Sulla morte, senza esagerare. Il teatro di figura vincente dei Gordi

Sulla morte, senza esagerare
Sulla morte, senza esagerare

Come si può parlare della morte, la compagna che tutti i giorni ci sta a fianco infaticabile ed eterna, in modo contemporaneo, tra ironia e partecipazione, senza farle perdere tutte le implicazioni poetiche ed emotive che questa nostra amica/nemica offre a chiunque abbia tentato di metterla in scena?

I giovani attori del Teatro dei Gordi, guidati da Riccardo Pippa, complici le significanti maschere di cartapesta che rimandano al mondo di Otto Dix di Ilaria Ariemme e le commoventi parole che alla morte ha dedicato Wislawa Szymborska (di cui proprio oggi ricorre la scomparsa, avvenuta il 1° febbraio 2012), lo hanno fatto con efficacia davanti ad un pubblico costituito soprattutto da giovani fan, forse un po’ troppo partecipi, che hanno gremito la grande sala del milanese Teatro Menotti.

“Sulla morte, senza esagerare” – qui al suo debutto – è uno spettacolo semplice, disadorno, dove su una panchina, armata solo di una piccola pianta grassa, lei, la morte, aspetta i suoi ospiti, che uno alla volta si presentano annunciati da una specie di lampione, che si accende e si spegne comunicandone l’arrivo.


In una continua, dolente, processione sfilano così personaggi sempre diversi, espressione di una umanità varia e simbolica che accompagna il pubblico nei meandri più sottili che la vita contiene, e che del resto il teatro qui riesce, con umanità e senza fronzoli, ad esprimere in scena.

Ecco allora il giovane scapestrato, la cui esistenza è stata spezzata da un incidente stradale nel bel mezzo di una vita (si presume spericolata); ecco la prostituta con cui la morte cerca anch’essa di amoreggiare; o la coppia di anziani che, insieme per molto tempo, la morta è venuta crudelmente a dividere; e ancora la donna incinta, pronta a consegnare alla vita il bambino che sta dando alla luce e che imbeve con le sue acque la pianta.
La morte afferra queste vite rubando loro la maschera e lasciandone il corpo esanime, accoccolato sul suo grembo.

Ma non sempre la morte ha il sopravvento: la vita, a volte, mostra risorse inaspettate, perché in suo aiuto vola anche un esilarante angelo salvatore, con tanto di ali e giubbotto identificatore, che ne contrasta gli intenti, mostrandone le imperfezioni. Tanto che alla fine anch’essa, la morte, dovrà lasciare il suo posto ad un’altra, forse più pietosa, che porta con sé una piantina di ulivo.

Claudia Caldarano, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti e Matteo Vitanza, memori della lezione dei Familie Floz e degli insegnamenti di Mario Gonzalez e Maria Consagra, sono bravi a reggere una performance senza parole: scalda il cuore vedere come il teatro di figura possa essere utilizzato in modo tanto opportuno da attori ancora così giovani. Un teatro fatto di silenzi, di sguardi impalpabili, di movimenti impercettibili, di un rapporto calzante con le musiche e i suoni, che sottolineano ironicamente ogni personaggio in un impasto gustoso di pianto e riso.

Se pure esorcizzata, alla fine, mentre le luci della scena si spengono, la morte rimarrà comunque ancora in attesa di qualcun altro da catturare, impietosa, indomita sulla sua panchina, perché di farne a meno proprio non può!

Per comprendere meglio le ragioni dello spettacolo abbiamo intervistato Riccardo Pippa, regista e ideatore di “Sulla morte, senza esagerare”.

In che modo è stato concepito lo spettacolo? Attraverso improvvisazioni o è nato con un impianto già scritto?
C’è stata una prima fase di laboratorio con le maschere, per prendere confidenza, verificarle, distribuirle tra gli attori e metterle a punto assieme a Ilaria Ariemme, la nostra mascheraia, costumista e scenografa. Più che far improvvisare, davo compiti semplici e molto precisi: salutare, stringere una mano, ballare, sedersi, alzarsi… quella maschera come lo fa? Quell’azione come diventa efficace?
Anche nella fase più laboratoriale abbiamo sempre un po’ evitato l’improvvisazione e le sue derive, tipo lo stress di trovare necessariamente una genialata o la ricerca della risata e dello sketch, consapevoli che anche in un’azione semplice ognuno poteva metterci del suo, e anteponendo sempre, almeno nelle nostre intenzioni, “la vita” all'”effetto”.
L’incontro con Mario Gonzalez e il suo metodo con la maschera neutra mi ha dato moltissimo. Nella fase di allestimento vero e proprio, leggevo i materiali drammaturgici che producevo, che erano più simili a sceneggiature o lunghe didascalie che non a canovacci. Se ne discuteva tutti, per molto tempo. Anche sulla scena, con le maschere, si procedeva per tentativi di azioni concordate. Alcune maschere sono state fatte su mia richiesta, altre sono nate così, un po’ per desiderio degli attori e un po’ di Ilaria. Io ho cercato di creare un mondo che le contenesse tutte.

Da cosa è scaturito l’uso delle maschere e del teatro di figura?
La voglia di usare le maschere mi è venuta facendo Commedia dell’Arte con un mio carissimo amico e collega di Verona, Matteo Spiazzi, con cui ho fatto, tra le altre cose, uno spettacolo in stile Commedia che ora fa parte del repertorio del teatro Gorkij di Minsk. Quella per me è stata un’esperienza bellissima, importante, ma che artisticamente sentivo esaurita. Volevo lavorare con maschere nuove, contemporanee e non tipizzate. Quando ne ho parlato con i Gordi e ho dato loro una prima drammaturgia, diversissima da quella finale, mi hanno dato il loro ok e tutto è partito. L’efficacia del lavoro portato avanti dai Familie Floz mi ha inoltre rassicurato sulla possibilità di non usare le parole.

Gli attori come si sono preparati ad utilizzare una tecnica così difficile?
Con alcuni attori dei Gordi ho condotto un laboratorio con le maschere di Commedia, perché avevo quelle e comunque i principi sono in buona sostanza identici per tutte le maschere. Le maschere me le aveva prestate il mascheraio veronese Roberto Macchi. Le abbiamo scoperte senza rifarci alla tradizione e alla solita fisicità. Da lì si è creato un gruppo di lavoro e un linguaggio condiviso, e via via che Ilaria creava le maschere per lo spettacolo, le indagavamo: tutti provavano tutte le maschere, e così ognuno ci metteva del suo.

Come mai il tema della morte?
Non so perché proprio la morte. È una cosa molto naïve, penso. Ho visto un video di uno spettacolo di burattini dove c’era la morte che semplicemente guardava gli spettatori e tutti ridevano. Da lì ho iniziato a fantasticare.
Ciò che lo spettacolo è poi diventato è frutto di suggestioni vicendevoli, anche poetiche. La Szymborska non l’ho tirata fuori io, ma uno degli attori, Sandro Pivotti.

Molti giovani artisti giovani sono attratti da questo tema e da quello della vecchiaia: è un segno dei tempi?
Circa la vecchiaia, mi emoziona il pensiero di un’anima vitale, potente, piena di esperienza, racchiusa in un corpo che non le sta più dietro.
Si pensa alle tecnologie come il segno dei tempi, anche se poi è difficile sentire il cambiamento nelle nostre abitudini e ci si abitua molto presto alle novità. I vecchi, invece, sono l’immagine viva del cambiamento, di ciò che rimane e di ciò che si perde per sempre.

Ti alterni, come regista, tra i Gordi e Generazione Disagio. Qual è la tua cifra stilistica?
Non credo di averne una. Certo, il secondo lavoro di Generazione Disagio ha molti punti in comune col primo, e coi Gordi già fantastichiamo di un futuro spettacolo senza parole e senza maschere. Credo non sia una questione di stile, ma di incontri. Un po’ me lo auguro, perché la parola stile mi fa paura…

Sulla morte, senza esagerare
coproduzione Teatro dei Gordi e TIEFFE Teatro Milano
ideazione e regia Riccardo Pippa
di e con Claudia Caldarano, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
scene, maschere e costumi Ilaria Ariemme
disegno luci Giuliano Bottacin
cura del suono Luca De Marinis
organizzazione Camilla Galloni, Monica Giacchetto
spettacolo vincitore all’unanimità del Premio alla produzione Scintille 2015
Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2015, indetto dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine: spettacolo vincitore del Premio Speciale, Premio Giuria Allievi Nico Pepe e Premio del Pubblico
con il sostegno di Centro Teatrale MaMiMò– Armunia – Centro Artistico Il Grattacielo – Mo-wan teatro

Visto a Milano, Teatro Menotti, il 28 gennaio 2016

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