Le parole per chi sa già tutto sul Concetto di volto nel Figlio di Dio

Lo spettacolo di Castellucci in un’immagine di Klaus Lefebvre

Venerdì santo

Il cielo sta su nel pensiero di piangere.
Sulla strada
gli uomini sono andati metà muro, metà fiume.
Sto qui molto lontano dai templi,
dalle processioni tra i lumini,
molto lontano dai romanzi
dove c’era la luce dei visi.
Sto con gli ultimi anni di un uomo a cui voglio bene,
vorrei perdonargli di morire, cosa fare.
A sapere bene forse potrei dire:
anche per noi una visione intera
con uno specchio sopra, con un cielo.
Mi tengo al suo sguardo perduto
così particolare, così solo,
senza romanzi, con il campo che non è un mondo.
Non so andare avanti
(Mario Benedetti, da “Umana gloria”)


Sì, cerchiamo di sgombrare il campo. È tanto nevicato, in questi giorni, e tutto è ingombro – di una neve adesso ormai sporca, schiacciata, morsicata dallo smog, dall’indaffarato apparato comunale che cerca di tenere a bada tetti, ponti, strade che si allagano. È un tempo questo in cui pare si abbia tanto bisogno di tenere a bada le cose, grondaie gelate e blasfemia, allagamenti e corpi che cedono.

Ma noi proviamoci, a sgombrare almeno questo campo: dalle polemiche e dalle baracconate, dalle discussioni su chi è e chi non è l’artista che può o che non può permettersi certe immagini, da quelle su cosa è sacro e su cosa è sacrilego, dai commenti che chiunque si sente in diritto di fare. Certo, è difficile non farsi condizionare da tutto quello che si è letto, sentito dire, ipotizzato, e come spuria è la nostra prima impressione, tanto che abbiamo il sospetto che la sala gremita del Teatro Testoni di Casalecchio di Reno, della quale facciamo parte, sia in realtà venuta qui non per vivere qualcosa ma per ‘verificarla’.
Ci si sente quasi aggrediti, a far parte di qualcosa così; ci si sente quasi in colpa, dei voyeurs che poi dovranno avere un’opinione in merito, schierarsi. Ebbene, ci interessa davvero, questo? È semplicemente ‘questo’ a cui andiamo incontro quando andiamo incontro a uno spettacolo?

Il teatro è un’arte complessa, dove entrano in gioco tante di quelle cose che lo rendono infine, quantomeno a chi scrive, estremamente misterioso. Ci sono i corpi, e lo spazio, e la luce, e il tempo, e la parola, e un ‘qui’, e un ‘lì’, e un noi, e un dopo, e un lavoro da fare – pure tutto questo insieme alla fine è al contempo un lampo e una durata, un ‘qualcosa’ che accade. E questo che accade è, quando accade, teatro. Se ci si arriva con troppi fardelli, si rischia di non far accadere proprio niente, si sta lì, indagatori e presuntuosi, carichi di attese e pretese, e allora è tutto già visto, già sentito, già capito. Ma la sensazione è che non ci sia proprio niente da capire. Ci sono delle domande che si aprono – ma solo se diamo loro spazio per farlo. Una domanda, tra le tante possibili, che viene da porre è quella sul linguaggio. Che lingua parla, il teatro, qui da noi, oggi? A ogni opera di teatro si può porre tale domanda, e tale domanda viene posta da ogni opera di teatro. Anche quella che non ha parola, infatti, pure sta in un rapporto ben preciso col linguaggio – magari traducendo, delegando, traslando in ritmi, corpi, silenzi.

Porgendo attenzione su questo aspetto del “Concetto di volto nel figlio di Dio”, eccoci in un pantano: completamente disarmati dall’uso di una lingua non solo quotidiana, domestica, ma persino addomesticata. Un continuo parlottio monologante tipico di chi accudisce qualcuno, un dire che è un dire innanzi tutto a se stessi, un tranquillizzarsi che tutto va bene, ora si risolve, ecco vedi, ho già dato lo straccio, è tutto a posto, la televisione la spegniamo che tanto non ci guarda nessuno, vado a prendere l’asciugamano pulito, tieniti forte forte, ora cambiamo il pannolone, andiamo a letto.
Persino il momento dell’esasperazione davanti alla resa del corpo (alla tenacia del corpo) è un momento ordinario, un porca puttana qualunque, un lamentarsi di un piagnucolio altrui che trasforma la parola in un balbettio rotto solo da qualche ‘non ce la faccio più’ e ‘scusa’.

La lingua di questi due uomini, di questo padre e di questo figlio e del meno scontato (e più scontato) dei moventi, l’amore, è una lingua ossuta, cava, squagliata, richiama i cumuli di neve sporca che ci contornano e ci condizionano. Pure, non avrebbe potuto essere altro che così. Nella nudità di un corpo che si sfa, nella presenza di questo corpo, l’unica alternativa a questo bisbigliare, a questo non dire niente, sarebbe il silenzio. Ma forse anche il silenzio sarebbe troppo. È necessario, per sostenere il silenzio di un corpo che grida così, il puntello di un dire che non dice niente. Non basta pensare che anche noi, nella realtà, agiremmo così, ovvero parleremmo così; non basta pensarlo come una semplice questione di riuscita mimetica perché di fatto, anche e soprattutto, il nostro parlare sarebbe coprire quel vuoto di parola che ci colmerebbe tutti interi, segnavia definitivo della nostra inadeguatezza davanti a un genitore che sta male, che si disfa, che ci impedisce di essere noi stessi (o ci porta interamente a noi stessi) nel ricatto inesorabile della debolezza e della morte.

Per questo non possono essere consolatorie le parole finali prese a prestito dai Salmi, citate in una lingua straniera e straniante – quelle parole così spesso usate negli estremi saluti e qui strozzate in una dimensione che fisicamente ci sovrasta. Parole che non sono dette ma sono scritte, allargate davanti a noi, parole in cui si può sgusciare dentro come in un’acrobazia da attrezzisti.

Il teatro colma questo slargo con il suo stesso accadere. Con il farci ‘vedere’, ad esempio, uno dei volti del Figlio di Dio, aprendo ad altre ulteriori questioni.
Ma rispetto alla parola noi siamo soli, in un silenzio irrimediabile. E se più solo sia un vecchio che si vergogna del proprio collasso, o un figlio che si esaspera per la propria impotenza, non si saprebbe dire.
Ci è quindi preclusa, la parola, nel nostro quotidiano vivere la vita, che è fatta di così tanto non detto, di materie organiche che ci precedono e si impongono, di relazioni che lasciano così spesso un alone di irrisolto?

Per rispondere, occorre forse andare là dove la parola si fa più originaria, più cogente e densa, sconfinando dal quotidiano verso un altrettanto fitto mistero – forse occorre chiedere alla parola poetica.
In versi come “Sto con gli ultimi anni di un uomo a cui voglio bene,/ vorrei perdonargli di morire, cosa fare” accade qualcosa che il mantra delle parole del quotidiano non riesce e non può far accadere davanti e assieme a un corpo che muore (o alla rappresentazione di un corpo che muore): la parte monca, mancante, il mancare della parola viene sfiorato, in un qualche modo viene espresso. E questo esprimere, questo arrendersi, come sfiancati, questo saltare nel vuoto di un verso che finisce e cede al silenzio (ritorna al silenzio? E’ strappato al silenzio? Strappa il silenzio come il telo sui cui è impresso il volto di Cristo?) è inaspettatamente in grado di dare voce a qualcosa che sembrava solo un buco dove cadere dentro, ma che invece è anche qualcosa di misterioso, sì, ma non disumano. Quell’ammissione – “non so andare avanti” – così dolente, così dolorosa, pure è la luce che s’allarga quando qualcosa di indicibile si fa parola e scava un varco.

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