Sulla possibilità scenica. Sguardi dalle Colline Torinesi

Las Ideas

Las Ideas

Una triplice riflessione, seppur diversamente sostenuta, sulla “possibilità scenica” ha contaminato la prima settimana della XX edizione del Festival delle Colline Torinesi.
Protagonisti tre spettacoli interessanti come “Las Ideas”, opera in prima nazionale del drammaturgo-attore argentino Federico Leòn, “La Beatitudine” di Fibre Parallele, di cui Klp ha già parlato in occasione del debutto a Primavera dei Teatri, e l’essenziale profondità del “Macbeth su Macbeth su Macbeth” di Chiara Guidi, produzione della Socìetas Raffaello Sanzio, ispirato alla tragedia shakespeariana.

Leòn, considerato uno degli esponenti della ‘nouvelle vague’ del teatro argentino e regista pluripremiato sulla scena contemporanea internazionale, di ritorno al Festival delle Colline dopo il suo passaggio nel 2009 con “Yo en el futuro”, mette il scena il percorso psichico, emotivo e progettuale dell’artista, trasformando il dialogo tra due personaggi seduti ad un tavolo da ping-pong in un flusso di coscienza a voce alta di due attori che s’interrogano sulla dicotomia realtà/finzione.
Come unire l’evidenza di due corpi soggetti ai meccanismi della rappresentazione con la rappresentazione stessa?

Il conflitto procede per ipotesi ed antitesi senza tesi conclusive: se i corpi scenici nella loro realtà teatrale dichiarano al pubblico di fumare marjuana ed il pubblico assiste all’accensione di ciò che potrebbe visibilmente sembrare una canna, chi può stabilire se gli attori stiano fumando realmente oppure sia solo finzione? L’odore che pervade la sala? Dissimulano o vivono quell’accelerazione comunicativa, indotta da un ipotetico principio attivo stupefacente, che produce “Las Ideas”? Da quali evidenze/meccanismi illusori si è indotti alla prestazione di fede nell’“irrealtà” scenica che rende comprensibile e logico il “gioco” teatrale?


Leòn procede per tentativi strutturando una progressiva ed ironica de-costruzione ontologica della rappresentazione, a partire dagli oggetti presenti sul tavolo da ping-pong, elemento scenografico centrale, attorno al quale siedono i due attori-personaggi in un dialogo ossessivo, i quali per osservarsi si riproducono per mezzo di una telecamera che in scena li registra e li duplica proiettandoli sullo sfondo.

Di tutt’altro tenore la potente riflessione di Chiara Guidi sul teatro, riflessione-dono d’esperienza biografica che si sovrappone in termini foucaltiani ad una riflessione sul potere e sulla follia (rimembranze dell’Amleto shakespeariano, di Artaud, di “Vita degli infami” e “Storia della follia” del filosofo francese).
Restano impeccabili le costanti stilistiche della Societàs Raffaello Sanzio: le sperimentazioni vocali, le ripetizioni monosillabiche, i sussurri di una parola affaticata, incapace di dirsi ma bisognosa di urlarsi, il corpo sonoro extra-scenico. Corpo sonoro che qui, in questo “studio per la mano sinistra”, si unisce alla prepotenza di un violoncello (Francesco Guerri, musiche originali con Giuseppe Ielasi) che in scena vivifica il non-detto fino ad esplodere musicalmente sul finale con archetto infuocato e una Chiara Guidi morente.

La riflessione demistificatrice del potere che gioca sui personaggi del Macbeth e di Lady Macbeth attraverso la triade femminile Chiara Guidi – Anna Lidia MolinaAgnese Scotti è una riflessione demistificatrice dell’oggetto scenico. Il significato portato dai corpi attorali e dagli oggetti che costituiscono e costruiscono la narrazione si realizza nel momento in cui di esso è celato il significante.

Ecco che il “Macbeth su Macbeth su Macbeth” si apre su una scena vuota su cui è sospeso il coltello con cui verrà ucciso il re Duncan, salvo poi farlo scomparire e lasciare vuoto il pugno che ne mimerà l’utilizzo. Il significato prende forma nel celarne il significante, così come il potere è un’illusione, il pretendersi re dell’uomo, vittima esistenziale della sua impotenza; così come è un’illusione il teatro-rappresentazione, vittima delle sue forme, incapace di reinventarsi e di riprodurre gli eventi di nascita e morte che coincidono con l’inizio e la fine del frattempo temporale in cui l’azione rimane sospesa.

Macbeth su Macbeth su Macbeth

Macbeth su Macbeth su Macbeth

Per rimanere al tema della dicotomia realtà/finzione, a Torino sono arrivati anche, reduci dall’anteprima calabrese, Fibre Parallele con il riuscito “La Beatitudine”, in cui la finzione del teatro, quello che la stessa compagnia chiama “roba per maghi e fattucchiere”, prende il sopravvento.

“La Beatitudine” racconta di un’umanità dolente, dolorante; di due coppie unite da legami morbosi e di un fantoccio di plastica, simulacro di un bambino mai nato. Ma anche di una malattia, la Sla, da affrontare per un figlio e la rispettiva madre.
Storie di donne e uomini in cerca di un momento di felicità, la gioia dell’estasi sessuale, quell’inafferrabile attimo di beatitudine che per un istante fa trovare nuovo respiro, che per un attimo porta bellezza, per poi scomparire veloce com’era apparso.

Sulle due coppie aleggia un quinto personaggio, il mago Cosma, che mago non è bensì imbonitore di falsi rimedi.

Le storie delle due coppie si intersecano per poi riallontanarsi e riconvergere in una grande rissa finale, a segnare l’impossibilità di mantenere e preservare quel “momento di grazia”. Si ritorna uomini, si torna attori dopo il falso gioco della vita, tra l’immaginato e l’immaginario.
Uno spettacolo amaro per Fibre Parallele, che costringe a sorridere delle debolezze umane, e che dà la percezione di un bisogno collettivo, di un desiderio di riscatto che non riusciamo a raggiungere ma imperterriti continuiamo a cercare.

Ma la prima settimana del Festival delle Colline, in una Torino torrida ad anticipare l’estate, ha però ospitato anche altre visioni.

A partire da Ricci/Forte, che per la loro quinta volta al festival lo hanno aperto con “Darling (ipotesi per un’Oresta)”. L’allestimento prende vita dalle suggestioni della trilogia di Eschilo: “Darling è un’indagine dopo la catastrofe, un viaggio che parte dall’Orestea di Eschilo alla ricerca di un senso a quell’ordine statale che secondo i Greci avrebbe dovuto sedare il rumore del sangue e della vendetta personale – scrivono nelle note di regia – La casa, così importante per i personaggi eschilei, diventa così un container di emergenza calamità naturali. Non esiste più un posto sicuro dove poter nascondersi, non esiste più uno Stato in grado di tutelare il senso della Giustizia”.
La possibilità di una salvezza sembra allora dover virare verso il recupero di una libertà primigenia, priva di sovrastrutture, a partire da quelle politiche (in quanto relative alla ‘polis’).

La potenza scenica di Anna Gualdo (una delle presenze simbolo per alcuni lavori passati della compagnia, che fu selezionata giovanissima per “Gli ultimi giorni dell’umanità” di Luca Ronconi – qui insieme a Giuseppe Sartori, Piersten Leirom e Gabriel Da Costa) non basta però a fare di “Darling” uno spettacolo riuscito. Non bastano le ottime (ma fin troppo conosciute) scelte musicali e neppure la scenografia, con quel container che invade la scena per poi aprirsi e trasformarsi.

Torna anche in questo lavoro di Ricci/Forte il nudo, che ormai risulta però scontato, quasi a dover colmare un vuoto drammaturgico.
Dopo i primi dieci minuti, in cui l’attenzione si sposta dall’estetica della scena alla recitazione soffocata e straziante di una Clitennestra di nero vestita, arrivano i lunghi soliloqui infarciti di citazioni e degli ‘utensili’ della nostra contemporaneità: whatsapp, smartphone, web…
Al nudo finale si arriva provati. E “Stairway to Heaven” non basta per risalire al cielo.

Il ritorno del Teatro delle Albe a Torino si scontra non solo con un sabato pomeriggio rovente, ma pure con la finale di Champions League che vede coprotagonista la Juventus.
La sfida delle Albe si gioca invece alle Fonderie Limone con “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”, un omaggio alle donne capaci di una forza impensabile.
E anche le due ore e mezza di spettacolo sono pur sempre una bella sfida. Eppure il tempo scorre, perché la storia della dissidente birmana – esempio di combattente che non ha ceduto alla violenza – non può non essere ascoltata, e la messa in scena di Marco Martinelli risulta efficace.
Sul palco Ermanna Montanari insieme a Roberto Magnani, Alice Protto, Massimiliano Rassu e un piccolo cameo di Fagio, direttore tecnico della compagnia.

La vicenda di San Suu Kyi parte dall’infanzia fino ad arrivare al 2010, anno della liberazione. Si attraversano così l’infanzia, segnata dalla morte del padre assassinato da avversari politici nel ‘47, gli anni passati ad Oxford insieme al marito Michael Aris, studioso inglese di cultura tibetana, e il ritorno in Birmania per stare al fianco della madre malata, nello stesso periodo in cui il generale Saw Maung instaura il regime militare. Da qui in avanti gli anni della lotta politica e della reclusione: oltre vent’anni di arresti domiciliari. Solo nel 2012 la donna potrà lasciare il Paese riuscendo anche a ritirare il Premio Nobel per la Pace ricevuto nel 1991.

Ermanna Montanari è una San Suu Kyi convincente, con voce e corpo che assumono sonorità e movenze orientali e il sorriso sereno di una donna che sembra essere passata indenne attraverso la prigionia, forte di una ferma fede buddista, e che ora ha ancora voglia di lottare per il proprio Paese.
Martinelli utilizza il coro come elemento narrativo, con scene che svelano episodi avvenuti negli interminabili anni di prigionia. Luci e proiezioni video diventano strumenti del racconto, a segnare silenzi e buio negli anni degli arresti domiciliari.

Attraverso la vicenda del Premio Nobel birmano Martinelli si pone però anche riflessioni più universali: “Interrogarci sulla vita di Aung San Suu Kyi ha significato interrogare il nostro presente: cosa intendiamo per “bene comune”? Per “democrazia”? Cosa significano parole come “verità e giustizia”? Ha senso usare queste parole, e come? Non sono ormai usurate, sacrificate sull’altare della chiacchiera dei media? O hanno senso proprio partendo dalla volontà di un sereno, paradossale, gioioso “sacrificio di sé”? Di un silenzioso, non esibito eroismo del quotidiano? Di un cercare nel quotidiano “ciò che inferno non è”, e dargli respiro, spazio, durata?”.

Il festival prosegue fino al 20. Tra le presenze dei prossimi giorni ricordiamo Fanny & Alexander con “Kriminal Tango”, la “Trincea” di Marco Baliani, “Jesus” di Babilonia Teatri, Valter Malosti alle prese con Henry James, il debutto del nuovo lavoro di Antonio Latella e l’arrivo del collettivo tedesco delle She She Pop. Segnaliamo infine domani, giovedì 11 alle 14.30 al Teatro Astra, il convegno “Il teatro nell’era del web”, organizzato dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte: in un momento storico in cui la carta stampata riserva sempre meno spazio alla critica e alla cronaca teatrale, e in cui anche le radio e le televisioni generaliste guardano distrattamente al teatro, su internet la comunicazione riferita al teatro, come ben sappiamo, è nettamente aumentata. Il paesaggio in cui comunicare il teatro è cambiato. Domani un confronto su un tema in continua evoluzione.

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