Still Life. Metafora del lavoro secondo Papaioannou

Still Life (photo: Miltos Athanasiou)
Still Life (photo: Miltos Athanasiou)

La ripetizione è sempre stata emblema del purgatorio. Il ripetere, il vagare avanti e indietro, il procedere senza meta in un ambiente vuoto. E grigio. Con la speranza forse di vedere da lontano una luce riflessa. Una caverna platonica, insomma, per vite di seconda mano da cui sperare di essere salvati.

Sisifo è stato il primo penitente ante litteram, punito dagli stessi dei, costretto per l’eternità a trasportare sulla cima di una montagna un masso, che sarebbe poi precipitato nuovamente a valle. La stessa pena la patiscono i superbi in Dante, trascinando un masso sulle loro spalle, che li costringe a guardare verso il basso, proprio loro che in vita avevano solo guardato sprezzanti verso l’alto.

Inizia così “Still Life”, spettacolo del cinquantunenne coreografo greco Dimitris Papaioannou andato in scena nell’interessante inizio di stagione dedicato alla danza del CRT, e che segue la presentazione in Italia di “Primal Matter. Argomento primordiale” – che pure aveva colpito per la cifra compositiva capace di sommare nel linguaggio del corpo epifanie provenienti da altri immaginari, un unico grande tableaux vivant inusuale, che risente della formazione multidisciplinare, prevalentemente nelle arti visive, dell’autore, noto al pubblico per le coreografie d’apertura e chiusura delle Olimpiadi di Atene del 2004.


Se “Primal matter” era un duetto che vedeva in scena Michael Theophanous e lo stesso Papaioannou, la creazione del purgatorio grigio di “Still Life” vuole essere metafora del mondo del lavoro di oggi, con persone costrette a mansioni spesso inutili e mortificanti senza alcuna speranza di emanciparsi.

Ne sono ottimi interpreti Prokopis Agathokleous, Drossos Skotis, Costas Chrysafidis, Christos Strinopoulos, Kalliopi Simou, Pavlina Andriopoulou e lo stesso Papaioannou, che accoglie gli spettatori in sala, meditabondo, seduto ad una sedia. Lentamente poi si porterà verso il fondo buio del palcoscenico, rivelando uno sbaffo bianco sulla giacca nera. Poi lentamente si illuminerà una grande sacca di luce pallida appesa al soffitto, al cui interno si muovono, generate da macchine di fumo, nubi. Creando un paesaggio in costante movimento, eppure di angosciante fissità.

Di “Primal Matter” in “Still Life” rimangono intatte alcune idee oniriche dell’immaginario di Papaioannu, come gli arti ricomposti su corpi che si ibridano, fondendosi l’uno nell’altro per effetto di illusioni ottiche, di incastri nella macchina scenica.
In quello come in questo tutto avviene in un perenne silenzio di dannazione, rotto in un caso dall’ansimare faticoso e da suoni ricavati da un microfono strofinato anche sul corpo in “Primal matter”, mentre in “Still Life” irrompe la sonorità di un pavimento amplificato da microfoni su cui cadono le macerie dell’intonaco che si stacca dai pezzi di masso che i penitenti trascinano, lo stesso pavimento da cui gli interpreti staccheranno, in una composizione di grande efficacia visiva ed espressiva, il nastro adesivo, provocando rumore di scollamento che farà rimbombare il teatro.

Avanti e indietro. Senza meta.
Tutto è grigio, quasi un quadro di quelli della follia di Van Gogh sul lavoro e il manicomio, sulla coazione, veniamo proiettati in un inferno di Bosch ma monocolore, con esseri perfidi che salgono sulle terga nude di persone piegate e intente alla dannazione, mentre Papaioannu, come in “Primal Matter”, vestito di nero, anche qui creato e creatore, gira silenzioso per la sala, lui stesso con lo sbaffo sulla giacca di chi trasporta i massi, ma forse passato dalla parte di chi controlla. L’alto in grado, insomma. Ma certo non esente dal destino di schiavitù che lo avvicina a tutti gli altri che si muovono in scena.

In un susseguirsi di notevoli invenzioni coreografiche e sceniche, la coreografia, pur nella lentezza in cui i movimenti vengono agiti, riesce a creare un’atmosfera appropriata e distante, algida e di penitenza, in cui però finiamo per ritrovarci, rifletterci. Gli impiegati dell’oggi, in giacca e pantaloni, con lo sbaffo sulla giacca per il trasporto massi, costretti solo a guardare in basso, a vivere di luce riflessa, in un mondo artificiale quasi da Truman Show dove solo uno dei lavoratori, dopo essersi dedicato all’ennesimo lavoro inutile fra quelli proposti in lunga rassegna, allungando la vanga riesce a muovere la sacca opprimente di cielo grigio che lo sovrasta, un gesto che profuma di rivoluzione e permette di vedere la luce.
Una liberazione.

In un doppio finale, i penitenti trasportano sulle loro teste un tavolo che viene portato con equilibrio incredibile in platea: ospiterà un piccolo e profumatissimo banchetto dei recitanti, in cui ritroviamo la convivialità odorosa, la luce calda del senso della vita. Come a dire che il lavoro ha ormai disumanizzato le relazioni, ammutolendo chi ci si dedica, mentre solo il tempo passato nella famiglia, con gli amici, nel convivio, resta il momento caldo. Gli attori escono dal ruolo. Paiono non recitare.
Sarebbe bello se finisse così. Quasi a dar speranza. Tanto che il pubblico batte le mani. Ma niente da fare. Il finale vede tutti di nuovo riassorbiti dal mondo di mezzo, in cui le anime dei viventi tornano alla triste, inutile routine.

STILL LIFE
di Dimitris Papaioannou
con Prokopis Agathokleous, Drossos Skotis, Costas Chrysafidis, Christos Strinopoulos, Kalliopi Simou, Pavlina Andriopoulou & Dimitris Papaioannou
ideazione, regia, costumi, disegno luci Dimitris Papaioannou
suono Giwrgos Poulios
disegno scene Dimitris Theodoropoulos & Sofia Dona
adattamento scene per le tournée Thanassis Demiris
ideazione sculture e scene Nectarios Dionysatos
disegno costumi in collaborazione con Vassilia Rozana
produzione e assistente direzione Tina Papanikolaou
assistente direzione e direzione prove Pavlina Andriopoulou
tour manager Julian Mommert
direzione tecnica e production manager Georgios Bambanaras
direzione luci Menelaos Orfanos
design suono Konstantinos Michopoulos
direzione palcoscenico Dinos Nikolaou
assistente scene Marina Leventaki
assistente sculture Ioanna Plessa
assistente programmazione luci Evina Vassilopoulou
assistente suono Nikos Kolias
tecnici di palcoscenico Gerasimos Soulis & Manos Vitsaxakis
creazione e produzione Onassis Cultural Centre—Athens
produzione tournée 2WORKS
con il sostegno di Onassis Cultural Centre—Athens
e l’assistenza di Elisabetta di Mambro di Change Performing Arts
sponsor viaggi Aegean Airlines

durata: 1h 20’

Visto a Milano, CRT, il 29 ottobre 2015

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