SummerTimi. Il Filippo che non va in vacanza

Filippo Timi

Filippo Timi (photo: filippotimi.com)

Si sa che in Italia l’estate è un periodo difficile per lo spettacolo: in città sale teatrali e cinematografiche sono spesso deserte, e va certo meglio alle località turistiche che propongono festival e rassegne all’aria aperta.
Ma se, per rimanere nelle grandi città, negli anni passati la chiusura estiva sembrava obbligatoria, oggi la crisi economica potrebbe svelare inaspettate opportunità.

Il Franco Parenti di Milano punta così sul pubblico che non può permettersi né villeggiature, né weekend fuori porta per tenere alzato il sipario anche in un mese da sempre tabù (tranne appunto che per i festival): luglio.
Certo un azzardo che forse non sarebbe stato possibile senza il sostegno del protagonista di questa scelta del Franco Parenti, ovvero Filippo Timi, uno dei “volti celebri” più amati della scena contemporanea sia al cinema che a teatro.
Tutto suo sarà il mese di luglio al teatro milanese. La rassegna SummerTimi (a ricordare Summertime), infatti, riproporrà al pubblico il percorso artistico di questo versatile autore-attore, dalla singolare rilettura di “Amleto” che già nel 2009 aveva entusiasmato pubblico e critica, a “Favola”, corrosiva commedia dal gusto vintage, passando per “Giuliett’ e Romeo”, ancora un riadattamento shakespeariano, questa volta trasposto in dialetto perugino.

Incontriamo Filippo Timi proprio a Milano. E nonostante sia dimagrito di 15 chili per il film che sta girando in Francia con la regia di Valeria Bruni Tedeschi, e si definisca stanco e spossato dalla fame, è con un entusiasmo vivo e traboccante che ci parla della sua rassegna e del grande amore per il teatro.
“Per me – confida – è un regalo avere la possibilità di mettere in scena i tre spettacoli prima di lavorare al Don Giovanni [il suo prossimo lavoro, ndr]. E’ un regalo enorme. E’ come poter guardare quelle tre tappe uniche e capire il percorso fatto, viverlo e capirlo. Ovvero che cosa è successo dall’Amleto, come sono cambiato. Perché io ho una regola: devi cambiare, non puoi ripeterti. E quindi un altro Shakespeare, sì, ma diverso: Giuliett’e Romeo, M’engolfi l’core amore. Capire come mai l’ho scritto, che passaggio c’è stato in mezzo. E Favola, che è proprio l’evoluzione anomala di tutto quanto. Per capire infine dove andrò.”

In questa rassegna il tuo adattamento di Amleto non ha più il titolo: “Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche”. Ora è più semplicemente Amleto2. Dobbiamo quindi aspettarci  qualche variazione rispetto all’allestimento del 2009?
Sì. Sono andato a ricercare alcuni appunti che avevo scritto prima di mettere in scena la prima volta Amleto e sono ripartito da quelli. E’ interessante per me, perché ho la possibilità di mettere in scena il prima dello spettacolo. Quindi è il prequel. Ed è bello, perché mi sono concesso alcune idee che all’epoca non attuai perché scelsi di concretizzarne altre o perché erano troppo costose. Quindi ora c’è questa enorme gabbia di leoni di 12 metri che era un sogno, perché secondo me Amleto è una bestia in gabbia. E poi sto combattendo anche per altre cose.

Quindi ora hai a disposizione un budget più alto?
No, ma avendo già i costumi, avendo già alcune cose, il budget per una cosa in più c’era. E poi è una gabbia fatta apposta, non costa tanto. Si va sempre al risparmio! Ma è sano. E’ bello e sano avere dei limiti, perché così sei costretto ad andare all’osso, perché non ti perdi, perché provi ad andare all’essenziale. Non so dove l’ho sentita, ma c’è una frase molto bella che dice: le cose più sono complesse, più sono fragili.

La locandina di SummerTimi

La locandina di SummerTimi

Nella locandina della rassegna, dietro uno sfondo di raggi gialli campeggia un Filippo Timi interamente nudo. Anche qui si direbbe che hai voluto presentarti in vesti piuttosto essenziali…[Ride] Esattamente! Mi sono spogliato. E’ un gioco nato dal proposito di risultare un po’ estivi e un po’ provocatori.

Il secondo spettacolo della rassegna è “Giuliett’ e Romeo – M’engolfi l’core amore”. Ancora Shakespeare, ma in dialetto perugino, la terra dove sei nato.
Amo scrivere in umbro. Trovo che sia proprio un linguaggio fantastico. Poi ho pensato affascinato a Pasolini, che scrive in friulano, e a Testori! Io ho cominciato a scrivere in dialetto; le primissime cose che ho scritto sono in dialetto. E Shakespeare in dialetto è meraviglioso, perché toglie ogni forma di aulicità, lo rende sanguigno, concreto.
E poi non posso non pensare a quando Eduardo De Filippo ha portato a Milano Napoli, con il suo dialetto. E’ stata una grande tappa nella storia del teatro. Così io, da qualche parte dentro di me, penso: cavoli, sto portando il perugino al Parenti! Chiaramente Eduardo è un genio, mentre io faccio quello che posso. Però è una bella scommessa fare uno spettacolo in umbro, perché sono convinto che è comprensibile. In più ho scelto apposta una storia molto conosciuta. Comunque il dialetto mi ha anche permesso di inventare e io mi sono divertito tantissimo.
L’unico problema all’inizio è stato inserire la mia attrice, Lucia Mascino, che non è umbra. Così ho pensato di farle fare la balia in napoletano. Io sono uno che ragiona anche così: se sei la mia migliore amica, se ti stimo come attrice, ti voglio per forza e allora trovo il modo di inserirti. E’ stato così anche per Romeo. La parte inizialmente dovevo interpretarla io. Poi all’audizione per cercare gli attori in Umbria arriva un ragazzo timidissimo, e quando comincia a parlare, ho un flash: tu sei Romeo!, gli dico. Quindi chiamo lo Stabile dell’Umbria, chiedo se posso aggiungere un attore, loro accettano, e io riscrivo tutto il testo per trovare un ruolo a me: Cupido. E lo vedrai, è un Romeo meraviglioso, fa morire dal ridere, io sono impazzito.
Ma tornando alla questione del dialetto, proprio Lucia Mascino ha la battuta che secondo me racchiude un po’ il senso di questa versione di Romeo e Giulietta: “Mercuzio – dice –  sta attento che in guerra e in amore ogni buco è trincea”. E’ proprio grezzissima! E quindi è come se il dramma dell’amore si svolgesse in una sagra paesana. E sta bene, perché capisci tutto e ridi. Bisogna tirar giù il testo, perché a teatro bisogna sapere la verità, bisogna essere vivi.

E poi c’è “Favola”, che invece è interamente tuo…

Favola è il mio classico. Credo che lo replicheremo ogni anno! E non vedo l’ora di avere 70 anni e mettere ancora i panni di Mrs Fairytale, come Ferruccio Soleri per l’Arlecchino di Strehler. E’ davvero un classico. Prima doveva durare un’ora e trenta minuti, ora dura tre ore. Questo perché ci sono parti di improvvisazione sistematiche. E, improvvisando, il testo si è arricchito e allungato.

Vedremo Mrs Fairytale anche il 16 luglio?
Il 16 qui al Franco Parenti c’è la presentazione del libro “Goditi il problema” di un giovane autore, Sebastiano Mauri. Io e la mia attrice, Lucia Mascino, nei panni di Mrs Fairytale e Mrs Emerald leggeremo alcuni brani del libro, che è comicissimo e anche scabroso. E non lo so come Mrs Fairytale reagirà! Però il libro è molto bello, fa molto ridere.

Ripensando a questi tre spettacoli, ti sei fatto un’idea della direzione che stai seguendo? E che vedremo magari concretizzarsi anche nel Don Giovanni?
Ancora totalmente no, idealmente un po’. Però ti giuro, e questo io l’ho appurato in teatro, che moltissime idee nella testa sono perfette, poi sul palco perdono. Sul palco cambia tutto. Quindi anche se fremo, perché brucio dalla voglia di cominciare, aspetto prima di stabilire davvero qualcosa. Paradossalmente però so quello che non voglio.
C’era un critico, di cui non ricordo il nome, che mi rimase impresso per quello che disse di Rimbaud, ovvero che è un poeta molto importante per le poesie che ha scritto, ma soprattutto per quelle che non ha scritto.
E’ fantastico questo dare attenzione al “non”, a quello che non fai. Ed è vero che quando prepari uno spettacolo, sono molto importanti anche le cose che scarti, cioè quelle vie che decidi di non perseguire.

E tu cosa scarti?
Io per indole non scarterei mai niente, però provo a scartare la celebrazione e l’autocelebrazione. Ecco anche perché la scelta un po’ azzardata di prendermi in giro nel manifesto, presentandomi nudo. Quasi per dire: è uno scherzo, puoi farmi i baffi, puoi distruggermi. Guardami, non mi prendo sul serio.

L’ironia prima di tutto?
Cito la presunta definizione di Aristotele sull’essere umano: l’uomo è un animale che ride, ovvero che ha coscienza e si prende in giro. La risata è una forma altissima di autocritica.
In questi giorni io mi sono accorto di quanto uno involontariamente può perdere il controllo del reale. Quando sei abituato al fatto che tutti ti ascoltano, che tutti ti danno una possibilità per andare in scena, è molto importante, di tanto in tanto, guardare quello che sei e capire… e ridurre… Insomma, quello che so è che non voglio mettere in scena me stesso, non voglio dimostrare nulla di me. Il testo, quello che il ruolo può significare, è talmente vibrante, vivo, talmente forte che mi sovrasta. E questo è bello.
Sto pensando alla locandina del Don Giovanni come un grande incendio. Immaginati: è la vita che incendia e tu puoi solo provare a passarci in mezzo, con un incendio di lacrime nel cuore più grande, e andare avanti. Ti brucerai, rimarrà di te soltanto un profilo, soltanto un’intenzione, ma non puoi fare altrimenti che andare avanti e sperare che, dopo quel recinto di incendio, ci sia qualcuno ad abbracciarti… quel che di te rimane almeno.

Hai parlato di improvvisazione e cambiamenti repentini del testo. Puoi dire qualcos’altro del tuo procedimento creativo?

Ringraziando Iddio, sono anche un drammaturgo. Quindi arrivo sì in teatro con il testo già scritto, poi però, in prova, con gli attori che mi sono scelto, cambio il testo per loro. Così se un monologo non va, non è un problema: sono io il drammaturgo e quindi cambio, riscrivo per loro, gli attori. Quindi alcune cose escono fuori da chi ho davanti. Alcuni monologhi, per esempio, li ho scritti apposta per Lucia Mascino, che lavora con me sin dal primo spettacolo. Capita persino che le chieda: il prossimo anno cosa ti piacerebbe interpretare? E so che è bello, perché mi chiedeva la stessa cosa Giorgio Corsetti [regista con cui Timi ha lavorato in teatro fin dagli esordi, ndr] e per me era fantastico avere qualcuno che mi dava tanta fiducia. Io sono convinto che in scena più uno si sente bene, più è bravo e più costringe gli altri ad essere bravi. Non credo alla competizione, c’è posto per tutti. E poi è talmente un miracolo poter fare spettacoli, che se viene a mancare quella gioia, quell’entusiasmo vero, si rovina tutto. Se lo fai per la fama, per il successo, per una risposta esterna, il teatro muore, muore tutto e ci muori dentro tu.
Le cose devi farle perché le ami. Il pubblico è importante, è vero, perché c’è uno scambio, però se non ami quello che fai, poi non funziona. Il teatro io lo amo! Non ho mai visto il teatro come il trampolino per arrivare al cinema, mai. E questo è fondamentale. E’ proprio il fatto di poter fare quello che amo che mi rende così energico, così galvanizzato!

Nel cartellone del Franco Parenti 2012/13 figura anche “D.G.”, ovvero il Don Giovanni a cui lavorerai e di cui abbiamo già accennato qualcosa. Come è nata l’idea di questo spettacolo?
E’ Don Giovanni che mi ha trovato, in realtà. Io stavo preparando uno spettacolo sul male, su satana, il nazismo e così via. Avevo cominciato a studiare, a buttare giù idee, poi a un certo punto mi chiamano e mi propongono un’intervista con Dario Fo per la Rai, in concomitanza con la prima del Don Giovanni alla Scala. Io accetto per via di Dario Fo, ma in realtà non conoscevo il Don Giovanni. Così per quattro giorni, assalito dalla paura, studio il Don Giovanni 24 ore su 24: leggo tutti i Don Giovanni, le critiche più assurde che riesco a trovare, i film più incredibili, alcuni geniali. Chiamo i miei amici e parliamo notti intere. Ma io non capisco!, dicevo: chi è Don Giovanni? Impazzivo! Poi però mi sono appassionato e ho scoperto che Don Giovanni è proprio il proseguo, cioè ha a che fare con quello che voglio indagare ora. Ho scritto la prima stesura in tre giorni: 108 pagine. E’ uscita fuori proprio da sola. E ho poi scoperto che anche Da Ponte ha scritto la prima stesura in 76 ore. E’ proprio vero, quindi, che se il Don Giovanni ti prende, ti brucia. E’ uno che ti acchiappa e non ti molla, fino a quando non sei cenere. Ecco com’è nato.

Per il futuro c’è in progetto anche una versione di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Sì, ma non posso pensarci ora, altrimenti metto troppa carne al fuoco. Anzi, è proprio per resistere alla tentazione di lavorarci ora, che ho accettato di impegnare l’estate qui al Franco Parenti. Meglio fare le cose un po’ alla volta.
 

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