019 e del Premio In-Box 2020, “Stay Hungry – indagine di un affamato” ha concluso la 18^ edizione di Kilowatt, festival diretto da Luca Ricci e Lucia Franchi che ha animato Sansepolcro per otto intensi giorni e ha permesso a pubblico, artisti, addetti ai lavori di incontrarsi e confrontarsi negli spazi del festival, allestiti in piazze e chiostri, nonostante le distanze e con tutte le precauzioni necessarie per vivere in sicurezza l’evento, per tornare a condividere storie e narrazioni.

Come quella imbastita con intensità, potenza e precisione da Campolo, a partire dal suo lungo percorso di ricerca teatrale nei centri di accoglienza in riva allo Stretto di Messina.
L’incontro, la conoscenza e l’ascolto con l’altro diventano la chiave di volta per costruire un monologo densissimo dove ironia e sarcasmo si confondono col dramma delle storie dei giovani migranti, talvolta impossibili da rendere a parole, tenuto insieme da una riflessione profonda sul tema della fame, di successo, di libertà o, semplicemente, di sopravvivenza che appartiene ai migranti così come agli abitanti dell’opulento occidente.

L’avventura del laboratorio di integrazione nato a Messina in un triennio particolarmente cadenzato da sbarchi come quello tra il 2015 e il 2018, che ha trovato casa prima nella sala Laudamo, poi in spazi messi a disposizione dalla Caritas, diventa la base di una narrazione diretta ed affilata che si nutre dei racconti dei ragazzi provenienti dal Mali: otto cugini, quattro cristiani, quattro musulmani, approdati casualmente in un laboratorio teatrale che pian piano ha permesso loro di trovare parole e gesti nuovi per raccontare l’irraccontabile.

Era il 2015 ma sembrano passati 20 anni, ripete con insistenza Campolo, prendendo atto di un Paese che ha schizofrenicamente aperto prima le porte dell’accoglienza per poi richiuderle, svilendo e impoverendo il senso di tanti progetti di integrazione. Era il 2015 e i giovani maliani, come per una strana alchimia, avvicendandosi alle parole di Pier Paolo Pasolini e di “Teorema”, si confrontavano in modo netto e senza infingimenti col tema dello straniero, il cui confronto, ieri come oggi, si tinge di paura, luoghi comuni con cui farsi scudo, pregiudizi difficili da scardinare.

Campolo invece non giudica e neppure prova ad impietosire, ma si affida alla verità del racconto, ne recupera la forza comunicativa per condividerla con il pubblico a cui si rivolge, senza filtri – aiutato solo da alcune immagini che ogni tanto riempiono il nero alle sue spalle, grazie alle scene essenziali e funzionali di Giulia Drogo –; scoperte, storie, errori, delusioni e rivelazioni hanno attraversato la sua esperienza messa ora al servizio della narrazione come per farne fruttare i semi in un percorso di condivisione nel tempo e nello spazio teatrale.

L’autore-narratore si muove energico tra gesti ampi e ripetuti e, nel percorrere “la via della fame”, si pone domande, si ferma a riflettere sul perché talvolta le persone diventino “casi” e “numeri”, le loro storie “materiale” su cui lavorare, anche attraverso un certo modo di fare teatro. Il cibo, terreno comune di confronto, diventa, nel racconto di Campolo, potente strumento di integrazione, condivisione, conoscenza per provare a parlare la stessa lingua, nutrirsi di parole e umanità.
E “Stay hungry” ovvero “Sii affamato”, celebre motto di Steve Jobs, diventa specchio beffardo su cui si riverberano le esperienze attraversate, le storie incontrate e raccontate: monito, desiderio, necessità.

STAY HUNGRY – INDAGINE DI UN AFFAMATO
di e con Angelo Campolo
scene Giulia Drogo
assistente alla regia Antonio Previti
organizzazione generale Giuseppe Ministeri
segreteria Mariagrazia Coco

durata: 60’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Sansepolcro, Chiostro San Francesco, il 26 luglio 2020

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